Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


Un fine settimana a 2000: 01 VIII 2026 trekking notturno da Monteorsaro con alba sul Cusna + 02 VIII 2026 da sbarra Rio Lama a Monte Prado per via del Cipolla e ritorno a Case Civago

C’è stato un tempo in cui mi ero messo in testa di fare tutti e tre i 2000 Reggiani nello stesso mese e la cosa mi riuscì fra il 2 e il 16 giugno del 2018 (raccontata qui), poi già da un paio di anni mi era frullata in testa l’idea di fare tutto in un fine settimana. Insomma, quelle piccole sfide con sé stessi, che in realtà vanno prese per quello che sono: un bel serbatoio di soddisfazione per attingere a bei ricordi mentre si sta buttato la vita nel cesso, incastrati nella squallida routine delle nostre vite a portare a casa la pagnotta, rinchiusi in uffici e a fare discorsoni, quando in fin dei conti si vende terra cotta e smaltata e molta fuffa.

Questa volta non c’è praticamente nulla di pianificato, nasce tutto un po’ casualmente. Vedo la foto di due amici che hanno fatto l’alba sul Cusna e dato che la mia prima e ultima volta risale ormai a un paio di anni fa, mi dico, perché no e così…

SABATO 01 VIII 2026: Notturna da Monteorsaro / Vetta Cusna con alba

…la butto lì in settimana a mio figlio: “ti va di fare la tua prima alba sul Cusna?”. Lui rimane un po’ sulle sue per un paio di giorni, mentre io monitoro le previsioni, perché arrivati a giovedì sera ho ormai deciso: se non viene lui vado comunque in solitaria. Ho bisogno di qualcosa di bello, perché qui si sguazza nel guano. Per fortuna proprio il giorno prima si rompono gli indugi e Paolo decide di far parte del trekking: neanche a dirlo la cosa mi riempie di gioia. Sono le 2.30 spaccate quando parcheggio la macchina nel solito spiazzetto a bordo forestale, poco sopra il Rifugio di Monteorsaro. La luna (quasi piena), risplende altissima proprio di fronte a noi, sopra all’orizzonte che si perde verso l’appennino modenese. L’ombra lunga del gigante addormentato si staglia nel cielo terso. A balzare subito alla nostra attenzione è la temperatura: siamo a circa 1400 Metri di altitudine, siamo in piena notte e ci sono 19°. Una follia, più che un’anomalia, perché purtroppo sappiamo che ormai questa dovremo considerarla un’amara nuova normalità o quantomeno consuetudine. Mi scuserete se nel racconto questi dettagli emergeranno sempre, ma non sono fra quelli che dice “d’estate ha sempre fatto caldo” e rimarcare le anomalie certamente non le risolve, ma chissà se qualcuno prima o poi smette di negare l’evidenza; lo so è presunzione e illusione, ma insisto, per quel che costa…

Ci sistemiamo le nuove frontaline sulla testa e giochicchiamo un po’ con le funzioni per capire qual è quella più affine alle nostre esigenze. Per ora percorriamo l’ampia forestale che sale dolcemente verso il Passo Cisa. Si sente solo il tenue scrosciare dei fossi in grande sofferenza e solo di tanto in tanto qualche debole fruscio che ci raggiunge a rompere il silenzio altrimenti più assoluto, dal bosco che ora copre la visuale sia sul cielo, che sul monte. Siamo così presi che lisciamo addirittura il primo taglio su sentiero e così procediamo sulla forestale fino al secondo, poco più in alto. Si sta bene con appena una felpina, che in certi momenti ti chiedi se non sia addirittura di troppo. La domanda diventa insistente già alla seconda delle tre rampette che tagliano secchi i tornanti della forestale e portano sopra al Passo Cisa per l’ultimo tratto di strada verso la linea di fine vegetazione. Poco prima c’è l’apertura a mò di terrazza sulla parte ovest del monte, dove di giorno è ben visibile la linea di crinale su cui s’inerpica la via che anche questa notte dovremo seguire, lungo il CAI 623: lo spettacolo ci ammutolisce. Spegniamo le luci per goderci al meglio lo spettacolo, attendiamo qualche istante perché l’occhio si adatti all’oscurità e stiamo immobili ad ammirare la sagoma del Cusna che viene illuminato dalla luna. Commovente. Dopo pochi minuti riprendiamo il cammino, commentando pacatamente e con poche parole. Intorno a noi la serenità della notte del bosco induce a parlare poco e a basso volume: per non rovinare la magia. Siamo spettatori di qualcosa di (per l’appunto), magico e questo privilegio va meritato, cercando di non rompere, di non interferire nell’equilibrio che permette alla magia stessa di essere. Quando il pomeriggio seguente qualcuno mi ha chiesto “ma non avevate paura?”, io non potevo che guardare stranito chi mi rivolgeva la domanda, perché non si può avere paura in mezzo a così tanta meraviglia. Sarebbe davvero sciocco, come spesso lo è affidarsi alla paura. Il problema è che temo che se esperienze come queste non le vivi direttamente, se non hai l’educazione e probabilmente l’istinto a sapertele godere, non ci sia modo di fare capire di cosa si stia parlando.

