GIORNO 1
C’è un cielo plumbeo che s’intravede nelle prime luci del giorno. Sono da poco passate le cinque del mattino e corro a concludere i preparativi per la partenza di questa zingarata motociclistica, programmata ormai da mesi. Vado in cucina e devo lottare per un po’ con le formiche che come tutti gli anni cercano di invadermi casa. L’appuntamento coi compagni di viaggio è per le 6 a Baggiovara: questo inconveniente mi fa perdere tempo, non ci arriverò mai in orario. Ritardare mi da fastidio, ma va così, avviso, poi con una decina di minuti di ritardo parto. Per fortuna avevo già fatto il pieno alla moto e corro fino al punto di ritrovo, dove giungo poco dopo le 6. Un caffè e un bicchiere di acqua gasata. Budu e Musta sono lì che mi aspettano e hanno già fatto. Finalmente si parte.

Il cielo è grigio, ma non minaccia pioggia. Mentre l’autostrada del Brennero scorre noiosamente verso nord, dentro di me penso che tutto sommato così almeno non patiamo caldo. Anzi fa freschetto. Quando arriviamo al ponte sul Po, lo scuro avanti a noi inizia però ad essere inquietante, ma per ora va tutto bene. Il traffico è snello e la V85 canta serena ai 130. Come sempre l’autostrada annoia e se intorno non c’è nessuno per un po’ è naturale perdersi nella noia e di conseguenza nelle fantasticherie. Ma poco dopo Mantova arriva a ridestarmi un bagliore all’orizzonte, poi un’altro. Più ci avviciniamo a Verona e più il cielo s’incupisce. Inizio a temere il temporale. Un fulmine secco taglia in due il cielo ed è abbastanza vicino per unire il suo ruggito al rombo costante del motore Guzzi. Arriviamo finalmente alla svolta sulla A4 in direzione Brescia: il temporale rimane alle nostre spalle e davanti torna un monotono, ma decisamente più rassicurante grigio. Qui il traffico è intenso: camion e pazzi che vanno a velocità disumane. Non vedo l’ora di uscire e iniziare il vero giro. L’autostrada in queste condizioni mette proprio ansia. Ma ecco dell’altro scuro nel cielo che avanza proprio di fronte a noi. Più andiamo avanti, più pare evidente che questa volta non ce la possiamo schivare. Diamo gas, in un disperato tentativo di arrivare all’uscita di Brescia Ovest prima che la raggiunga la piogga, ma in un battibaleno, quando abbiamo da poco passato l’uscita di Desenzano, ecco le prime gocce pesanti. Al primo cavalcavia ci fermiamo, ma siamo poco tranquilli lì a due passi da bestioni che schizzano a tutta velocità e allora decidiamo di procedere, “almeno finché la pioggia non diventi particolarmente intensa”, ci diciamo. Nemmeno il tempo di uscire allo scoperto ed ecco che l’acqua viene giù a secchiate. Inchiodano tutti, i camion sbandano…momenti di preoccupazione. Per fortuna c’è un autogrill ormai a meno di un Km. Ci arriviamo quando il temporale picchia ancora duro e siamo già completamente spolti. Una sosta di una mezzoretta, mentre guardiamo l’azzurro avanzare di nuovo dietro al nuvolone che ci ha appena inzuppato.

Finalmente spiove completamente…belli bagnati, ma rincuorati dal sole che torna a fare capolino ripartiamo e dopo poche decine di minuti eccoci finalmente fuori dall’autostrada, pronti ad imboccare la SP510 che procede velocemente fino ad incocciare con il blu del Lago d’Iseo. C’è un po’ di traffico, ma molto scorrevole. La temperatura è intorno ai 20° ed essendo ancora più che umido, sento un leggero fastidio, che però passa veloce, visto che nelle frequenti gallerie la temperatura schizza poco sotto i 30°: effetto phon, che mi asciuga. La meraviglia è però quando posso godere degli scorci pazzeschi che si offrono alla vista ogni qualvolta le gallerie lasciano spazio al lungo lago. Le montagne che cadono a picco nell’acqua cheta, le isolotte e i paeselli arroccati. La vista é coccolata e continua ad esserlo anche quando lasciamo il lago alle nostre spalle con una leggera svolta verso est sulla SS42 che ci porta ad Edolo prima, Ponte di Legno, poi.

Sono le 11.15 circa e una bella merenda è quello che ci vuole. All’ombra dell’Adamello, che svetta imperioso a chiudere il panorama, ci sediamo all’aria aperta e ci facciamo portare un paio di focacce e dell’acqua. Un caffè e siamo pronti per ripartire. Proprio mentre ci alziamo, un anziano cade sulla passerella di legno che delimita l’area pedonale dalla sede stradale, congestionata da turisti e furgoni al lavoro. Purtroppo atterra di faccia su una grata metallica e il suo naso subisce un duro colpo. Prestiamo i primi soccorsi assieme ad altri avventori e attendiamo l’arrivo dell’ambulanza. Povero Mario…che brutta botta. Salutiamo e veniamo ringraziati per l’assistenza e quando è quasi mezzogiorno, rifocillati e ormai quasi completamente asciutti, riprendiamo la via. Ancora una piccola sosta per fare il pieno ed eccoci di nuovo in viaggio. Intorno a noi è tutto verde, e il cielo è azzurro intenso. Siamo pronti per il primo vero tratto di montagna della giornata: la SS300 ci accoglie e inizia a salire verso il Passo Gavia.

