07 VIII 2026 – Giorno 1
Il sole regala un effetto magico al campanile di Bagno. Lo vedo almeno tre o quattro volte al mese, prevalentemente da questa prospettiva, venendo quindi da Sud in direzione Nord, per riallacciarmi con la Via Emilia, dopo il tratto di strada bassa che dalla SP51, tramite Via Canale, porta prima a Casalgrande, poi alla SP66 da Via Canaletto e infine, da Arceto a qui sulla SP52. Strade e luoghi visti e rivisti, ma che con il sole sorto da poco e la temperatura ancora abbondantemente sotto i 30°, rendono davvero gustoso anche questo primo tratto di zingarata. I Km da macinare, se tutto l’itinerario studiato per oggi sarà rispettato, saranno poco meno di 400, ma come sempre il primo tratto di strada, per togliersi il più possibile dalla rovente Pianura Padana, verranno macinati in autostrada. Si va di nuovo verso nord, di nuovo verso il Lago d’Iseo, già incontrato poco meno di un mese fa nell’ultima Zingarata motocislistica (qui raccontata). Oggi sono da solo e anche se tutte le autostrade sono abbastanza simili da queste parti, decido di cambiare e di infilarmi al casello di Reggio E. sull’A1 in direzione Milano. Il traffico è sostenuto, ma non troppo impegnativo e così riesco a viaggiare potendomi anche concedere il lusso di ascoltare un po’ di musica, grazie al nuovo interfono con auricolari, che ho appena installato sul casco.

A Fiorenzuola prendo la deviazione verso Brescia e qui da tre, si passa a due corsie. Purtroppo ogni tanto capita che qualche camion voglia sorpassare, creando tappo e rallentamenti. Il sole ora è abbastanza alto, ma per fortuna la temperatura ancora più che sopportabile. La campagna piatta di fronte a me scorre veloce, fra fossi e granoturco alto come giganti, che diventerà il maggiore elemento decorativo da qui alle prossime ore di guida. L’autostrada è veramente una palla incredibile e dopo aver visto il Po in profonda e tristissima sofferenza all’altezza di Cremona, decido che anche basta. Esco all’uscita di Manerbio a qualche decina di Km dall’innesto con la A4 e di Brescia. L’idea è quella di salire verso nord un po’ alla vecchia maniera: poco navigatore, tanti nomi da ricordare e da seguire un po’ a sentimento, memoria e senso dell’orientamento. Sennò che zingarata è, se non passi da paesi dai nomi improbabili, se non vedi luoghi della profonda campagna italiana e se non ti fermi in qualche bar dove accenti e dialetti incomprensibili ti fanno sorridere e amare il tuo viaggio?

Va tutto benissimo per il primo tratto. Vedo il cartello che dirige verso Offlaga e mi inoltra lungo una bellissima strada di campagna, immersa praticamente nel nulla. Il Furmintoun è per l’appunto altissimo e crea delle sorta di barriere a schermare l’orizzonte, che sarebbe piatto, ma che così si arricchisce dove a fare la differenza e a dare punti di riferimento sarebbero altrimenti solamente gli alti campanili delle chiese di campagna. I muri scrostati degli angusti centri abitati della bassa fanno rimbombare i clack meccanici del cambio, la velocità è bassa, ma costante. La temperatura è ancora intorno ai 25°, quindi gradevole. Mi fermo a pochi passi da un fosso, in uno slargo di ghiaia per controllare meglio la mappa: ho improvvisato così tante volte, che ci manca solo che il navigatore mi mandi a quel paese dicendomi “fa ‘mo quello che ti pare, ma lasciami in pace”. Troppo divertente, infilarsi a sentimento lungo queste stradine in cui il tempo sembra quasi essersi fermato. Offlaga, Quinzanello, Dello, poi su lungo la SP33 fino a Longhera e finalmente a Brandico vedo un bar aperto e mi fermo per la prima vera e propria sosta. Non sono ancora le 9.00 del mattino, ma il sole inizia a scaldare in modo più deciso. Il termometro della moto segna ancora 25° gradi, ma si sente che l’aria sta cambiando. Me ne accorgo non appena esco dal pergolato sotto cui mi sono rifugiato per un caffé e un po’ di acqua, ascoltando i suoni gutturali di una tavolata di anziani, caciaroni che discutevano animatamente squassando un giornale locale veementemente. Di cosa: non ho capito, ma la scena mi ha comunque divertito. Prima di rimontare in sella e procedere mi sono concesso qualche minuto per rispondere ai messaggi arrivati nel frattemo e a leggere alcune notizie di calciomercato.