Ho però ancora tutto ben nitido dentro me al solo ripensarci e magari riguardando una delle foto che sono anche a corredo di questo racconto, ma le parole per raccontare lo stato d’animo di quei momenti non sono per niente facili da trovare: forse non esitono nemmeno tutte. Sento solo che usciti dal bosco l’emozione aumenta. Il senso di pace e di tranquillità che cancella la fatica della salita, perché, nei punti più duri l’ho detto quella notte con Paolo “anche al buio la salita fa sudare”. Ed è proprio così, si suda, salendo perché la temperatura rimame comunque fuori da quello che ci si aspetterebbe e dovrebbe essere a quelle altitudini e a quell’ora. Un po’ di aria inizia però a muoversi proprio mentre imbocchiamo la prima salita alla nuda, verso Le Prese. Dopo la prima collinetta brulla e sassosa, asciugata dal gran calore di questo periodo fino a far sollevare nuvolette di polvere ad ogni passo, vediamo di fronte a noi due piccole ombre che scattano tagliandoci la strada, proprio dove il sentiero spiana per qualche decina di metri e si allarga in una sella totalmente priva di vegetazione: le frontaline illuminano gli ometti di sassi segnavia e due brillanti occhi impietriti nell’oscurità, proprio sotto due lunghe orecchie appuntite. Cosa ci fanno due lepri lì??? Il simpatico incontro ci fa sorridere e dimenticare la fatica che comunque si inizia a far sentire.

Arriviamo alle Prese e facciamo una breve sosta per bere un po’ d’acqua. Il vento va e viene: qualche raffica diventa un pelo fastidiosa, ma per di più si tratta di una brezza sostenuta che in realtà aiuta ad alleviare lo sforzo. È paradossale pensare di essere in piena notte (non sono nemmeno le 4.00) a poco meno di 1800 metri di altitudine e sperare in un refolo di vento per mitigare il caldo, che ovviamente si sente maggiormente a causa dello sforzo in salita. Qui inizia peraltro il tratto più pendente e quindi impegnativo dell’intera ascesa. Intervalliamo la salita con piccole soste sempre più frequenti, non tanto per rifiatare, ma perché è sempre più completo il panorama intorno a noi, con le pianure che si perdono nell’oscurità, ma sono punteggiate dalle luci dei paesi e più in là delle città sulla Via Emilia. Alle nostre spalle, oltre la pianura, probabilmente a ridosso delle Alpi, vediamo lampi cadenzati, che rischiarano fugacemente l’orizzonte. Sono temporali così lontani da noi da non destare la minima preoccupazione e a supporto le previsioni ci rassicurano sul fatto che qualche nuvola potrà coprire il cielo, ma sicuramente non farci brutti scherzi.

