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Più che altro per non dimenticar(Si)


Piccolo, ma rognoso. 20 VIII 2017 – Costabona – Monte Penna (828 – 1261 m)

L’estate del Trekking era per me partita in maniera più che soddisfacente. Mi era bastato sconfinare nella primissima settimana di luglio per poter già vantare il giro dei tre duemila Reggiani, con il ritorno all’Alpe di Succiso (qui raccontato), che dopo anni raggiungevo addirittura in solitaria e le classicissime per toccare le vette di Cusna e Prado. Inedita e sinceramente, nemmeno ambita era la prima volta sul piccolo, quanto rognoso Monte Penna. Anche se sono passate alcune settimane, penso però che valga la pena riavvolgere la memoria e cercare di descrivere i tratti salienti di questo poco battuto trekking nell’appennino nostrano.

È domenica 20 Agosto 2017 e sono reduce da una bellissima camminata fatta il giorno prima con alcuni amici, con cui si è raggiunto con un itinerario in parte inedito per me, la vetta del Monte Prado, a poco meno di un mese dall’ultima occasione in cui vi ero tornato per la via classica tramite il Lago della Bargetana. Le gambe sono un po’ molli e il caldo piuttosto insistente, ma capisco che l’occasione non avrebbe offerto repliche e decido di tentare. Avendo poco tempo a disposizione so che esiste la possibilità io debba abbandonare, ma per fortuna le cose andranno diversamente.

Parto subito dopo pranzo dal centro della graziosa borgata di Costabona, dove con la famiglia sto soggiornando da qualche giorno e seguo le indicazioni che un amico solo qualche giorno prima mi aveva fornito. Partenza in salita, subito dopo la chiesa ritorno alla tortuosa strada che punta verso quello che qui chiamano “Il Monte”. Dopo poche centinaia di metri lungo la strada asfaltata trovo una borgata in cui finisce la strada e chiedo dritte ad una gentile ragazza intenta a leggere all’ombra, poco fuori la porta di casa. Ritorno sui miei passi sul tratto in piano che riporta alla strada verso il paese e qui si aprono due carraie: una a sinistra, l’altra venendo dalla borgata e natural prosecuzione della direzione che sto percorrendo. La seconda è la mia.

Il polveroso stradello che sale quasi impercettibilmente per fortuna dopo poche centinaia di metri allo scoperto, s’infila nel fitto bosco prevalentemente di querce che mi riparano dal sole insistente, salvo per atri brevi tratti , dove però come premio è possibile aprire lo sguardo sulla vallata: sullo sfondo, come costante e punto di riferimento, fa bella mostra di se la Pietra di Bismantova, ora attorniata da nuvole dense e pannose. Per un lungo tratto non ci sono indicazioni esplicite con segnavia, ma è davvero impossibile sbagliare, visto che le uniche eventuali deviazioni, portano nell’interno del bosco. Dopo nemmeno mezzora dalla mia partenza, sempre all’ombra della vegetazione che copre il Monte Surano che si trova sopra di me sul lato sinistro, incontro un ragazzo che scende atleticamente dal sentiero in direzione opposta alla mia. Saluto e chiedo conforto sul fatto che il mio sia l’orientamento di marcia corretto, per il Monte Penna, trovando da parte sua rapida conferma. Il fondo della carraia è grossolano e spesso ricoperto da sassi di consistenti dimensioni; d’obbligo è fare attenzione ai profondi solchi lasciati dagli automezzi probabilmente quando il fondo era bagnato.

Dopo uno dei tanti bivi che portano derivazioni della carraia ad addentrarsi nel bosco, esce dal lato sinistro, proprio dalla vegetazione, il sentiero CAI 611 e confluisce nella mia stessa direzione. Il passo è svelto, anche se qui si incontrano alcuni tratti con pendenze che fanno sudare, complice la forte umidità che ristagna sotto le chiome degli alberi. Salendo ancora per poco si arriva alla sommità del Poggio Faggiolo, dove è riconoscibile la cabina in cemento di un acquedotto, di cui in alcuni tratti si poteva sentire gorgogliare l’acqua, nei tubi sotto ai piedi. Manca poco alla svolta secca del sentiero, che dopo meno di 10 minuti mi trovo alla mia sinistra. La carraia procede per tornare verso la valle del Secchiello, mentre le tipiche indicazioni bianche e rosse dipinte sugli alberi mi guidano nel cuore della fitta boscaglia.

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Il sentiero è ben segnato sui fusti degli alberi, ma è evidente che viene poco battuto dagli escursionisti e a testimoniarlo trovo il fitto di vegetazione che rende confusa e a volte copre totalmente la tipica traccia a terra che si viene a formare a furia di passaggi. Si sale quasi costantemente, ma senza grandi pendenze fino ad uscire completamente allo scoperto e ritrovarsi alla mercé del solleone. Si entra in un prato che declina appena a sud. Una balconata perfetta che ha come panorama l’inconfondibile silhouette del crinale massiccio del Cusna. Il Gigante addormentato occupa tutta la visuale. Qui i segnali indicano chiaramente che il sentiero prosegue con una svolta di 90° a sinistra, sul limitare fra prato e bosco per un centinaio di metri, per poi trovare riparo nuovamente sotto la protezione bosco.