Quando riparto la strada continua ad essere piuttosto tranquilla e priva di traffico vero e proprio, ma dopo tanto tempo a sentimento mi forzo a tornare in regime navigatore: non l’avessi mai fatto! Purtroppo faccio un errore da principiante e dimentico di cancellare le tappe già passate nella pianificazione dell’itinerario e così mi trovo stupidamente a gironzolare nella pianura bresciana per un’oretta buona, senza di fatto avanzare di un km sulla tabella di marcia. Faccio un’inutile gitarella ad Orzinuovi, dove ero già stato poco più che dodicenne con l’amico Tomma, in pulman, quando decidemmo di seguire in trasferta la squadra che all’epoca rappresentava ancora il nostro paesone (prima insomma che diventasse un baraccone vuoto da calcio moderno e quando militava nelle categorie confacenti alla reale passione che le popolazioni calciofile di Piastrella Valley erano disposte a dirottare dalle squadrone strisciate, sulla simpatica compagine locale): contro l’Orceana, si vinse con un bel gol di Paraluppi, bomber di razza, nella nebbiosa atmosfera del piccolo campo sportivo locale. Penso a quella domenica di circa quarant’anni fa, fra una bestemmia e l’altra di oggi, quando capisco che devo tornare sui miei passi per almeno una quindicina di Km. Colgo almeno l’occasione per fare il pieno e ripasso da Roccafranca lungo la SP72, ora finalmente nella giusta direzione, ovvero quella che da lì a poco mi porterà a circumnavigare il trafficato abitato di Chiari fino alla frazione di Fornaci e riprendere verso nord per riallacciarmi con la SP17 nei pressi di Rosmina e da qui su fino ad incocciare coi margini sud di Cologne e con l’ampia e noiosa SP573. La lascio dopo pochissimo per svoltare a destra verso nord sulla SP469, poco prima di entrare nel territorio di Palazzolo sull’Oglio. Da qui qualche brevissima occhiata alla cartina per evitare di girare ancor in tondo come accaduto un’oretta prima e dopo i capannoni grigi di Colombi, eccomi nel bel mezzo di Capriolo, prima e di Paratico, poco dopo. Rieccomi al cospetto del Lago d’Iseo, che mi appresto a risalire sul lato Ovest. Passo sul ponte costruito sopra al punto in cui l’Oglio esce come emissario del Lago. Qui il traffico è piuttosto congestionato, ma almeno una bella brezza mi aiuta a non patire il caldo. Sono già passate un paio d’ore da quando ho fatto la sosta fra mais e dialetto bresciano, così poco dopo il centro di Sarnico, vedo uno spiazzo nei pressi del Lido dei Poveri e del circolo velico del paese, così mi fermo. Vedo anche la scritta bar su un casotto a pochi metri dalla sponda del bacino piatto come una tavolozza, immerso fra salici e un bel prato in cui alcuni anziani si sono già accampati per godere della frescura e della pace. Purtroppo sono ancora chiusi e mi tocca ripiegare sul decisamente più impersonale bar del Centro Commerciale Italmarkt. Una sosta che comunque ci voleva, anche per andare in bagno. Mi faccio vivo con chi mi sta aspettando a destinazione, aggiornando Sighi sullo stato del viaggio e scruto preoccupato l’orizzonte a nord, la direzione su cui dovrò proseguire, perché la valle in cui è incastonato il lago, sullo sfondo offre uno scenario poco rassicurante: nuvoloni neri e parecchio incazzosi, con le classiche pieghe bianche da tempesta a chiudere la vista sulle montagne che qui iniziano a potersi definire tali. Riparto dopo un occhio al meteoradar che mi dice che fra poco inizierò a giocare col fuoco…anzi è proprio il caso di storpiare il celebre detto per dire che giocherò con l’acqua.