Eccoci ormai a ridosso dell’ultimissima rampa, fra arbusti di ginepro e erba mossa da un vento che ora si fa più deciso e fastidioso. Ci giriamo spesso a guardare le luci laggiù, mentre ci godiamo il silenzio totale, rotto solo dai nostri passi. Le ultime tempeste improvvise, violente e dunque infruttuose, hanno scavato profondi fossi nella traccia del sentiero, erodendolo più negli ultimi mesi, che non negli ultimi anni. A dire la verità non faccio questa via in estiva dall’ultima ascesa notturna del luglio 2024, perché è diventata quella che prediligo per le salite in invernale, mentre per il periodo senza neve, preferisco l’affascinante direttissima del CAI617. Questo mi porta anche a commettere un piccolo errore, che rimediamo immediatamente, tornando sul sentiero principale, lasciando una delle diverse tracce minori in pochi minuti, con il solo scotto di dover fare una rampetta aggiuntiva e piuttosto severa. Questo a dimostrazione che meglio stare con gli occhi ben aperti, anche se la meraviglia della notturna tende a portare nel mondo dei sogni.

Sono più o meno le 4.30 e il buio che incombe sulla Croce e sulla Madonnina in vetta, viene rotto dal fascio di luce bianca che proiettano le nostre luci frontali. Ogni tanto le abbiamo spente, mentre salivamo, per goderci meglio il buio, che comunque anche ora viene mitigato dolcemente dalla potenza riflessa sulla luna, che ci saluta proprio da dietro i monumenti di vetta e sopra alla valle dell’Ozola. Non la vediamo, ma sappiamo essere lì sotto al pendio tagliato in due dal sentiero delle Veline. Siamo arrivati molto presto e dopo 1he 50 minuti dalla nostra partenza. Abbiamo tempo per goderci l’atmosfera magica della vetta, visto che siamo completamente soli. La luna permette di fare alcune fotografie molto suggestive, senza flash. Il vento però ci suggerisce di scendere qualche metro sotto la Croce e piazzarci dove inizia la distesa di quello che da queste parti chiamano il Guaimat (pare che a Civago sia Guaimal): un’erba selvatica simile allo spinacio, le cui foglie sono ottime come ripieno dei tortelloni verdi alla reggiana.

Ora viene comoda la giacca che solo un paio di ore prima pareva follia. La indossiamo e ci sdraiamo a naso in su, per perderci nel cielo in cui nonostante la forza luminosa della luna, alcune delle stelle più potenti riescono a disegnare fantasie e costellazioni. Proviamo a distinguerle, sussurrando fra noi i nomi, probabilmente sbagliati. È un gioco che ci rilassa, qualche parola a bassa voce ogni tanto. Siamo soli, ma sembra quasi che si abbia ancora quella paura di essere di troppo in questa perfezione di armonia e pace. Appoggio la testa allo zaino a mò di cuscino, chiudo gli occhi e mi assopisco leggermente. Forse sogno, forse mi perdo semplicemente nella serenità della natura, ma so per certo di stare finalmente benissimo. Una sensazione unica di equilibrio con il mondo.

Ma le cose belle non sono eterne e figurati se non arriva qualcuno a rompere il giochino. Avevamo notato delle luci arrivare dalla stessa parte da cui eravamo saliti poco prima anche noi e così, non più tardi delle 5.00, iniziamo a sentire distintamente alcune voci a pochi passi dal nostro bivacco improvvisato. Dal buio sbucano violente le frontali di due ragazzoni, che salgono di gran lena e con fare tanto caciarone, quando inadeguato al momento e al luogo. Commentano esaltati i tempi di percorrenza, poi, salutano educatamente, ma un po’ troppo rumorosamente e si piazzano vicini alla Croce. Prima uno, poi l’altro, si arrampicano sulla struttura metallica e usano i bracci laterali come panchina e come se non bastasse, si mettono a parlare a voce altissima dei fatti propri; la montagna non è prestazione, la montagna è rispetto ed educazione ai comportamenti che servono a valorizzarne la magia: qui forse non siamo nemmeno di fronte ad un caso di maleducazione, quanto forse bisognerebbe parlare di ineducazione. Soprattutto nel post Covid, molte persone si sono tuffate sui monti con onesto entusiasmo, ma purtroppo a parecchi mancano i fondamenti e la sensibilità per distinguere la Cima di un monte da un bar, un laghetto da una piscina (se ne riparlerà più avanti in questo post), un prato da una piazza. Magari approfondirò il tema in un post apposito (che è un po’ che non lascio ai disinteressati posteri un inutile e pesante spadone), ma chiudo questa polemicuccia dicendo che abbiamo un problema e che purtroppo in troppi non lo leggono come tale: la cittadinizzazione e la lunaparkizzazione della montagna e in generale degli ambienti naturali, che qualcuno rivendica come libertà. Libertà di sfasciare ciò che rende la montagna ciò che è: il solito cane che si morde la coda, la solita arroganza di chi non si fa una domana cruciale: ma se tutti facessimo così?