È la seconda volta in vita mia che percorro questa suggestiva strada, ma l’altra volta in senso inverso. Tornanti stretti e la strada che in certi punti si restringe per seguire il profilo roccioso della montagna. Non rimane nemmeno una corsia completa e così nelle diverse curve cieche do qualche colpetto di clacson per evitare brutte sorprese. Dal verde lussureggiante della foresta passiamo a poco a poco a rocce e pascoli. La strada continua a tenere impegnata la concentrazione. Per fortuna non c’è quasi traffico, essendo venerdì e così quando la vista può spaziare più sul campo lungo, ci si può azzardare a procedere un po’ più allegri: ma il passo Gavia non è posto per guida spericolata. Fra l’asfalto e i dirupi non ci sono barriere: meglio andare cauti e non rischiare, anche per potersi godere il fantastico panorama, che più si sale e più regala. Ci mettiamo una mezzoretta, ma poco dopo la serpentina finale con il Lago Nero ad arricchire il fascino del panorama, sulla nostra sinistra, eccoci al passo. Foto di rito, un salto in bagno nel rifugio e meno di un quarto d’ora dopo eccoci di nuovo in moto verso Bormio.

Sfiliamo il lago Bianco che si distente per alcune centinaia di metri sulla nostra destra e denro al quale si specchia il Corno dei Tre Signori. Iniziamo la discesa e possiamo ammirare, sempre a destra, ciò che resta del Ghiacciao della Sforzellina. Da questo lato del passo la strada è meno impegnativa: più larga, sporadicamente con pendenze troppo severe, ma non mancano i tornanti e le strettoie, le rocce strapiombanti sulla strada. La guida è comunque rilassata e piacevole, con la temperatura che piano, piano, risale dai 14° del passo, fino ad oltre 22° quando arriviamo a Bormio.

Giusto un cenno fra compagni di viaggio, ma avanti tutta! Dopo il centro della celeberrima località sciistica, eccoci pronti a dare gas sulla SS38. Vedo che i miei sodali mordono il freno: hanno voglia di scatenere i cavalli delle loro moto, decisamente più potenti della mia e così poco dopo aver iniziato l’ascesa verso il Passo dello Stelvio, gli faccio cenno di andare…mi aspetteranno al passo. Purtroppo per stargli dietro dovrei guidare come un ossesso e non è proprio il mio. Così posso godermi le verdi praterie che si aprono. Una serie di tornanti e poi quella di brevi a suggestive gallerie: Galleria Diroccamento, Galleria Rastello, poi la terza, la quarta e la quinta. Becco anche il rosso e rimango definitivamente indietro rispetto ai miei compagni di viaggio. Non mi preoccupo e cerco di godermi lo spettacolo. Ancora qualche tornante impegnativo per salire svelti di quota e la strada incede in modo più dolce. La termperatura torna a scendere e un senso di euforia mi pervade. Sono in uno dei posti più belli in cui poter guidare la moto. La strada qui è ampia e le curve permettono di lasciarsi andare un po’ di più. Superato il Sacrario Militare si arriva alla svolta per Umbrail Pass, che dopo pochissimo fa sconfinare in Svizzera. La strada invece gioca con il confine, marcato da un alto crinale. Ecco poi la meravigliosa cascata del Braulio, che scende impetuosa mentre iniziano gli ultimi tornanti prima di arrivare all’ombra della cima Garibaldi e del ghiacciaio del Livrio.

C’è un sacco di gente qui sul Passo. Prevalentemente moto e supercar sportive. Una bella Ferrari grigia (ma cazzo, se compri la Ferrari comprala rossa, dai!), mi lascia il posto ed io parcheggio proprio dove la SS38 inizia la discesa verso Prato allo Stelvio e quindi nella parte altoatesina. Budu e Musta hanno parcheggiato proprio al bivio che porta al Rifugio Pirovano. Li raggiungo a piedi: le gambe hanno bisogno di sgranchirsi un po’. Sono le 14 e poco più e iniziamo a sentire anche il gorgoglio dello stomaco, ma qui c’è troppa confusione.

Solite foto di rito ed eccoci con il nome del locale per la nostra sosta: il Gasthaus Weisser Knot ci aspetta qualche chilometro più in basso, proprio poco dopo aver praticamente completato la parte più impegnativa della serie dei celeberrimi tornanti del passo dello Stelvio. Guido con serenità, per fortuna non c’è moltissimo traffico, ma riesco a trovare il solito imbranato: uno spagnolo con una Seat Ibiza, probabilmente poco a suo agio con i tornanti insidiosi e stretti, tanto da fermacisi spesso nel bel mezzo…proprio una pessima idea, soprattutto per chi lo segue. Gli sto ad abbondante distanza di ultrasicurezza e per fortuna alla prima occasione si fa intelligentemente da parte per lasciare passare me e uno stormo di motociclisti con delle supersportive, che colgono l’occasione per mostrarmi il piedino in segno di saluto, mentre in branco mi sfilano ad uno, ad uno e scompaiono con il loro rombo urlante e aggressivo. Io mi godo invece il placido 850 Guzzi che scoppietta allegro ogni volta che mollo il gas.