Da qui in poi la guida è piacevole ed affascinante. Non mi disturba più di tanto un furgone di surgelati che mi precede per qualche Km, perché preferisco godermi la vista a sbalzo sul lago e le curve che nei tratti fuori dagli abitati e delle sempre più frequenti gallerie, sono ampie e fanno danzare di fronte ad uno spettacolo naturale che rende anche questa sponda del lago davvero meritevole di essere vista. Proprio all’uscita di una delle gallerie più lunghe, mi trovo ad un cambio radicale di ambiente: la brezza piacevole s’è trasformata in folate di vento che costringono ad aggiustare le traiettorie della moto. Sotto di me il lago s’incupisce e fa paura, con onde nervose che increspano la superficie, rendendola minacciosa. Lo scuro del cielo si avvicina e copre totalmente la val Camonica. Per fortuna l’itinerario studiato in questo caso mi fa svoltare sulla tortuosa SP77 poco dopo Riva di Solto, in direzione di Zorzino e Solto Collina. È il primo tratto di vere curve della giornata. Il lago rimane alle mie spalle mentre salgo questa stretta strada piena di tornanti fino all’innesto con la più ampia e scorrevole SS42, che imbocco in direzione Endine, fino all’omonimo lago che vedo sfilare sulla mia sinistra. Qui la strada mostra striature di umido e mi fa capire che non è da molto che la pioggia ha lasciato questa vallata, anche se ora l’orizzonte è chiaro e più confortante. Scendo fino a Spinone, poi Casazza, che attraverso per iniziare l’ascesa verso Colle Gallo. Una decina di tornanti secchi e impegnativi con la vallata aperta sulla sinistra. Davvero una bella mezzoretta di guida: impegnativa, ma finalmente senza ostacoli e sguardi preoccupati rivolti al cielo. Purtroppo è solo una piccola pausa, perché una volta ridisceso dal Colle fino ad Albino sulla SP39 e fatto il breve tratto di SS671 in direzione Bergamo, una volta imboccata la SP36 di nuovo verso nord, riecco le nuvolacce di fronte a me. Ma non c’è troppo tempo di preoccuparsi in questo tratto in salita, visto che i tornanti stretti e serrati che s’inerpicano meritano la massima attenzione e concentrazione. Purtroppo a rovinarmi il piacere della guida uno sconsiderato autista di un mega furgone che da vero asino accellerava nei pochi dritti, per poi piantarsi proprio nel bel mezzo delle secche svolte a centottantagradi. Quando poco prima del culmine della salita si accosta in uno spiazzo (non certo per farmi passare, ma per esigenze personali), vedendolo uscire dall’abitacolo non posso esimermi dal mandarlo palesemente a quel paese. Ancora un paio di Km di curve piacevoli e decisamente più morbide mi portano nell’abitato di Selvino. La strada programmata prevederebbe di procedere verso nord fino all’intersezione della SP 26 che scende dal Passo di Zambla, passando per Serina: ma il cielo in quella direzione fa veramente paura e il meteo radar conferma che sto viaggiando verso un’abbondante ed inesorabile doccia. All’incrocio appena passato, prima di questa sosta in un piccolo piazzale, senza nemmeno scendere di sella, avevo notato con la coda dell’occhio le indicazoni per San Pellegrino e nei giorni in cui pianificavo l’itinerario ricordavo il paesone che da anche il nome alla celebre marca di bevande, come possibile tappa. Controllo la mappa e cambio in corsa l’itinerario, tornando all’incrocio e infilando la discesa sulla Sp28 verso Rigosa e Ambriola. Devo dire che casco in piedi, perché la strada è bella e gradevole e vedo allontanarsi le nubi più minacciose, anche se l’asfalto umido testimonia che l’ho schivata di poco e soprattutto suggerisce una guida prudente. Alle porte di Bracca svolto a sinistra sulla SP27, attraversando l’affascinante strettoia dell’Orrido di Bracca. Proprio in uno dei punti più stretti della via c’è anche un ristorantino: non ho fame, ma sfrutto il piazzale ampio per ricontrollare la mappa e reimpostare il navigatore con la nuova direttrice. Ci penso un attimo se fare sosta o no, ma poi metto la prima e riparto verso Ambria. Qui riprendo a salire verso Nord lungo la SS470, andando controcorrente rispetto al fiume Brembo che scorre alla mia destra. La strada qui è ampia e scorrevole, nonostante ci sia un po’ di traffico e i paesi si susseguano uno dietro l’altro: Ruspino, Pregalleno, Frasnadello, San Pellegrino Terme, Balconcello e così, dritto verso San Giovanni Bianco alla cui periferia mi fermo. Le nuvole di fronte tornano ad essere minacciose e l’umido a terra si è trasformato in bagnato nelle zone più in ombra. Qualcosa nello stomaco ci può anche stare e così entro al Break Fan, dove gli operai della Smipack, che sta proprio dal lato opposto della strada, stanno finendo la loro pausa: dove mangiano i lavoratori di solito non si prendono delle gran fregature e non si viene pelati vivi: l’intuizione risulta azzeccata. Un bel piatto di fusilli alla boscaiola e delle patatine fritte (non era rimasto altro, visto l’orario) e una sosta che ora che è in atto, mi posso rendere conto di quanto fosse necessaria. Sbircio ancora il meteo radar e capisco di aver azzeccato anche il tempismo: i temporali si stanno allontanando definitivamente verso nord est e lasciano via sgombra alla prosecuzione del mio viaggio lungo la Val Brembana. Riparto dopo circa quaranta minuti dall’inizio della mia sosta: siamo nel primo pomeriggio e il sole scalda, ma la frescura dei temporali permette di non soffrire il caldo se in movimento. Non posso ancora saperlo, ma sto per affrontare il tratto di strada più suggestivo della giornata: quello che nei pressi di Roncaglia Fuori m’infila (è proprio il caso di dirlo), nella SP25.