L’atteggiamento dei due ragazzoni mi indispettisce e non poco, tanto che sono quasi pronto a far valere le mie ragioni. Prima mi alzo in piedi, poi dico a voce alta a Paolo che si starebbe proprio bene se non fosse per tutto quel casino e questo sembra sortire un minimo di effetto. Di lì a poco arriva un altro escursionista, che a stretto giro è raggiunto dai compagni di camminata: un altro escursionista con immancabile cagnone (altro argomento di cui bisognerebbe poter parlare con un minimo di serietà) e una famigliola composta da giovanissimi papà, mamma e il figlioletto nello zaino da montagna per trasporto bambini. Avrà forse 1 anno e mezzo, e ha gli occhi spalancati di meraviglia e un sorrisone fisso che faticherò a dimenticare, da tanto diventa per me magnetico. Se me l’avessero raccontato avrei pensato ad una forzatura. Portare un bimbo così piccolo a fare l’alba sul Cusna? Vedendo Diego (impariamo presto il suo nome), mi viene da dire: perché no.

Intanto il cielo sopra la pianura inizia piano, piano a cambiare colore. Sono leggere increspature che iniziano a incrinare l’oscurità. Le nuvole sfilacciate all’orizzonte da ombre biancastre, divengono violette, poi mano, a mano, sempre più chiare. Anche il verde del Guaimat inizia a distinguersi e le facce di tutti noi svelano i lineamenti in modo più chiaro e distinguibile. La magia si protrae lenta, ma inarrestabile. Il vento soffia a tratti forte e le mani reclamano calore. Diego ride e si gode assieme a noi l’atmosfera unica. Il chiarore ha ormai conquistato gran parte dell’orizzonte nord-est, mentre verso sud domina ancora la luna e l’oscurità puntinata da qualche stella che copre la silouette delle Apuane. È però questione di poco, ormai. Prima una fettina, poi velocemente ecco che emerge la sfera arancione carico del sole. Sono ormai le 6 del mattino e la luce tenue rende le valli e le montagne minori di fronte a noi un mare composto da onde di pietra, terra e boschi. Paolo gironzola per la vetta per godersi al meglio ogni angolatura e ogni sfumatura. Solo ora penso che quel 2 giugno 2018 fu la sua prima volta qui sopra e oggi è per lui la prima alba qui sopra. Mi commuovo un po’ e mi godo la cosa. Ogni tanto è giusto lasciare spazio a queste piccole emozioni un po’ melense da papà…perché no.

Siamo in vetta da ormai più di un’ora e mezza e il vento, che non smette di spirare, anche se ora con meno veemenza, ci ha infreddoliti. Quando la palla arancione inizia a virare al giallo nell’alzarsi e il cielo è ormai completamente azzurro, decidiamo che è giunto il momento del rientro. I ragazzoni caciaroni ci anticipano di qualche minuto, mentre Diego continua a sbarrare gli occhi carichi di meraviglia e felicità tradita da un sorriso che non si smorza. Non un pianto, non una lamento, solo gridolini di gioia di tanto in tanto: i due ragazzoni possono imparare da lui, all’occorenza. Il modo migliore per stare in mezzo agli altri è farlo senza rompere le scatole e senza fare confusione. Dopo uno scambio di foto di gruppo ci salutiamo. Le gambe sono legnose e le ginocchia un po’ dolenti. La lunga sosta le ha raffreddate e rende complicati i primi metri in discesa.