L’iconica via si snoda quindi senza troppi patemi d’animo sotto le ruote, anche se ovviamente non bisogna distrarsi troppo: su strade come queste meglio stare molto attenti anche a ciò che combinano gli altri. Una corriera sale uno dei tornanti più stretti, proprio mentre sto arrivando e un motociclista su naked, che mi ha appena sorpassato scatenato e insofferente al mio ritmo placido, rischia di dargli un bacino. Nel frattempo, un altro motociclista sale il tornante completamente giù di mano e lo sfilo addirittura sulla mia destra, mentre con la sinistra lo mando a cagare. Ecco perché non vale la pena esagerare: è davvero un attimo. La vallata di Trafoi è sempre lì ad offrire scorci meravigliosi, ma ancora più bello è vedere finalmente il parcheggio del Ristorante: la pancia ora reclama forte, ma ha ragione, perché sono le due e mezza del pomeriggio.

Ad accoglierci per questa meritata sosta, il sorriso gentile dell’unica cameriera che ci attende sulla terrazza panoramica, in cui siamo per ora soli. Visto l’orario la cucina è chiusa, ma caschiamo in piedi con un primo giro di Forst e un bel tagliere di salumi e formaggi locali…strappo alla regola riescono a darci anche quattro würstel e noi gradiamo particolarmente questo guizzo fuori dal teutonico rigore. Il sole scalda il giusto e l’aria frizzante, unita alla vista mozzafiato, ci aiutano a rilassarci un po’. Dopo tante ore e curve in moto la stanchezza inizia a farsi sentire. Manca poco alla meta di questa prima giornata, ma questa merenda era proprio quello che ci voleva per affrontare gli ultimi tornati fino a Prato Allo Stelvio e poi la fondovalle fino a Schlanders (Silerno). Ci concediamo un secondo giro di Forst e un’oretta buona fra chiacchiere e telefonate, qualche foto, ma è ormai ora di ripartire.

Come si diceva, manca poco, ma dopo aver fatto l’ultimo tratto di tornanti e di montagna, eccoci a Spondingna dove il traffico s’intensifica e soprattutto si fa sentire il caldo. Il termometro sale fino a sfiorare i 30°, man mano si scende lungo la Val Venosta in direzione Merano. Camion carichi di mele, raccolte negli immensi frutteti da cui siamo attorniati, rallentano la marcia lungo la strada ampia e con poche curve. Siamo davvero a fine giro e più che la guida quello che ci interessa è arrivare. Eccoci finalmente al Parkhotel zur Linde di Shlanders…e in men che non si dica a mollo nella piscina, che visto il caldazzo dell’ultimo tratto, si rivela un autentico toccasana.

Dopo il pomeriggio rinfrescante in piscina, la serata trascorre tranquilla. Dopo cena ci concediamo una passeggiata nel piccolo e ordinato centro del paese, dove i turisti affollano i locali, anche se non c’è proprio il pienone. In compenso si iniziano a sentire dei rombi che riepiono la valle: decidiamo che di acqua ne abbiamo presa già abbastanza la mattina e rientriamo velocemente in Hotel. Arriviamo sotto la pergola prospicente la reception e dopo pochi istanti si scatena un forte temporale. I fulmini illuminano a giorno le montagne che coronano il paese e poco distante il campanile. Ancora qualche chiacchiera, poi la stanchezza della giornata ci spegne definitivamente.

GIORNO 2
Mi sveglio presto, come spesso accade quando non dormo nel mio letto. Sono ancora un po’ rintronato, ma tutto sommato riposato. I miei compagni di viaggio dormono ancora e manca parecchio all’orario in cui ci sarebbe stata servita la colazione. Decido dunque di andarmi a fare due passi. Il cielo è grigio, ma non particolarmente minaccioso. Per terra ancora chiazze d’umido, residuo del temporale della sera precedente. Non c’è nessuno in giro e il fresco mi sveglia in un batter d’occhio. Gironzolo per vicoli, fotograo i dettagli dipinti sulle case tipici di queste zone.

Ci sono scorci molto caratteristici, la montagna che sale ripida poco oltre le ultime abitazioni e su cui sono arroccati orti e altre strutture. Un sentiero che parte e che mi fa pensare che sarebbe bello farsi un bel trekking da queste parti. È indicato anche un castello…non so se quello che trovo è lui, ma nel caso, la dicitura pare un po’ esagerata. Torno nella strada centrale in zona pedonale, che rispetto alla sera prima è ora silenziosa e praticamente deserta. In realtà qualcuno inizia a farsi vivo: prima i lavoratori dei bar e chi li rifornisce, poi si apre uno scure ed esce un signore stropicciato, che mi guarda stranito da un paio di metri sopra e si accende una sigaretta.

Schlanders ha ripreso completamente vita, quando intorno alle 8,30, dopo una bella colazione e una bella doccia, torniamo in sella alle nostre rispettive moto e partiamo in direzione nord ovest, verso il Passo Resia. Ripercorriamo dunque la strada del giorno prima in senso inverso, fino all’incrocio che riporterebbe su Passo dello Stelvio e da lì ci immettiamo sulla SS40. Il cielo è velato, anche se il sole cerca di fare capolino, ma più saliamo e più inizia a farsi sentire il vento.