Più si procede e più il budello della stretta vallata si srestringe. Dopo non molto sono nel cuore dell’Orrido della val Taleggio: pareti rocciose severe e strapiombanti sulla strada che segue con andamento sinuoso l’incedere delle stesse. C’è giusto il posto per la strada e il torrente Enna, che tumultuoso percorre i suoi ultimi Km prima di tuffarsi nel Brembo. Sono solo pochi Km, ma bastano per farmi esultare. Guidare in questa gola è parecchio emozionante e nonstante ci siano alcune piazzole nel primissimo tratto, preferisco procedere, anche se, col senno di poi, almeno una fotografia al paesaggio avrebbe meritato (ne rubo dunque una online per il mio post…). Sono fortunato nel non incontrare praticamente nessuno e a potermi concentrare sul memorizzare quel luogo tanto austero, quanto fantastico. Dopo una serie di corte gallerie scavate nella roccia, la bellezza dell’Orrido finisce e lo fa con una doppia svolta verso sinistra su un ponte che attraversa il torrente, dove un cartello annuncia l’ingresso sulla strada Orobica, che inizia a salire lungo il lato opposto da quello su cui si viaggiava fino a poco fa. Anche qua la strada è stretta e soprattutto ricca di curve cieche che continuano a giocare col margine della montagna. Spesso la roccia sporge e suggerisce di stare lontani dal margine destro della strada, ma senza esagerare, perchè il passaggio è davvero stretto e in caso di incrocio veicoli è meglio non trovarsi troppo nel mezzo. Capita così che dopo un gruppetto di tre moto, arrivi un po’ troppo allegro e un po’ troppo a sinistra un mercedes in direzione opposta alla mia e che solo una frenata decisa di entrambi impedisce l’impatto. Putroppo il fondo non è molto curato, anzi, spesso decisamente rovinato e reso particolarmente insidioso dal bagnato e dalle foglie che ricoprono spesso la carreggiata. Salgo fino al Passo Culmine San Pietro, dopo aver passato Sottochiesa, Olda, Vedeseta, Avolasio (dove la strada da percorrere diventa la SP64). Ancora curve e strada dai panorami meravigliosi. La stanchezza e la voglia di arrivare iniziano però a farsi sentire e dopo l’ultimo tratto di questa meravigliosa strada e aver attraversato Moggio, Cassina Valsassina e Maggio, eccomi a Ballabio lungo la SP62, in discesa verso Lecco. Sono praticamente arrivato: il navigatore dice che in poco meno di 20 minuti sarò alla meta…solo che smette di funzionare nella superstrada sotterranea del capoluogo posto sul braccio orientale del Lago di Como. Ci metto un po’ a tornare sulla retta via, anche perché qui la circolazione è piuttosto complessa e il traffico a dir poco sostenuto. Siamo a metà pomeriggio e finalmente arrivo a destinazione a Abbadia Lariana, proprio all’ombra della Grigna, dopo un’ultima lunga galleria. Giusto un piccolo avanti e indietro, perchè ho lisciato il cancello d’ingresso al complesso residenziale in cui l’amico Sighi mi ospiterà per la notte…ma la giornata non è per niente finita qua, anzi…

Con non poche difficoltà parcheggio la moto e la sistemo al sicuro all’interno del parcheggio del complesso, poi una doccia prima di andare a fare la spesa nella vicina Madello sul Lario. Ovviamente Sighi mi accompagna ai cancelli della vecchia fabbrica della Moto Guzzi, dove ora ci sarebbe il museo della mitica casa motociclistica lariana, purtroppo chiuso per restauro. Torniamo a casa e visto che è abbastanza presto, dopo quasi 400 Km in moto, non te ne fai 5 o 6 a piedi per scoprire le bellezze locali e sgranchirti un po’ le gambe? Scendiamo quindi verso il lago e ci facciamo tutta la passeggiata in direzione nord, mentre gli ultimi bagnanti si attardano sulle spiaggette sassose e noi iniziamo le nostre chiacchiere, inframezzate da racconti e spiegazioni sul luogo da parte di Sighi, che lì vive da ormai alcuni anni.