Intanto il sole sempre più giallo, gioca col margine della montagna e coi fiori che ora sono ben visibili mossi dalla brezza. La luce gioca con la vallata e con le creste che scendono parallele verso ovest. C’è anche la Pietra di Bismantova, come sempre piantata là, dietro all’aguzza cima del Cisa e quella tondeggiante del Prampa. Il verde brilla nella luce tagliata, ma sempre più potente. Ombre lunghe che invitano a fermarsi per ammirare lo spettacolo. L’aria piano, piano si ferma e in poco tempo facciamo a meno della giacca e della felpa, rimanendo in manica corta. Considerando che sono circa le 6.30 del mattino e siamo a poco meno di 2000 metri di quota, la cosa mi fa pensare e non poco.

Finalmente le gambe tornano a girare bene, anche se come sempre la discesa mi crea qualche problema. Parliamo poco, ma decisamente di più che non nella quasi completamente silenziosa andata. La strada è la stessa, ma ovviamente la luce cambia tutto davanti a noi. Incontriamo i primi escursionisti quando siamo ai piedi del Bagioletto, poco sopra l’incrocio che a sinistra porta verso i Prati di Sara. Salutiamo e via dritti a rituffarci nella forestale che taglia il bosco di faggi. Facciamo il primo taglio in discesa, ma poi decidiamo di scendere senza fretta allungandola un po’ verso il Passo Cisa, soprattutto per avere a che fare con un fondo e una pendenza meno fastidiosa per le mie povere ginocchia e le mie caviglie da ex calciatore amatoriale. Al Capanno del passo, dove avrei volentieri fatto una breve sosta, troviamo un gruppone di Motociclisti Enduro, che hanno passato lì la notte (si evince dall’orario, dalle tende e me lo confermerà un conoscente che incontrerò il giorno seguente, perché era parte del gruppo “ah ma allora eri te quello che è passato a piedi dal Cisa ieri mattina presto!”). Passiamo dunque oltre e ora il bosco che poche ore prima ci schermava dalla luce della luna e ci teneva al buio, ora ci protegge dai raggi del sole, che iniziano a scaldare e a farci sudare. Una mezzoretta scarsa e siamo di nuovo alla macchina, il cui termometro segna 24°, quando mancano ancora venti minuti alle 8.00 del mattino. Stanchi, ma felici della magnifica esperienza appena fatta, il nostro unico pensiero è quello di un bel trancio di pizza e una sberla d’erbazzone per tacitare quel gorgoglio che da un po’ movimenta i nostri ventri. Il desiderio si avvera poco dopo una doccia ristoratrice. Sono solo le 9 del mattino e abbiamo già alle spalle ore da raccontare. Magari ci meritiamo un po’ di riposo, ma poco prima di assopirsi un po’ arriva un messaggio dall’amico Fabbree, che l’indomani sarà dalle parti di Civago e butta lì…

Domenica 02 VIII 2026: Trekking da Ponte Rio Lama a Monte Prado, tramite via del Monte Cipolla e rientro a Case Civago

…”ma domani ci saresti per una camminata”. Sono stanco, ma ovviamente galvanizzato dall’avventura appena vissuta, così senza stasrci troppo a pensare su, do la mia disponibilità. Anche Paolo pare aver preso la carica dalla nuova esperienza e così mi chiede di partecipare.

Sono le 7.30 del mattino e per fortuna la giornata pare più fresca di quella precedente. Mi diverto con la Panda sulla strada tortuosa verso Civago. Abbiamo appuntamento alle 8.00 al parcheggio di Case Civago con l’amico Fabbree e il grande Cesare, che acciaccato rinuncia alla camminata, ma non a condividere con noi almeno un po’ di tempo. Si offre di accompagnarci lungo i noiosissimi km di sterrato che salgono fino alla sbarra di Ponte Rio Lama, così da accorciare l’andata della camminata verso la vetta del secondo 2000 del fine settimana. L’obbiettivo è per la precisione, calpestare i 2054 Mt della vetta del Monte Prado. Io e Paolo ci siamo stati solo qualche settimana prima, ma nei posti belli si torna sempre volentieri. Per di più oggi il percorso per raggiungere la vetta sarà da Lama Lite inedito per tutti: abbiamo infatti deciso che saliremo dalla via del Monte Cipolla, sentiero che non ho mai affrontato, anche perché sempre sentito raccontare come abbastanza impegnativo, soprattutto per un passaggio su roccette proprio poco prima dell’arrivo sul Prado.