Dopo Schluderns (Sluderno…dove avevo dormito anni prima assiema all’amico Pibo, in un’altra memorabile zingarata motociclistica, di cui potete leggere qui), la strada a sinistra va verso Glorenza, a destra procede verso Mals (Malles). Subito dopo il capoluogo di zona, la strada si fa più interessante. C’è un po’ di traffico, ma è soprattutto il vento che ora si è intensificato e additirruta sposta la moto. Ciò suggerisce di rallentare la marcia e di prendere con molta prudenza i bei curvoni che piano, piano si addentrano in un contesto meno urbanizzato. È ancora il verde dei pascoli a farla da padrone, ma ad imporsi è ancora una volta il grigio. Le montagne che sbarrano la vista all’orizzonte sono coperte da nubi che iniziano ad essere poco rassicuranti. Qualche goccia e la temperatura che è scesa notevolmente ci suggeriscono una breve sosta per indossare quantomeno la giacca antipioggia: più per il vento che per le precipitazioni, che per fortuna ci lasciano in pace.

Il panorama poco dopo si arricchisce con il Lago della Muta, che placido si apre sulla nostra sinistra. Finito quello, subito dopo è il turno del Lago di Resia. La luce non aiuta a godersi al meglio i colori fantastici che contrastano fra loro, ma è comunque un grande piacere ammirare l’ambiente in cui siamo immersi. La strada continua a salire senza strappi e particolari difficoltà, se non legate al traffico ancora abbondante e lo fa fino all’iconico Campanile di Curon, che sbuca dalle acque del lago artificiale. Musta liscia lo stop, gli corriamo dietro per qualche centinaia di metri e una volta recuperato, facciamo inversione per la sosta a visitare questo luogo a dir poco suggestivo.

Le moto sono tantissime, ma visto che è ancora presto e che il tempo non è esattamente al top, non c’è una calca particolare. Ci facciamo derubare per tre caffè scadenti in una delle baracchine presenti nel piazzale antistante il Campanile, qualche foto, un’occhiata alla cartina per il proseguio del viaggio e, via in sella, senza colpo ferire. Ancora pochi Km ed eccoci al confine fra Italia ed Austria. Per fortuna il vento s’è fermato e poco a poco riemerge anche un po’ di sole. Saliamo lungo la strada 180 verso nord in parallelo allo scorrere del fiume Inn sulla nostra sinistra. La strada è parecchio trafficata, ma scorrevole e ammetto che non mi dispiace guidare in questo limbo cheto. La vallata ed i panorami meritano di essere guardati e viaggiando tranquillamente la cosa risulta più agevole. Naudern, Kajetansbrücke, Pfunds, Mariastein, Schönneg, Tösens, alcuni dei nomi che leggiamo di sfugita mentre continuiamo verso la tappa di Landeck. Del ritmo non è contento Budu e lo dichiara brontolando appena ci fermiamo in uno spiazzo per toglierci l’antipioggia: ora il sole, per quanto ancora un po’ pallido, scalda e il caldo cresce. Nello spiazzo c’è anche un camper, che decide di ripartire, proprio in contemporanea con noi…non ci lascia passare…simpatico. Budu s’infila e parte, io e Musta aspettiamo, anche perché c’è subito una galleria, poi appena fuori dal passaggio nella montagna, c’è un dritto che ci permette di superarlo in agilità e totale sicurezza. Non facciamo nessuna mossa strana, ma a quanto pare l’autista dell’ingombrante e lento mezzo non gradisce e ci espone platealmente il dito medio della mano sinistra dal finestrino. Non capisco il perché, ma mi fa saltare la mosca al naso e lo mando a mia volta in casino. Per un po’ gli faccio dei gesti come a dirgli che è un coglione: ma forse lo sono io a perderci tempo…direi più la seconda. Mi metto quindi buono e via che si va.

A Landeck ci fermiamo a fare il pieno e qui posso sfoggiare il mio meraviglioso tedesco con la signora che sta alla cassa della pompa di benzina. Il paesone è incasinatissimo e uscirne ci fa perdere un po’ di tempo e prendere un po’ di caldo, anche se per ora non si sta malissimo. Il caos però continua ben oltre, perché da qui i centri abitati dono uno attaccato all’altro. Nel centro di Zams, riconosco l’insegna di un Cliente che seguo direttamente sul lavoro. La cosa mi fa sorridere e pensare che il mondo è proprio piccolo. Da qui fino ad Imst percorriamo la strada 171, parallela alla A12 e non c’è particolare godimento, ma si continua ad essere comunque attorniati da panorami eccellenti. Alle porte di Ötzal Bahnof lasciamo la 171 per inoltrarci verso le Alpi sulla 186. Qui il panorama è già cambiato, diventando nettamente più montano. I paesotti con i tetti spioventi e le chiese coi campanili a punta si susseguono uno dopo l’altro, diventano la norma estetica. Ancora qualche chilometro ed ad Oetz ci fermiamo. È circa mezzogiorno e mezza e uno spuntino ci sta proprio.

Panino buonissimo e birretta piccola pagati a caro prezzo, ma graditi per lo stomaco a digiuno ormai dalle 7,30 del mattino. Purtroppo nell’arco della nostra sosta il cielo che si era liberato dalle nubi, torna a farsi minaccioso e dai monti nei quali siamo immersi inizia a scendere lo scuro, che proprio appena pagato il conto ci riversa addosso una pioggerellina fitta, fitta, ma per fortuna non troppo insistente.

Riprendiamo la strada verso Habichen, poi Tumpen lungo la Ötzal Straße. Piano, piano la pioggia cala la sua intensità e finalmente ci lascia in pace, lasciandoci godere della strada, qui più tortuosa e impegnativa e del panorama che proprio non manca. Quando arriviamo a Sölden, un’oretta più tardi il cielo è definitivamente azzurro. Di lì a poco la strada si dirama e comincia a salire in modo più deciso. Ci divertiamo decisamente in questo tratto.