Una discesa ripida di poche decine di metri, riporta su una strada bianca per boscaioli, il cui lavoro è più che evidente poco più in là. Lo si segue per un tratto brevissimo, per poi imboccare nuovamente il sentiero, che nel frattempo sta per giungere nella sua parte più impervia, ma direi anche più affascinante: dopo aver camminato per alcuni minuti lungo una costa leggermente scoperta sulla destra di chi sale, con una pendenza da fatica, si procede compiendo una larga svolta a sinistra e si sale con una pendenza a dir poco impegnativa. Ecco una di quelle salite che fanno sputare il fegato e scendere copiose gocciolone di sudore dalla fronte, che si vanno a schiantare schioccando sulle foglie secche accumulate nel bosco. La vegetazione è qui decisamente più rada e lascia ampi spazi rispetto alla parte sottostante. La pendenza è quasi proibitiva e gli scarponi devono attaccare decisi il fondo reso scivoloso proprio dalle foglie ammucchiate in grandi quantità sul terreno polveroso e asciutto. Fortunatamente il tratto più duro non dura che pochi seppur soffertissimi minuti, prima di svoltare sulla costa verso destra. Il sentiero ora spiana e va fatta un po’ di attenzione, visto che viaggia a pochi passi dal baratro sotto il quale, diverse decine di metri più in basso, scorre la strada che sale da Gova, nei pressi dell’abitato di Novellano. Manca veramente un non nulla per uscire definitivamente dal bosco e per poter costeggiare a pochi centimetri lo strapiombo roccioso che cade a picco sul versante opposto a quello appena visto sulla sinistra, con la strada di Secchio e Deusi proprio sotto di chi cammina e la visuale sull’intera vallata che si apre verso le caratteristiche stratificazioni oblique del Monte Torricella (che qualcuno chiama Monte Urano). Pochi passi ancora e si arriva sull’ingiallito apice erboso del Monte Penna, dopo circa 1 ora e 40 minuti dalla partenza da Costabona.

Siamo solo a 1261 m, ma lo spettacolo è davvero sorprendente e ammetto inaspettato per me che giungo per la prima volta su questa piccola montagna, che pare volutamente e tatticamente posizionata in modo da non essere ostruita da nulla. Uno sperone che sale puntiglioso a formare una terrazza sulla Val d’Asta, da cui è possibile un panorama a 360°. A nord, quindi volgendosi con lo sguardo verso la via che si è appena percorso per giungere fin lì, la Pianura Padana che oggi, è coperta da una lattiginosa coltre di afa, che impedisce anche di allungare la vista fino all’Arco Alpino, altrimenti certamente ben visibile (quindi è da tenere a mente un’eventuale salita nelle fredde e dunque più limpide giornate invernali, dove è probabile che anche il settentrione possa offrire visuali speciali). Il meglio si ha però ruotando lo sguardo in panoramica da ponente ad oriente e/o viceversa. Quasi tutte le cime più importanti dell’Appennino Tosco Emiliano sono in bella vista: Cimone, Tre Potenze verso Est; Vallestrina, Piella, Cusna al centro, quindi direzione Sud; Cisa, Prampa e in fondo la Pietra di Bismantova volgendosi ad Ovest.

Il sole del pomeriggio spacca le pietre e la testa. È ora di rientrare, dopo aver scoperto, quasi per caso, ma con enorme soddisfazione, questa perla: il Monte Penna è un monte piccolo, ma rognoso da salire (particolarmente nella parte finale), ma la cui cima vale certamente la pena raggiungere più che per il percorso, non certo spettacolare, per l’eccezionale panorama che offre. Un trekking che con le dovute attenzioni non comporta particolari difficoltà e tanto meno pericoli: se andate con bambini, attenzione solo ai brevissimi tratti esposti in prossimità della cima.

 



4 risposte a “Piccolo, ma rognoso. 20 VIII 2017 – Costabona – Monte Penna (828 – 1261 m)”

  1. […] proprio dal Rescadore, passando all’ombra del Monte Penna (di cui raccontavamo l’ascesa qui), percorrendo grossomodo il suggestivo e tortuoso tracciato dell’attuale strada che giunge […]

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  2. […] Un’ampia quanto disastrata carreggiata che avevo percorso già anni fa nel corso della mia escursione fino alla vetta del Monte Penna, con partenza da Costabona, mi fa salire fino a Poggio Faggiolo, dove si trovano le strutture in cemento di un acquedotto. Una […]

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  3. […] costone roccioso a fare da spartiacque fra la valle del Dolo e quella del Secchiello. Racconto qui di quell’ormai lontano e torrido 20 agosto 2017, quando per arrivare sul prato pianeggiante […]

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  4. […] proprio là in fondo, nella fessura della Val D’Asta, fra il Monte Torricella e il piccolo ma rognoso Monte Penna. Guardo fuori dalla finestra sul lato est della casa, poi apro quella sul lato sud e vedo imponente […]

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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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