Un passaggio tramite una sopraelevata sulla superstrada sotto cui schizzano veloci le automobili e mentre il sole scende ci addentriamo nelle strette viuzze del borgo vecchio, composto da case in sasso e dall’architettura antica. Una appiccicata all’altra, quasi sovrapposte per sfruttare ogni metro a disposizione. Percorriamo poi un tratto del bel Sentiero del Viandante che ci riporta a casa dall’alto, all’altezza della Chiesa abbandonata di San Martino. Proprio una bella passeggiata, anche se l’aria umida del lago rende necessaria una seconda doccia. Posti meravigliosi e una calma incredibile tutto attorno. Ma siamo ormai all’ora di cena e per raggiungere il locale dove abbiamo il tavolo riservato è necessario prendere l’automobile e percorrere qualche Km inerpicandosi sulle montagne a ridosso del Lago. È sera e le ombre si allungano, ma c’è ancora abbastanza luce per poter godere dei panorami incredibili.

Un menù a base di prodotti locali: prima un antipasto con formaggio caprino e bresaola, poi un bis di pesce di lago (Carpione e Missultin) e il gran finale con una fantastica torta di mele e cannella, che al solo ricordare mi fa venire l’acquolina. Chiacchere confidenziali e sfoghi necessari, facilitati da una buona quantità di vinello bianco a completare una bellissima serata, alla Locanda dei Bravi, posto che posso sinceramente consigliarvi, sia per la bontà dei piatti, che per l’atmosfera rilassata e accogliente. È però ormai venuto il momento di andare a letto. Il peso della giornata iniziata alle 5 si fa sentire tutto e ci metto veramente poco a svenire sul letto, poco dopo il nostro rientro a casa.

08 VIII 2026 – Giorno 2
Sono sveglio da parecchio quando infine decido di smettere qualsiasi tentativo di riaddormentarmi. Qualche spigozzo qua e là dalle 4.00 del mattino in poi. Quando vado in bagno nel cuore della notte, vedo che anche il padrone di casa non dorme e anzi, lavora…ma sarebbe in ferie: brutta bestia l’insonnia. Per fortuna è un problema che non mi tocca, salvo in rare occasioni e purtroppo sono alle prese con una di queste. Sono circa le 6.00 quando ci vestiamo e decidiamo di andare a fare una passeggiata mattutina. L’aria è carica di umidità, ma abbastanza fresca e il silenzio quasi totale. Andiamo su una caletta dotata di un paio di panchine. Il lago di fronte a noi è placido e la luce colora di indaco il cielo all’orizzonte. Parliamo del più e del meno e della chiacchierata della sera prima a tavola. Decidiamo poi che faremo colazione fuori, giusto per non creare scompiglio in casa. Sono stato anche di troppo disturbo. Una passeggiatina lungo lago, poi su per la suggestiva Rampa dei Pescatori e ancora su per le prime rampette del borghetto e infine, eccoci ad ordinare pizzette e bomboloni al Bar Pausa Caffè, sulla Via Nazionale nell’ancora sonnolente centro di Abbadia Lariana. Facciamo con calma, ma ormai è ora di ripartire. Stando al programma che ho stilato la strada da fare è davvero tanta, ma soprattutto i tempi di percorrenza mi impongono una partenza non oltre le 8.30.