Non c’è quasi nessuno, la temperatura torna a calare, ma il sole scalda e si sta benissimo. Le curve sono impegnative, ma la strada perfetta e ci portano dopo un bel tratto al casello per il pagamento del pedaggio. Subito dopo ci fermiamo per una brevissima sosta, ma poco dopo continuiamo verso il valico del Passo del Rombo / Timmelsjoch.

Qui ci troviamo a guidare in quello che io penso sia uno dei posti più belli in cui sia stato in assoluto e sicuramente nella top tre dei posti in cui sono passato in moto. Forse il più bello: se la gioca giusto con Campo Imperatore, zingarata motocliclistica raccontata qui. Un vallone sovrastato da due crinali altissimi. Sulla destra un torrentello che rompe l’euilibrio fra il veder tenue dei pascoli e il grigio scintillante delle rocce. Mando baci alle mucchine (che meraviglia!), che se ne stanno lì beate e spaparanzate senza batter ciglio. Un drittone di almeno un Km apre la vista e l’emozione. Poi si comincia a salire in ampi tornanti. C’è un po’ di traffico motociclistico e la pendenza, unitamente all’altitudine, mette alla prova il bicilindrico Guzzi, che a volte fatica a reagire, ma senza problemi mi porta fino al culmine del passo. Qui c’è un casino incredibile e allora dopo un rapido cenno d’intesa con i due compagni di viaggio, si procede. Peccato, perché probabilmente sarebbe valsa la pena fermarsi ad ammirare dall’alto il panorama.

Rientriamo in Italia e qui la strada è più stretta e tortuosa, ma decisamente affascinante. Strapiombi e roccia, meglio non sbagliare. Alcune sportive mi superano di slancio e non senza rischi: non li capisco, ma ognuno faccia ciò che vuole. Dopo quella dello Stelvio del giorno precedente, riecco una discesa molto tecnica, con tornanti stretti e in contropendenza. Concentrato mi godo sia la strada che il panorama. Una volta finiti i tornanti alti la strada procede con gallerie e curve mozzafiato. Il passo è buono, la discesa mi viene bene in queste condizioni. Budu rimane incastrato dietro ad una macchina, ci fermiamo un istante a bordo strada al primo dritto e poi continuiamo appaiati fino in fondo a questa strada bellissima, che non avevo mai fatto, ma che spero di poter rifare, magari salendo al contrario, dall’Italia verso l’Austria.

Ma le curve non sono finite, giusto il tempo per riprendersi un attimo e a San Leonardo inizia l’ascesa verso i 2094 metri del Passo Giovo. Poco dopo l’inizio dei primi tornanti, come il giorno prima sullo Stelvio, faccio cenno ai miei compagni di andare pure avanti. Faccio lo stesso con un gruppone di moto che mi accorgo sto intralciando. La mia moto e il mio stile di guida più rilassato non possono competere con i loro cavalli e soprattutto la loro voglia di andare. Vado su veloce, ma senza impiccarmi. La strada è davvero impegnativa, ma larga e con alcuni dritti che permettono di slegare un po’. Qualche cavallo in più qua farebbe comodo, ma in fin dei conti, non mi corre dietro nessuno e benedico la “Dorina”. Sto attento a disegnare meglio possibile le curve e inizio a sentire un ronzio che si avvicina, poi si allontana. Capirò solo una volta in cima al passo che si trattava di due Vespe ET3 Primavera, anche se dal suono avevo capito che cosa mi stava tampinando: era quello che ho avuto nelle orecchie e sotto il sedere nei miei 16 anni.

Prima di arrivare allo spiazzo del Passo, le ultime curve strette e arzigogolate e un autobus che fa da tappo a me e a tutti gli altri motociclisti che mi avevano poco prima superato in pompa magna. Ci sono anche Budu e Musta e dunque arriviamo in contemporanea. Nonostante l’altitudine la temperatura al sole è piuttosto elevata. Sono più o meno le tre del pomeriggio e appena scendo dalla moto, mi rendo conto di essere come la moto: un po’ in riserva. Per la moto la benzina è probabilmente sufficiente per arrivare a destinazione, per quanto mi riguarda è invece necessario riposare un po’, bere acqua e magari mangiare qualcosa, anche se la sensazione di fame non è al momento presente. Ci mettiamo in un angolo ombreggiato a decidere sul da farsi, proprio sotto l’appendice finale della tettoia che copre una bella terrazza a sbalzo sulla vallata. La distesa di tavolini è affollata, ma non piena. Visto il salasso per un buono, ma minuscolo panino nella merenda fugace di mezzogiorno a Oetz, buttiamo un occhio al menù e capiamo che conviene scendere dal passo per trovare qualcosa di più alla portata. Puntiamo lo Sporthotel Kalcherhof di Calice, quache Km e qualche bella curva più in basso e più a est, sempre sulla SS44 in direzione Vipiteno.