Arriviamo puntuali all’appuntamento e dopo aver calzato gli scarponi montiamo sulla Jeep Renegade di Cesare, che come promesso ci accompagna fino alla sbarra. Il traballante tragitto sulla malconcia forestale passa comunque piacevolmente fra una chiacchiera e l’altra. Quando mancano 15 minuti alle 9.00 siamo pronti per imboccare il sentiero CAI631 in direzione Lama Lite.

È da qualche anno che non mi capita di farlo, mentre in passato, complice anche lo stato della forestale decisamente migliore, era forse uno di quelli che frequentavo più spesso. Sempre per tornare sulle prime volte, qui partimmo in direzione Lago della Bargetana per quella che fu la primissima escursione in quota per Paolo, all’epoca poco più che un bambinetto. Ora le sue gambone potenti spingono in salita nella bella faggeta, poi per passare il Rio Lama che come tutti i corsi d’acqua è in enorme sofferenza per il gran caldo e le scarse precipitazioni. Una quarantina di minuti e sbuchiamo sotto lo spigolo affilato del Monte Cipolla, che sovrasta la forestale nel punto in cui si biforca: a sinistra si procede verso il Passo di Romecchio, a destra dopo meno di cinque minuti e dpo aver girato attorno ad una collinetta coperta di mirtillo, si esaurisce nel piazzale antistante il celeberrimo Rifugio Battisti. Oggi non prenderemo nessuna delle due vie, ma ci inerpicheremo proprio sull’affilato sentiero che ci porta velocemente in alto. Una serie di tornanti stretti ci fanno salire ancora più velocemente e in alcuni tratti mi sento più sicuro ad appoggiare le mani in avanti, tanta è la pendenza e poco lo spazio di manovra. Sentiero da evitare per chi soffre di vertigini, perché spesso ci si trova ad essere su tratti molto esposti, a picco sulla strada, dove vediamo passare mandrie di escursionisti e di ciclisti, che usano la via classica. Poco dietro di noi sale un altro gruppo e lo fa con passo decisamente allegro.

Un passaggio strettissimo con la roccia a sinistra e lo strapiombo a destra, poi una salita ripidissima su gradoni che girano attorno ad un monolite piantato saldamente alla parete, che ora si apre anche sulla sinistra quasi in verticale. Di qua la Valle dell’Ozola, di là quella del Dolo che nasce proprio poco sotto di noi. Siamo appollaiati su poche decine di centimetri di via, che non presentano in realtà grosse difficoltà, ma che ci fanno vivere prospettive davvero affascinanti di luoghi ben conosciuti, ma mai visti così.

Improvvissamente ci troviamo su una sella ampia, coperta da un verdissimo pratone. Di fronte gli speroni del Prado che preannunciano quello che ci toccherà di lì a poco. Una foto con il cartello segnavia del Monte Cipolla e camminiamo finalmente nel largo e addirittura in lieve discesa. Sotto, all’improvviso, ecco il Lago della Bargetana, ma dal lato opposto a quello a cui siamo abituati. C’è pieno di gente, la sotto, ma noi siamo soli con l’altro gruppo che nel frattempo ci ha raggiunto e superato.