Così sarà: saluto l’amico e mi rimetto in direzione nord sulla Via Nazionale lungo lago. Ripercorro la via che poco prima abbiamo fatto a piedi in senso inverso. Arrivo a Mandello del Lario in un battibaleno e il navigatore mi manda sotto le volte del passaggio sopraelevato della ferrovia, fino alla scritta bianca su campo rosso del portone della vecchia fabbrica Moto Guzzi. Mando un cenno di saluto con la V85TT che torna anche solo per qualche istante a casa. Poi salgo e capisco dopo che è solo un girotondo per farmi ridiscendere verso la superstrada che per il momento è deserta. Proprio all’imbocco trovo un distributore e colgo l’occasione per togliermi il problema della benzina, almeno per un po’. La strada è dritta e veloce. Due corsie per senso di marcia, senza gli impedimenti, dei centri abitati. Impersonale, ma il lago, sulla mia sinistra, che continua a fare da bellissimo sfondo fino a quando non s’inizia a viaggiare prevalentemente in galleria. Si va spediti per una decina di Km, ma quando ormai siamo all’estremità nord del Lago, quindi in arrivo a Colico, dove avrei dovuto lasciare la SS36 per la SS38, iniziano i problemi. Fila ferma in galleria…non esiste. Io, così come un altro gruppo di motociclisti, con la collaborazione degli automobilisti, procediamo piano a centro carreggiata fra i due serpentoni inchiodati e sgasanti. Andiamo avanti così per diversi Km, fino a quando arriviamo al cantiere che restringendo la carreggiata ad una corsia fa da collo di bottiglia. Non una gra partenza, ma finalmente si inizia a viaggiare oltre la prima e la seconda. La strada procede a due corsie ancora per qualche Km e se non offre particolari emozioni di guida è almeno attorniata da un panorama incredibilmente bello. Le Alpi svettano di fronte e il letto del fiume Adda scorre sulla destra. Sono le uniche emozioni da qui a un bel po’, purtroppo. Non ero mai stato da queste parti e non mi sarei mai immaginato che la SS dello Stelvio, altro non fosse che un lungo rettilineo infilato nell’ampia Val Tellina. A rompere la noia solo i cartelli che indicano la località in cui si sta passando. È vero che ai lati, dove la valle lascia spazio alle pareti montane che la contengono, si possono apprezzare paesotti abbarbicati, terrazzamenti coltivati e i tipici colori delle zone alpine, ma per il resto è noia piatta. Fra l’altro la via scorre, ma sia nel mio senso di marcia, da ovest verso est, che in quello contrario, il serpentone di mezzi è pressoché continuo. Pare quasi di essere su un nastro trasportatore. Velocità comprese fra i 50 e i 70 all’ora per praticamente tutto il tratto. Avrei dovuto pensarla meglio e utilizzare la certamente più panoramica SP16 fino a Sondrio e in seguito la SP19 + SP23 fino a La Pila, ma in effetti, col senno di poi si è tutti più bravi. Arrivo così, annoiato e anche un po’ accaldato al Bar Venere di Tresenda, quando ho passato gran parte della mattinata in galleria, in galleria in colonna e su uno stradone dritto. Per fortuna il bello sta per arrivare. Anche un po’ di avventura, che solo ora mi fa sorridere; ma andiamo per gradi.

Un caffè e un po’ d’acqua, all’ombra di un campanile che mi guarda dall’alto del costone che sovrasta la strada e si slancia nel cielo blu intenso sopra le nostre teste. La strada sente il rombo costante delle decine di moto che come me stanno andando verso i passi fra Lombardia e Alto Adige. Riparto dopo una quindicina di minuti e la storia non cambia di molto fino a Tirano. La valle ora è un po’ più stretta e la temperatura più fresca, ma la musica cambia improvvisamente dopo aver attraversato l’Adda ed aver svoltato lungo la piccola e a dir poco poco tortuosa Strada per Trivigno. Carreggiata ristretta e una serie di tornanti mozzafiato che costringono alla percorrenza in prima marcia. Si sale velocissimamente di quota e la valle appare già lontana dopo pochi Km. Intorno a me pascoli, foreste di conifere e praticamente nessuno che va o viene sulla stessa direttrice. Proprio a Trivigno il navigatore mi manda a sinistra e qui la strada diviene ancora più stretta e rovinata, con la cresta di asfalto nel centro e i lati affossati di diversi Cm, per i passaggi di mezzi di anni. Le case sono rade e danno l’idea della classica baita di montagna, poi dopo alcune curve su una pendenza aspra e costante, la strada spiana leggermente e finiscono le case. Per terra un misto di foglie bagnate e di terriccio portato dal bosco alla strada mi impongono un ritmo poco sopra il passo d’uomo. Inizio a capire che devo essere stato vittima di uno di quegli scherzi del navigatore, che nell’ultimo periodo ha mandato Corrieri a consegnare passando per strade sterrate e boschi. Non sono un Corriere al lavoro e per fortuna il TT della Guzzi V85 sta per Tutto Terreno, ma io sono tutt’altro che abituato all’Offroad e decisamente poco esperto, per non dire imbranato nella pratica: in ogni caso lo stradello sgangherato dopo poco si trasforma per una centinaio di metri in carraia sassosa, per poi tornare stradello sgangherato, ma dopo circa un Km ecco che mi inoltro in quello che è poco più di un sentiero, dove le ultime piogge hanno lasciato zone fangose e si viaggia sul terriccio e sull’erba. Vado avanti, anche perché girarsi sarebbe stato per me quasi impossibile. Sto concentrato e cerco di stare morbido con le braccia e leggerissimo con gas e freni. Vado piano (lo so che su questi fondi è meglio spingere un po’, ma bisogna anche essere capaci ed io, come detto sopra, non lo sono per niente). Una zona più fangosa di altre mi fa perdere leggermente l’anteriore, ma per fortuna reagisco bene e riesco a proseguire senza danni. Questo carradone paciugoso e sassoso pare non finire mai. Sarebbe anche affascinante se non fosse che non so dove sto andando, dove sono e quando uscirò da questa situazione che sta diventando pesante anche fisicamente, oltre che mentalmente. Lo stradello sale leggermente e raggiunto il culmine di una collinetta, vedo che dapprima spiana, per poi iniziare a scendere in modo deciso. Ci mancava solo la discesa. Ancora alcune centinaia di metri e se non altro vedo la fine. Poco sotto il mio punto attuale vedo la strada asfaltata e lo stradello su cui sono immettervisi, proprio dove la foresta in cui sono stato immerso per questi 3/4 Km di Offroad (ma mi sono sembrati 100), lasciano lo spazio ad una vallatina e ad ampie praterie dal verde acceso. Sono al Valico di Baite Salena e visto che qui la strada è dritta per alcune centinaia di metri, mi concedo una piccola sosta per tirare il fiato e scattare una foto al posto meraviglioso in cui mi trovo. Alcuni cilclisti faticano salendo ed altri scivolano veloci in senso opposto lungo la discesa. In pratica anziché imboccare la salita dal versante Nord, e quindi dalla Strada del Mortirolo, ho girato intorno alla montagna, per la precisione al Monte Padrio e al Monte della Colma. Morale: mai fidarsi troppo dei navigatori, sempre bene dare una sbirciata alla mappa come si faceva ai vecchi tempi.