Poco dopo la partenza la strada è parecchio dissestata e ci sono anche alcuni cantieri con semaforo che rallentano la discesa, poi per fortuna la strada torna ad essere gradevole. Ampi tornanti e curvoni in cui la frescura viene garantita dalla foresta che ci circonda. Una mezz’oretta di guida senza patemi, anche perché la stanchezza non è stata assorbita dalla breve sosta al Passo Giovo e quindi preferisco non forzare il ritmo, per non incappare in problemi da scarsa lucidità. Sento un rombo potente alle spalle e vedo la sagoma nera di una Mecedes-Benz di quelle tutte tirate da corsa: lascio strada al primo dritto e così faccio per un nugolo di auto sportive che mi passano a tutta velocità e si buttano a rotta di collo lungo il tracciato serpeggiante. C’è un po’ d’incoscienza, ma ammetto che il primo pensiero che ho è: vacca che manici. Finalmente arriviamo a destinazione, parcheggiamo le moto a pochi passi dagli schiamazzi di alcuni bambini che giocano nella piscina dell’Hotel. Una tettoia copre una distesa enorme, ci mettiamo in un angolo. La strada è lì di fronte a noi e così possiamo vedere il via, vai di moto e auto di tutti i tipi. Siamo in un piccolo dritto e così le “aperte” appena passata la curva da cui proveniamo e le staccate per chi sale, sono una costante. A fare da contraltare allo sferragliare, il pacioso candore di una piccola cappella sul lato opposto della strada, a contrastare con il verde che ci circonda e a ricordare dove siamo con la sua architettura inconfondibilmente legata a questi luoghi: (piccolo) campanile a punta e tetto spiovente. A ricordarci dove siamo arrivano subito le prime tre Forst e poco dopo un tagliere con ottimo speck e formaggi di malga. Uno spuntino che visto l’orario, era ormai necessario. Qui il telefono non prende benissimo e non ci è quindi possibile controllare senza fatica le previsioni meteo, cosa che ci viene istintiva sentendo cambiare l’aria e vedendo l’avanzare di qualche nuvolona all’orizzonte, dove la strada s’incunea verso il solco sottile tracciato dal Rio Mareta, affluente del Fiume Isarco.

Mangiamo e ci facciamo pure un secondo giro di Forst, che a detta di Musta sono un po’ troppo calde (non a torto). Ritemprati da questa sosta e dall’abbondante merenda, decidiamo di partire, vedendo che il cielo diventa sempre più minaccioso e soprattutto l’aria sempre più fresca. Rieccoci dunque per strada per l’ultimo tratto. Scendiamo sereni lungo la bellissima strada, dalle ampie curve su cui dondolare e cullarsi.

Fino a Vipiteno lo facciamo senza troppa preoccupazione, ma appena imboccata la valle dell’Isarco, eccoci di fronte alla cruda realtà: lungo la strettoia scavata dal fiume, sta piovendo e a giudicare da quello che si può vedere già da qua, in modo abbastanza copioso. Non ci vuole moltissimo per capire che non l’avremmo scampata. Le prime gocce e la vista a media distanza ci convincono alla sosta immediata per vestire la giacca antipioggia. Mentre ci fermiamo al primo slargo disponibile sulla SS12, la pioggia s’intesifica. Ripartiamo sperando di non prenderne troppa: siamo veramente quasi arrivati, ma purtroppo le nostre speranze naufragano poco dopo, quando a pochissimi Km da Brixen (Bressanone), fra Mezzaselva e Fortezza, arrivano le secchiate che ci affogano definitivamente. È andata. Per fortuna non fa freddissimo, anche se la temperatura s’è abbassata notevolmente. Più ci avviciniamo a Brixen, più l’intensità della pioggia si placa, ma quando ci addentriamo nel cortile interno del monumentale Istituto Vescovile Vizentinum, siamo, come si suol dire in gergo “passati d’acqua” nella parte bassa: pensavamo che i pantaloni della tuta antipioggia fossero un di più e probabilmente a ragione, ma quelle tre secchiate hanno cambiato tutto.

Ci sistemiamo in questo collegio che d’estate è adibito di fatto ad albergo: abbiamo una piccola ala e una stanza con due letti tutta per noi. Il bagno doppio nel corridoietto su cui si affacciano le porte delle stanze, ma isolato dal corridoio principale con una porta adibita. Una bella doccia per rinfrancarci dalla pioggia presa, i vestiti ad asciugare, sperando che facciano in tempo entro il mattino seguente ed eccoci pronti per la cena.

Siamo stanchi, ma la passeggiata lungo fiume, sulla pedonale/ciclabile interna, fino al centro della cittadina altoatesina è piacevole. Ha smesso di piovere da un po’ e prima del tramonto ha fatto capolino anche il sole. Abbiamo prenotato in un locale del centro e ci arriviamo dopo meno di 20 minuti a piedi. Purtroppo la sorpresa sta nei prezzi indicati sul menù, molto diversi da quelli che avevamo trovato online: qui per un piatto di spaghetti chiedono 23 € e per un secondo mediamente fra i 35 e i 50 €. Per fortuna fanno la pizza, che non è proprio a buon mercato, ma ci permette di non essere dissanguati: roba da matti prezzi del genere.

La cena diventa così veloce e vista la stanchezza accumulata e che ora presenta il conto, dopo poco, decidiamo che non è il caso di insistere: torniamo alla base per una bella dormita, non prima di aver gettato le basi per l’itinerario del giorno successivo, prendendo un po’ di fresco su una delle panchine antistanti il severo androne d’ingresso della struttura che ci ospita.

GIORNO 3
Mi sveglio con le prime luci dell’alba per andare in bagno, ma con l’intento di tornare a dormire almeno per un po’; mi sono anche dovuto coprire con il lenzuolo, perché non fa così caldo e devo dire che la sensazione è piacevole. Appena torno ad accucciarmi, però, capisco che di riaddormentarsi non c’è proprio speranza. Devono ancora scoccare le 6 quando esco dalla camerata.

