Me la sono presa con calma. Dalla presentazione avvenuta a pochi giorni dall’uscita ufficiale in quel di Sassuolo ad oggi, sono passati circa due mesi. Ho letto a piccoli tratti, un po’ tutti i giorni, questo che è l’ultimo capitolo del lavoro letterario di Sandro Campani. Uno spin off? Forse è esagerato definirlo così, ma certamente, la figura di Toschi, già conosciuta e qui approfondita in modo da non lasciare più nulla al caso e la sua storia, si innestano in quello che può essere considerato un percorso lineare, iniziato già nei romanzi che lo hanno preceduto.
Anche in questo caso i protagonisti, i luoghi e le parole sono famigliari per noi che viviamo fra Piastrella Valley e l’appennino emiliano e tutte le volte che mi trovo a sorridere per un’espressione delle nostre e a vedere con gli occhi un posto, mentre ne leggo la descrizione (come lì dalla vecchia pesa, poco dopo aver oltrepassato il ponte sul Secchia o, come lo chiamiamo da queste parti, il Ponte della Veggia), mi viene da chiedermi se chi non è di qui riesca a godersela lo stesso questa lettura. Forse di più, perché non ha il peso dell’amara realtà, della trasandatezza di questi luoghi votati alla polvere e “sembra fatta di tempo, quella luce che porta già il rimpianto delle cose che ha toccato”. Certo in modo diversa. E non so proprio se definirmi per questo privilegiato, perché…
L’amarezza è quello che ti rimane dopo che hai letto di come in un ventennio scarso, la vita di un uomo si trasforma. In realtà non è nemmeno di trasformazione che si può parlare, quanto di un’inevitabile evoluzione. Il tempo scorre velocissimo, ma va lontano e pare invece passato solo un attimo. Le vite di chi ci circonda che esplodono da quella di un bambino a quella di un uomo complicato, diverso da Toschi, ma forse, anzi, quasi sicuramente destinato allo stesso destino: valutare la propria vita attraverso il lavoro, che diventa più di un’ossessione, quanto, di fatto, l’unica possibilità per completarsi, mentre poi ci si rende conto di aver perso: tempo, vita, persone, opportunità. Gli uomioni di questa terra sembrano dei treni: hanno dei binari e devono seguirli. Possono fare piccole deviazioni nelle stazioncine che sono il proprio, personale capolinea, ma poi bisogna ripartire lungo il binario prestabilito e confluente, che in questo caso porta indiscutibilmente in Ceramica.
Chi sta da queste parti conosce bene questa situazione, conosce bene le battute sprezzanti su chi si permette di non avere come unico scopo il lavoro stesso, che non è nemmeno il mezzo per arricchirsi. Certo, subito pare così. Te la giustifichi così. Lavorare serve per comprare un macchinone, una bellissima casa, che però non sarà mai veramente casa tua. Una casa con presenze ingombranti, troppo grande, che rimarrà un incompiuto, un passaggio costante a ricordare che la vera casa è solo la SARCEM: piazzali pieni di pallet di piastrelle, polvere, smalti, muletti, rumori.
Però poi tutto deve finire e lascia solo quell’amarezza di cui sopra. Certo c’è “la zuppa inglese”, persone con cui passi giornate intere ma “di sicuro non puoi parlare ad Emanno di quel che spera per la propria vita, se non da ubriachi e sapendo che il giorno dopo per entrambi sarà stato come non averlo fatto”, gli amici al bar che ti danno del lei ma che “se ti sfottono, vuol dire che ti vedono”, ma poi alla sera la domanda rimane “dov’è andata tutta quella vita?” e più passano le sere, più la domanda non te la fai nemmeno più: semplicemente prendi atto di essere rimasto incastrato. Ogni tanto fai fatica a dormire, perché ti attanaglia all’improvviso il pensiero dell’invecchiare e di quello che stai per sempre lasciando indietro: è bastata una canzone, una foto, o ritrovare quelcosa che era in una stanza da anni, una scatola di ricordi, un oggetto appoggiato e poi dimenticato a prendere polvere. Quanto tempo è passato? Non lo sai nemmeno tu, esattamente. Allarghi le braccia sconsolato e appena lasci il posto di lavoro, per quelle poche ore che ti rimangono nella giornata prima di crollare stellato dalla fatica, la solitudine diventa una soluzione per non dover ammettere che ormai le cose sono andate così e ogni cosa ha il suo tempo, ma tu il tuo lo hai perso vicino ad una pressa, inserendo degli ordini, rispondendo a delle e-mail dall’america o in macchina verso un rivenditore di marmo. Poi ti ritrovi a canticchiare da solo per farti compagnia, mentre riempi il tempo di abitudini, come se servissero a tenerti impegnato dal fare pensieri troppo dolorosi e magari dirti anche che non si sta poi così male da solo, quelle “…cose minime che adesso fa da solo, nel silenzio del mattino o la sera tardi quando torna, gli danno il gusto dell’abitudine”.