Qui la strada continua ad essere stretta e tortuosa, ma il fondo, finalmente permette di viaggiare in serenità. Vado comunque piano, anche perché spesso si incontrano dei cilclisti che preferisco disturbare il meno possibile. Ci sono anche altri motociclisti che viaggiano lungo la linea sottile che ci porta in lieve discesa al piccolo Lago di Guspessa. Anche qui mi fermo per pochi istanti, per fare una foto e per godermi il paesaggio, poi avanti sulla strada che ricomincia a salire con alcuni tornanti e curve da prendere con le molle. Siamo intorno ai 15°, il navigatore dice che mancano ormai pochissimi Km al Passo della Foppa (da tanti conosciuto come Mortirolo, soprattutto per le imprese ciclistiche dei campioni del giro d’Italia, in particolare del compianto Marco Pirata Pantani).

Sulla mia sinistra, sul margine del dirupo che si apre verso la vallata che sovrasta Lovero e che ha di fronte i monti che fanno da confine con la Svizzera, ecco una graziosissima chiesetta alpina in sasso. Di fronte un pratone attrezzato con qualche panca rustica, e a ridosso della strada un piccolo complesso con Malga e rivendita di prodotti tipici, compreso il gelato fatto con il latte di malga. Sono tentato, ma per ora no, non ho una gran voglia di gelato, forse anche per la temperatura che nonostante il sole non è certo di gran richiamo per quello che immagino essere il delizioso dessert. Col passare dei Km mi pentirò della scelta, anche perché la giornata mi costringerà al caldo e al digiuno per molte ore ancora. Riparto dopo alcuni minuti e dopo che una signora dallo spiccato accento milanese mi chiede se sapessi a che altezza ci trovavamo, guardo l’orologio dov’è indicata l’informazione richiesta e dopo i saluti, riparto.

Ancora un po’ di strada piena di tornanti, poi eccomi all’incrocio delle strade sul culmine. Per raggiungere il monumento dedicato proprio a Marco Pantani, devo salire ancora per qualche centinaio di metri dopo una svolta a sinistra, ma prima di ricominciare a scendere, mi fermo nel piccolo spiazzo ghiaioso proprio in prossimità del monumento. C’è pieno di gente: ciclisti, motociclisti e il sole qui scalda. Mi fermo per il tempo di bere un po’ d’acqua e di fare poche foto ricordo. Il panorama è bello, ma c’è troppa caciara. Giro la moto e riparto nella direzione da cui ero arrivato poco prima, per ripercorrere le poche centinaia di metri fino al crocevia, dove è visibile il cartello di legno che indica l’arrivo al passo.

Un passo mitico, che ho voluto fortemente inserire nel mio itinerario, ma che mi ha fatto sudare decisamente la sommità. Sono felicissimo di averlo fatto, ma la deviazione nel bosco mi ha fatto perdere molto tempo ed energie. Inizio così a ragionare sull’ipotesi di accorciare il giro e puntare in maniera più diretta verso casa: quando lascio il Mortirolo sono passate da pochi minuti le 12.00. Mezzogiorno e sono ancora lì in cima. Inizio a scendere e incontro un ambiente decisamente più urbanizzato rispetto a quello che mi ha portato fin lì: ristori, alberghi, aree pic-nic. Alcune borgate e la strada che scende inizialmente abbastanza tranquillamente, poi qualche tornate secco fra case e piazzette. Passo un paio di bivi e per togliermi ogni dubbio, appena mi è concesso, proprio nei pressi di un passaggio su un torrente, mi fermo a controllare se la direzione sia quella giusta: sì, sono sulla SP81 e vado in direzione Monno, paesone che incontro dopo una gradevolissima discesa. Il grosso del traffico è in salita e la strada stretta impone velocità moderate, ma mai troppo dal non potersi godere quelle che saranno le ultime vere curve vere della giornata.