La pacchia però dura poco. Qualche centinaio di metri e iniziamo a chiederci da dove passi il sentiero e più avanziamo, più pare chiaro che per proseguire serviranno alcuni metri di arrampicata fra roccette selvagge e sporgenti. Vista dal basso la via fa un po’ impressione, ma in realtà affrontata con la giusta prudenza si rivela emozionante e priva di particolari insidie. Gli appigli sono abbondanti e solidi. Tocca spesso solleversi con le braccia in autentica scalata, ma una fessura a V fra le rocce offre paradossalmente più copertura che non nel tratto precedente e appena raccontato. Insomma: l’abito non fa il monaco, che in questo caso è a dir poco sfarzoso. Qualcuno vedendo le foto mi chiede “ma non avevate paura?”: un disco rotto questa cosa della paura. La paura sta divorando le persone, mi viene da dire e queste oltre a rovinarsi la vita preventivamente, si tolgono la possibilità di vivere esperienze magnifiche. Attenzione, apprensione, tensione: niente fatto con incoscienza o superficialità. Ecco, la paura può servire a mettere in allarme ed affrontare le difficoltà con più concentrazione, ma se arriva a far fare dietro front di fronte al buio, ad una scalatina, a tutto, che vita triste…va beh, per fortuna noi eravamo sicuramente in apprensione, ma paura no l’abbiamo avuta e così ce la siamo goduta. Una volta superata questa mini scalata, ci troviamo di fronte alle ultime centinaia di metri in falsopiano, prima della celebre lapide che segnala l’arrivo a 2054 m sul livello del mare, ovvero alla vetta del Monte Prado.

Fabbree, Paolo ed io a chiudere la fila. Ci compattiamo appena siamo sul pari e concordiamo sul fatto che a saperlo prima, forse non l’avremmo fatta questa via, ma lo diciamo tutti e tre con quel sorrisino di chi ha fatto una marachella ed è appagato proprio per averla fatta. In effetti l’adrenalina ha avuto alcuni picchi, che ci hanno fatto scordare completamente la fatica e il caldo, che a dire il vero oggi non è per niente opprimente, ma si fa sentire, anche perché sono circa le 10.30. Il sole picchia duro, ma l’aria è mossa il giusto per rinfrescare. Ancora pochissimi minuti e siamo in vetta per le classiche foto e per una piccola sosta. L’altro gruppo di escursionisti è fuggito senza quasi feramarsi e così ci lascia la vetta libera e tutta per noi.

Il panorama da quassù è sempre meraviglioso ed anche se sia io che Paolo lo abbiamo potuto ammirare solo poche settimane fa, ce lo mangiamo con gli occhi. Purtroppo a rovinare la quiete arriva un nugolo di tafani e così dopo qualche fotografia e gli ultimi sguardi a 360° per riempirci gli occhi d’immensità, visto che stanno arrivando sia dal versante emiliano, che da quello toscano grupponi di escursionisti, decidiamo di proseguire e lo facciamo iniziando la discesa verso la Sella di Prado, che raggiungiamo poco dopo. L’arietta continua a mitigare i colpi feroci del solleone: sono ormai le 11.00 e i raggi arrivano a picco sulle teste. Una volta alla Sella, dobbiamo farci spazio per passare tanti sono gli escursionisti in sosta. Scappiamo veloci verso la strettoia di roccia che ci immette sul tratto più ostico della discesa: ad addolcirla una prolungata sosta ad abbuffarsi di meravigliosi e saporitissimi mirtilli. Poco sotto il Lago della Bargetana è preso d’assalto e c’è anche il coglione che si fa il bagno: no, nei laghetti di montagna di piccole dimensioni come questo il bagno non si deve fare. Sapevate che il semplice sudore e i rimasugli sulla nostra pelle di saponi, deodoranti o creme varie possono fare danni enormi a questi fragili ecosistemi? Sapevate che la montagna non è un luna park in cui potete fare tutto ciò che vi viene in mente e non è nemmeno casa vostra, ma un luogo da condividere? A quanto pare il post su questi argomenti dovrò proprio farlo, non perché serva, ma perché mi possa sfogare sul tema. Vedremo.

Anche al lago, visto l’affollamento, decidiamo di procedere spediti. Per godersi questi posti meglio venire in autunno, quando le piante di mirtillo che ricoprono l’intero vallone glaciale si colorano di rosso, l’aria è più fresca ed è più difficile incontrare l’ineducazione diffusa che anche qui, oggi, è protagonista assoluta. Da qui in poi incontriamo più traffico di pedoni e ciclisti, che in centro a Sassuolo per le fiere d’Ottobre. Ci sta: la gente sta bollendo alla bassa e questi sono posti tutto sommato abbastanza accessibili: soprattutto grazie alla navetta che evita addirittura il cammino per arrivare ai due rifugi di zona: il Bargetana e il Battisti. Meno di 15 minuti e siamo di nuovo al Lama Lite, ma questa volta anziché tornare sul CAI631 a ritroso, c’infiliamo sul lato opposto verso destra lungo il CAI605. Inevitabile buttare un occhio alla salitona del Cipolla che solo poche ore prima ci ha regalato adrenalina, emozioni e panorami incredibili, con un misto di soddisfazione e quasi di nostalgia. Sì, certe emozioni sono una vera e propria droga.

