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Più che altro per non dimenticar(Si)


Odissea

Sono passati diversi giorni da quando ho partecipato alla visione del nuovo, discusso e a tratti aggredito nuovo film di Christopher Nolan, dedicato all’opera epica Odissea. In mezzo ho messo anche un mio viaggio personale, ma decisamente meno faticoso di quello di Ulisse, in questa pellicola interpretato ottimamente da Matt Demon, che con Nolan pare avere un feeling particolare.

Lascio da parte le polemiche che hanno invaso i Social e quindi i nostri device, duque, volente o nolente, le nostre vite, nelle settimane precedenti la prima di questo che è probabilmente il film più “pesante” dell’estate 2026: pesante per l’importanza assoluta che ha l’opera di un grande regista, che ogni volta che regala un nuovo lavoro, lo fa ponendo il suo titolo fra gli imperdibili; pesante per il budget enorme che permette ovviamente espedienti enormi; pesante perché non siamo più abituati a film così autenticamente impegnativi, nonostante si sia cercato a chiacchiere di rendere questa pellicola alla portata di tutti. Ma non lo è. Forse non è nemmeno alla mia. Questo perlomeno me lo sto chiedendo da quando sono uscito dalla sala, anzi già durante la proiezione e non ho ancora una risposta definitiva. Non è alla portata dei soliti comunicatori da strapazzo, che asciugano l’essenza artitica, per concentrarsi sui cavilli polemici, unica maniera per darsi importanza. E dire che capire questo film, credo che potrebbe fare bene soprattutto a queste persone…ma lo dico io che non sono certo di averlo capito del tutto, meglio andare oltre.

A chi mi ha chiesto se il film mi sia piaciuto ho risposto in modo convinto e senza indugi di sì, ma in modo asciutto, senza quello che spesso mi scappa di fare, cioè di scivolare immediatamente nelle motivazioni non richieste, nell’entusiasmo e nell’innamoramento. Niente di tutto questo, perché il motivo per cui mi è piaciuto moltissimo questo film sta in quello che definirei come un paradosso: il film mi è piaciuto perché è carico di angoscia e questa pare si sia trasferita a far comunella con le mie, spesso non dissimili da quelle di un eroe, che qui diventa una persona in carne ed ossa: nobile, truffaldino…semplicemente e umanamente incoerente.

Il film è un’autentica Odissea, Nolan non fa sconti a nessuno, non prende praticamente mai scorciatoie. Sì, qualche volta nei dialoghi attualizza in modo che fa sorridere, ma il più del tempo lo passa non tanto ad onorare il testo originale (lo dico per sentito dire, perché io non l’ho mai letta per intero l’Odissea), quanto a dare forza al significato principale racchiuso nell’opera attribuita ad Omero: il perdersi per potersi realmente trovare, il perdere il controllo di sè, per tornare sulla retta via. Il darsi meno importanza, senza sminuirsi: trovare in realtà equilibrio, non solo con sé stessi, ma soprattutto con chi e ciò che ci circonda.

Le immagini del racconto spesso ricco di flashback possono confondere, perché la non linearità del racconto impegna ulteriormente. Le impennate delle scene più cruente (anche se poi il sangue non c’è mai…lo avete notato?), si alternano con i bassi regimi delle riflessioni, dei lunghi dialoghi sul perché delle cose. Piccoli simposi filosofici e poi la pratica feroce e senza fronzoli. L’attesa testarda e stantia, si alterna con l’azione e il piscio in cui stare rintanati, mentre si attua il sotterfugio che permetterà di porre fine all’assedio e infine vincere la guerra, in modo forse poco onorevole, ma definitivo e sacrificando un amico, un valoroso, senza chiedergliene il permesso.

C’è un qualcosa di spietato in questa pellicola di Nolan, che non rinuncia ai voli pindarici delle riflessioni, del cerebrale, ma lo accantona più che in altre sue opere dove la faceva da padrone, a favore di qualcosa di più sentimentale ed emotivo. Anche nel personaggio di Circe, vedi la disperazione, in Polifemo l’istinto, in Scilla e Cariddi la potenza soverchiante e inspiegabile della natura, tutto al posto della cattiveria, che certamente non si può attribuire alle forze naturali avverse. Le sirene non le puoi sentire e non ha senso provarci, ma ti fregano il cervello senza muovere un muscolo, poi però ci sono i Lestrigoni ad equilibrare tutto con la loro brutalità. Calipso (la meravigliosa Charlize Theron), da e toglie: toglie la consapevolezza, il ricordo, l’essenza, il desiderio, ma nel frattempo culla. È meglio rimanere nello stordimento del loto o tuffarsi nel turbine della vita? Ulisse pare non abbia dubbi e dopo un lungo periodo fugge dalla quiete per affrontare la sua verità, anche i dolori del ricordo e l’imprevisto di un ritorno dopo anni di assenza. Pare quasi che parli a quanti di noi, in quest’epoca moderna, fuggiamo dalla riflessione, “drogandoci” con tutto ciò che ci può distogliere dall’umano e umanamente vivere e dunque a volte alternare dolcezza al dolore, meraviglia all’orrore. La coscienza sotto forma di una deliziosa fanciulla in tunica bianca, non lascia scampo e riporta a schiantarsi contro casa: le rocce inospitali di Itaca. Qui una tela fatta e disfatta da una moglie che non si arrende, pretendenti pronti a tutto per accaparrarsi il trono, un figlio obbediente, ma ambizioso da salvare e a cui cedere il passo, un porcaro ipovedente come alleato fedele, assieme ad Argo che aspetta la voce del padrone per poter finalmente morire in pace.

C’è tanto, forse troppo dentro a queste quasi tre ore di pellicola. Molto più di quello che ho voluto citare per sommicapi in queste poche righe. In ogni caso non c’è mai la caciara dell’epica a buon mercato, ma sempre una forza che tira dentro ad una cripta buia in cui obbligarsi a riflettere sull’essenza degli esseri umani e delle scelte che fanno di fronte ai pericoli o alle scorciatoie, alle opportunità che mettono di fronte a bivi morali. L’essenza delle persone che non è mai bianca o nera…e per fortuna. C’è la legge di Zeus, che pare così simile a quella tradita dei moderni dei, di cui si sbandiera il nome e per il cui nome si compie di tutto, fuorché la basilare carità.

Sì, mi è piaciuto, ma non sono ancora convinto sia alla mia portata…so solo che quel senso di angoscia non passa e quindi che il segno l’ha sicuramente lasciato. Certamente non la domanda sul colore della pelle di Elena: che se uno si vuole fermare lì, vuol proprio dire che il film non è alla sua portata e nemmeno la vita che ci aspetta. Rassegnatevi: vi verrà restituita l’infamia prima di quanto pensiate, come ad Antinoo, che si vede recapitare tramite Ulisse quella Sinone, quando ormai non era che probabilmente un lontano e offuscato ricordo da cacciare nel diementicatoio.



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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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