Poco dopo Monno, ecco gli ultimi e stretti tornanti, dove un cilcista mi supera in scioltezza: sono io che vado piano o è lui che è forse un tantino spericolato? Propendo per la seconda ipotesi, quando vedo che supera nell’ordine altri 5 ciclisti, due automobili ed altre due moto. Inutile dirvi che non posso evitare di ammirarlo. La temperatura è già cambiata di netto quando arrivo ad immettermi sulla SS42 al cospetto del fiume Oglio, che qui è rinchiuso in una vallata decisamente più stretta di quella che più a valle mi aveva fatto incontrare lo stesso corso d’acqua il giorno precedente, durante il mio viaggio verso nord dal cuore caldo della pianura Padana, fino alle umide ma più fresche rive del Lago di Como ramo di Lecco. La strada è la stessa che avevo percorso solo qualche settimana prima in direzione opposta, mentre ci dirigevamo verso Ponte di Legno con gli amici Budu e Musta. Ora vado verso sud, seguendo il corso del fiume, che si stringe nell’angusto crocevia di Edolo, con la sua piccola galleria prima della svolta a sinistra, proprio ad incrociare il corso d’acqua e andare così sulla sua riva sinistra.

Da qua in poi si scende velocemente il Val Camonica: Sonico, Malonno, Berzo, Capo di Ponte. La strada è larga e molto trafficata, fa veramente caldissimo. Per fortuna mi arriva una telefonata che mi fa un po’ di compagnia, almeno fino alle gallerie che iniziano a frastagliare la via e ad impedire adeguate telecomunicazioni. Arrivo a Breno e qui avrei dovuto curvare sulla SP345 verso Bazena e il Trentino, ma inizio ad essere veramente stanco e così decido definitivamente di dare un taglio netto alla Zingarata (è il bello delle zingarate solitarie, poter cambiare senza troppi patemi il percorso in base al sentimento e alle condizioni). Di Km e di curve ne ho già fatte parecchie e in qualche caso il fisico suggerisce di non esagerare: non sempre, ma questa volta dedido di ascoltarlo. Tiro dritto, dunque e dopo Esine, eccomi a Darfo/Boario. Sono le due del pomeriggio, si bolle, faccio una sosta per bere l’ultimo goccio d’acqua rimasto e per fare benzina. Sono sulla SP510 e poco dopo, ecco finire i drittoni noiosi in cui da un po’ stavo viaggiando contribuendo al traffico sostenuto e lo spettacolo del Lago d’Iseo è di nuovo di fronte a me. In una delle prime piazzole, subito dopo alcune gallerie, mi concedo un’altra piccola sosta per scattare qualche fotografia. Saranno le ultime della giornata, perché dopo aver fatto il pieno di bellezza e aver passato anche il Monte Isola, sono pronto a immergermi di nuovo nella torrida Pianura Bresciana e di lì a poco ad imboccare l’autostrada A4 in direzione Venezia, fino allo svincolo sulla A22 che fra temperature insopportabili e centinaia di vacanzieri in partenza, mi riporta verso metà pomeriggio a casa.

Quasi 800 Km in due giorni a scappare dalla pioggia nel primo giorno, a salire montagne nuove, a cambiare idea sulla strada da fare, a perdersi nei boschi, a vedere posti mitici, ad ascoltare musica e voci amiche con il nuovo interfono, a patire la sete (perché ho provato a fermarmi in autogrill, ma vi assicuro che non c’era posto nemmeno per parcheggiare la moto). Due giorni a pensare a parlare con Sighi, a camminare sopra le meraviglie del Lago di Como, a vedere dov’è nata la mia moto e a mangiare il pesce di lago, che di solito non mi fa impazzire, ma che mi sono goduto anche per spirito di curiosità. Due giorni che sono passati da circa una settimana mentre finisco di scrivere questo piccolo racconto a mia memoria e a vostra eventuale ispirazione, che hanno come tutte le zingarate un solo difetto: finiscono. Impossibile non sognare la prossima, perché racchiudono l’essenza di ciò che io intendo per viaggio anche se non si va poi così lontano.


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