Una volta fuori dall’androne trovo ad accogliermi l’aria umida e frizzante e una luce fioca che illumina appena le montagne di fronte. Ho controllato online e poco distante c’è una panetteria/pasticceria che dovrebbe aprire di lì a poco. L’idea è quella di farsi due passi fino al centro e al rientro fermarsi a comprare qualcosa per la colazione, che oggi non è compresa nel costo della camera. Passo e vedo che è già aperto con anticipo rispetto all’orario indicato. Poco prima mi sono anche messo la felpina che iniziavo a pensare come un di troppo, ma che ora viene molto, molto comoda. Compro un panino allo speck, una fetta di strudel di mele e due bretzel, che non si sa mai.

Metto tutto nello zaino e torno a percorrere la pedonale verso il centro a bordo Isarco. Brixen dorme ancora, salvo qualche infreddolito e fugace passante. Torno a gironzolare sotto i portici che solo poche ore prima erano chiassosi e pieni di tavoli, ora silenziosi e vuoti. arrivo di fronte alla doppia torre in stile austroungarico del duomo. Purtroppo un’impalcatura per la restaurazione rovina un po’ la vista, ma il monumento rimane comunque molto affascinante. Così come lo è la cittadina immersa nella luce tenue di questo mattino terso, che fa risaltare i colori pastello delle mura

Penso che vivere qua dev’essere rilassante e ancora di più mi ribadisco il concetto incrociando sempre più persone, sul il lungofiume che si appropinquano in senso opposto al mio di rientro verso l’imperioso Istituto Vescovile.

Quando rientro Budu e Musta sono vestiti e quaasi pronti alla partenza: suggerisco loro la Pasticceria Gasser e lo faccio mentre sbriciolo un po’ di delizioso strudel in giro. Mi ascoltano e così, poco dopo ci troviamo vestiti da moto proprio a parcheggiare le nostre due ruote davanti al sorriso delicato della stessa cameriera che mi aveva accolto un paio di ore prima. “Sono tornato e ti ho portato degli amici, perché lo strudel era buono”. Con il tipico accento altoatesino, ringrazia e prende l’ordinazione.

Eccoci pronti alla terza e ultima giornata: si è deciso di godersi la mattinata cercando di stare in alto e in mezzo alle curve il più possibile, per poi accellerare dopo pranzo il rientro tramite autostrada, da Rovereto.

Dobbiamo percorrere un pezzetto di SS12 (la Brennero), fino alle porte di Bolzano e qui c’è la prima sorpresa della giornata: la strada offre un percorso più che suggestivo e inaspettatamente piacevole, sia agli occhi, che alla guida. Seguiamo da sotto il percorso dell’A22 e dall’alto quello dell’Isarco. Ci fermiamo a fare benzina (alla modica cifra di 1.999 € al litro..gnesa ‘mela ‘sideint…), poi di nuovo a goderci le lunghe curve e i costoni di roccia che ci sovrastano. Icrociamo un nugolo di 500, quelle belle, quelle piccole, quelle degli anni ’60, ’70. Meravigliose, tutte colorate e ordinate. Allargo le braccia in segno di meraviglia e vengo ricambiato con saluti a colpetti di clacson o mani sporte dai finestrini socchiusi per l’aria ancora frizzante. Poco prima di Kardaun (in italiano Cardano, che per uno che è in sella ad una Guzzi è un bel giochino di fatalità), svoltiamo a sinistra lungo la SS241 in prossimità di Karneid (Cornedo all’Isarco) e qui la strada torna a farsi più impegnativa. Saliamo su una via piuttosto ben tenuta e divertente. Curve divertenti in un contesto che torna ad essere quello di una stretta vallata fra costoni di roccia e vegetazione rigogliosa. C’è poco traffico, ma qualche macchina da superare con attenzione nei pochi dritti disponibili, ci si para davanti. Guida serena e dal passo allegro, ma non eccessivo, c’è da divertirsi: la domenica mattina è partita bene.

Arriviamo a Birchabruck (Ponte Nova), dove lasciamo la SS241 e proseguiamo lungo l’austera SS620. La strada qui inizia a salire seriamente e perdo per un attimo il resto della banda, perché non riesco a fermarmi in tempo per una piccola sosta. Tanto mi riprendono senza problemi. Salgo, quindi piegando e contropiegando. Qui inizia a fare freschino. La foresta avvolge la strada e l’accompagna fino a che non si fa largo l’imponente massiccio del Latemar (la mia montagna preferita per snowboardare). Eccoci al confine fra Alto Adige e Trentino: siamo al passo Lavazè. C’è nuvolo, ma di fronte a noi si apre la valle dell’Agide, che pare libera da sorprese, anzi soleggiata. Una pausa di qualche minuto nel piazzale, recupero la pipì non fatta prima e si riparte. Mi sale un po’ di malinconia, ma spero che guidando mi passi. Ora la strada scende verso Cavalese. Bella guidata, divertente e mano a mano che si va verso la bella cittadina nella “magnifica comunità della val di Fiemme”, la temperatura torna ad essere più che gradevole. Ripasso per strade che ho già visto tante volte e che furono protagoniste del rientro anche dell’ultima Zingarata estiva a cui avevo partecipato, un paio di anni fa e di cui purtroppo non ho avuto l’intelligenza di lasciare traccia su questo blog.