Quando lasciamo il vallone su cui si sta rifacendo strada la vegetazione per immergerci nella faggeta che s’inoltra nella Valle dei Porci, sappiamo che stiamo per giungere a conclusione della nostra camminata. In realtà manca ancora un’ora abbondante al rientro a Case Civago, ma i panorami e le emozioni da qui in poi saranno decisamente inferiori a quelli della mattinata. L’ombra dell’Abetina Reale ci aiuta a reggere la fatica, che inizia a farsi sentire. Dopo la discesa con a fianco il primo tratto del torrente Dolo, arriviamo alla Segheria. Anche qui le persone sono tante e di metterci in fila per una fetta di torta non ne abbiamo voglia. Del resto è quasi l’una e forse conviene sveltire il rientro. Prendiamo dunque il vecchio sentiero ormai in disuso da quando il ponte sul Dolo ha ceduto ad una piena autunnale, ormai tre o forse quattro anni fa. Ora la scarsità d’acqua permette di guadare proprio in corrispondenza delle massicciate su cui poggiava il ponticello perduto nell’impeto della natura. Enormi massi ricoperti di muschio e un sentiero quasi a scalini ci portano al ponte ancora esistente più a valle. Lo passiamo e poco dopo ecco la fontana nei pressi del rifugio San Leonardo. Una bella bevuta d’acqua fresca ci sta proprio bene. Non posso fare a meno di notare che il getto è decisamente esiguo.

Al bivio che a destra porta proprio al piccolo, ma grazioso rifugio un escursionista dall’espressione un po’ smarrita ci chiede informazioni con marcato accento toscano su come andare al Passo Forbici: decisamente fuori strada, e soprattutto che giro ha fatto per arrivare lì? Ci passiamo il tempo chiedendocelo e scherzandoci un po’ sopra dopo avergli dato le informazioni che cercava, averlo salutato e aver proseguito sul nostro cammino. Siamo decisamenre alle battute finali e anche le gambe testimoniano la fatica della doppia camminata. Qui il fondo è odioso, con sassi che impongono concentrazione e costringono a saltellare da una parte all’altra, cercando la linea più pulita. Ecco che spiana, alle narici arriva il profumo di griglia e stimola l’appetito. Dal greto del Dolo, poco sotto, arrivano anche le voci allegre di bambini. Il massone precipitato ormai qualche anno fa proprio nel bel mezzo del sentiero, dove questo si allarga in una vera e propria strada, ci accoglie per avvisarci che siamo arrivati. Ancora poche centinaia di metri e ad attenderci c’è la fedele Panda.

Il sole arroventa le centinaia di automobili parcheggiate lungo la via, ben oltre il punto in cui da sterrata (e piuttosto malconcia), torna asfaltata, proprio a ridosso delle prime abitazioni di Case Civago. Mai vista tanta ressa. Ci allontaniamo velocemente e ci dirigiamo al Parco dei Principi, dove Cesare e la moglie Orianna (i genitori di Fabbree), come premio per avergli riportato tutto intero il figliolo ci offrono un pranzo frugale, ma decisamente gradito e per festeggiare l’imminente compleanno proprio di Cesare, ci scappano pure un paio di bicchieri di lambrusco.

Un fine settimana speciale, con emozioni e tante prime volte. Un fine settimana di quelli magici, quelli per cui vale la pena portare pazienza e sopravvivere nel tempo sprecato di Piastrella Valley. Ora si può sognare l’Alpe di Succiso, manca solo lei e da tanto, anzi, troppo tempo.

Chissà…



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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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