Una vita con persone che lo sbirciano, magari con malizia o malcelata invidia, ma di certo poca consapevolezza; perché Toschi è l’uomo in vista, che grazie al lavoro che fa, magari, cambia la macchina spesso. Come se fosse quello che conta davvero nella vita: “come se il fatto di conoscerlo da sempre li dispensasse dal conoscerlo davvero”. Una vita di solitudini: “la vita di Toschi è lavorare”. E in questa frase, circa a metà del libro, c’è riassunto tutto il prima e l’inevitabile dopo della storia. Prima si corre sui binari di cui sopra, quasi inconsapevoli, istintivamente, obbligati dal vapore culturale in cui siamo cresciuti, che non lascia scapo, che spinge forte nella pancia della locomotiva; dopo si raccolgono i frutti di quesa non scelta, vincolante ed eterna: non c’è scampo, anche se te ne accorgi, non vai più da nessuna parte. E allora tanto vale farne un valore di ciò che ci ha rovinato la vita, perché oltre al dolore di averla sprecata a solo a lavorare, ci manca anche che dobbiamo ammettere che siamo stati dei coglioni…ma dentro di noi, quando alla sera siamo soli e soli per davvero, come solo chi lavora e basta sa essere, eccome se lo sappiamo che siamo dei grandissimi coglioni.
Poi c’è la Ceramica, sì, con la “C” maiuscola. Perché da queste parti le industrie di Piastrelle si chiamano semplicemente: Ceramica, quel luogo dove “…erano tutti cazzoni, abituati a risolvere i problemi con quello che avevan per le mani…” e a leggere queste parole non so se mi viene da ridere o da piangere. Perché è così e mentre tutti pensano sia il suo bello, che fa anche un po’ simpatia e di cui qua tutti si vantano, è la nostra condanna: quella di lavorare in un ambiente in cui essere organizzati, istruiti, come direbbero oggi, pieni di skills, non conta nulla. Perché un conto è sapersi arrangiare quando serve, ma qui pare proprio che se provi ad organizzarti sei solo un fighetto, uno che in realtà non ha mica voglia di lavorare, che altrimenti staresti più tempo sul muletto e meno in ufficio a pigiare dei tasti. Sta cambiando (forse), ma per noi, che abbiamo più di cinquant’anni e lavoriamo nel settore da anni, come per Toschi, è troppo tardi. E allora leggi e ti viene il magone, come se stessero parlando di te. Il fatto è che Sandro sta esattamente parlando di te, di tutti noi che viviamo qui nella zona delle Ceramiche. Dall’amarezza che ci mette, direi anche un po’ di sé stesso. Ognuno con il proprio scutmai: quei soprannomi che ti affibbiano con un po’ di cattiveria e spesso disprezzo, perché osi non essere fino in fondo conquistato da questa ossessione del lavoro e delle piastrelle. “Sei in punto”: che è giusto, ma qui da queste parti, dove gli stand della fiera assomigliano ad un privèe di una discoteca, ma per il resto si va in giro, orgogliosamente, tutti impolverati dall’alba a sera tardi, non va bene.
Ma appena sopra Piastrella Valley c’è anche la collina e poco più su la montagna. Qualche Ceramica è arrivata anche fin là a dar da lavorare a comunità che erano abituate a svuotarsi per venire giù dove la valle del Secchia inizia a spianare. C’è pieno di capannoni, brutti, disordinati, ma resiste anche la natura e la campagna. Quella da cui quasi tutti quelli che fanno parte di questo mondo sono originari e di cui fanno ancora parte intimamente. Quelli che amano stare nei boschi e sui sentieri appena hanno due minuti e magari dicono anche che sarebbe bello vivere lontano da Piastrella Valley, ma poi al lunedì li trovi di nuovo in fila sulla Pedemontana o in Via Radici.
Ma man, mano che si va avanti “Gli anni si ammucchiano con meno ritegno” e noi che siamo “…uomini al di là e al di sopra del lavoro, mentre il lavoro li brancica e li svuota, lasciando carcasse talmente pulite che non odorano nemmeno più…”, cominciamo a parlare coi fantasmi o almeno sperare che ci siano per non ritrovarsi, davvero, completamente soli.
Un libro che mi sembra quasi di aver cotribuito a scrivere, ma che per fortuna ha scritto Sandro, che anche questa volta si è dimostrato bravissimo: però, che malinconia m’è salita nel leggerlo e quindi vederci così brutalmente da fuori. Un libro davvero cupo, come dice l’autore, in cui anche quando si sorride, non si può fare a meno di pensare che non ci sia proprio niente da ridere. Uno specchio per molti di noi, che può far male, ma chissà un monito per non ripercorrere i nostri errori, se uno lo legge per tempo.
Amarissimo e per questo bellissimo!

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