Percorriamo lo stradone che costeggia il Torrente Avisio, prima di deviare verso Castello di Fiemme, poi all’incrocio con la strada che porta verso il rognoso passo Menghen (già dato e una volta penso possa bastare), eccoci verso Molina di Fiemme dove lasciamo la SS612 a favore della SP71. Poco dopo costeggiamo il Lago di Stramentizzo e ricominciamo con le curve. Anche oggi non ci facciamo mancare nulla in tal senso: Pradel, Casalta, Piscine, Mezauno, fino a Sover e da lì deviamo sulla SP83 fino al lago di Serraia e all’altopiano di Piné. Sarebbe stato un tratto molto bello, ma purtroppo il traffico della domenica ha un po’ rovinato il gusto di guidare su queste belle strade. Ci sono anche alcuni colleghi Biker che non si comportano proprio bene, in particolare un tedesco con una Grossa Harley (una street glide?), che sorpassa in modo sconsiderato, mettendo sé stesso e gli altri in pericolo. Da qui un piccolo errore di navigazione, ci riporta indietro lungo la SP71 fino a Cembra. La strada è bella e quindi l’errore diventa comunque qualche divertente curva in più. Nel paesone ci fermiamo per una sosta per un caffè e qualcuno ci mette anche il rinforzino di un bignè.

Ripartiamo dopo circa una mezzoretta e torniamo sui nostri passi. Dopo aver ripercorso in senso inverso l’ultimo tratto di SP71, ci ricolleghiamo alla SP83 fino a Pergine Valsugana. Qui il caldo inizia a farsi sentire e anche l’appetito, nonché la stanchezza. Gli occhi hanno occasione di rinfrancarsi quando a San Cristoforo al Lago si apre di fronte a noi il Lago di Caldonazzo, che brilla al sole. Lo costeggiamo su tutto il lato ovest su una strada piuttosto carica di traffico, poi a Calceranica al Lago, deviamo secchi a destra lungo la SP1, che s’inerpica stretta e tortuosa fino a Bosentino. Poco dopo deviamo veso sud sulla più ampia SS349 fino a Carbonare, dove imbocchiamo la salita verso Folgaria, lungo la SS350. Anche qui il traffico è davvero troppo per godersi al meglio la strada che comunque regala piccoli momenti di piacevole guida. Molto meglio diventa però il tratto di SP2 che imbocchiamo dopo il centro del celebre paesone, per dirigerci verso Serrada prima e dopo qualche Km alla frazione di Piazza, dove in prossimità di una strettoia fra le case, imbocchiamo a sinistra per il parcheggio della chiesa. Ci fermiamo: a poche decine di metri ci aspetta l’osteria 33 e la sua arieggiata terrazza fra le casupole che si affacciano sulla valle dell’Adige.

Un bel piatto di tagliatelle con la salsiccia e i finferli, è proprio quello che ci vuole. Solo acqua gasata (in abbondanza), perché la calura e la stanchezza non lasciano margini. Siamo in giro da parecchie ore e siamo anche consapevoli che di fatto il bello del nostro giro finisce praticamente lì. Dopo circa un’ora e mezza e con la pancia piena, torniamo alle moto che ci aspettano all’ombra nel borghetto di Piazza. In fondo alla valle lo scuro fa preoccupare di nuovo. Partiamo e il ritmo è serrato per evitare un altro temporale. Le ampie curve e la discesa ripida ci portano in un batter d’occhio nel caldazzo di Rovereto. Solo qualche goccia lungo la bella strada che ci ha fatto passare per Pedrazzi, Valduga, Valgrande e Noriglio: tutto sulla SP2. Come al solito Rovereto è incasinato, ma per fortuna meno di altre occasioni. Eccoci dunque al casello autostradale dell’A22, che ci accoglie con una bella colonna. Procediamo piano mentre le ultime gocce cadono dal cielo, che però va schiarendosi all’orizzonte. Per fortuna anche la colonna prima si dirada, poi di dissolve e così possiamo metterci a velocità costante di crociera. Il caldo diventa quasi insopportabile e rincoglionisce. Quando ci fermiamo siamo ad un passo dal confine fra la provincia di Mantova e di Reggio. Bevo una bottiglietta d’acqua in un sorso unico. Ci salutiamo qui. Quando ripartiamo accelleriamo il passo: abbiamo ormai tutti voglia di arrivare a casa. Il termometro oscilla fra i 31 e i 34°. Si bolle. Dalla sosta poco meno di un’oretta per rivedere le strade di Piastrella Valley, poi quelle del quartiere. Il pomeriggio è quello di una domenica d’estate. Non c’è nessuno in giro. Entro dal cancello di casa, che gracchia un po’ nel silenzio torrido. Smonto e l’unica cosa che mi viene in mente è: spero di rimontare presto in sella.

Tre giorni di passi, montagne, un po’ di pioggia, caldo, freddo, birre, curve (davvero tante), speck, compagnia, mucche al pascolo, laghi, vento, solitudine, chiacchiere, wuster, camminate mattutine, campanili a punta, temporali, strudel, malinconia, guten Morgen…circa 1050 km. La cosa più dura è stata scendere dalla moto per tornare alla routine delle quattro ruote e visto che sto scrivendo a distanza di qualche giorno, posso dire che invece che migliorare, col passare del giorni questa sensazione peggiora. Speriamo ci sia presto un’altra zingarata e con essa un altro bel pieno di emozioni.


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