Se c’è una cosa che non mi piace per niente è viaggiare in autostrada in moto: noioso e questa mattina anche un po’ freschino. Sono da poco passate le 9 del mattino e siamo partiti da circa un’oretta dalle rispettive case, per poi ritrovarci alle porte di Modena per un caffè. Purtroppo già lì perdiamo un pezzo: nella prima parte di questa zingarata dovevamo essere in tre, ma problemi meccanici al mezzo del terzo gli suggeriscono di non rischiare di rimanere a piedi lontani da casa. Partiamo quindi in due: Budu su una Moto Guzzi Stelvio ed io su una Moto Guzzi V85 TT – Travel.

Usciamo dall’autostrada (finalmente) a Verona Nord, dove anche il cielo inizia ad essere meno grigio e a lasciare intravedere un barlume di sole. Le temperature si attestano leggermente sopra i 10°. Un breve tratto di tangenziale ed eccoci finalmente col muso puntato in direzione Valpolicella. Dalle arterie principali a cui ci siamo affidati fino a quel momento per “l’avvicinamento”, ci iniziamo a divertire tuffandoci sulle stradine strette e tortuose che salgono affiancate dai vigneti, ulivi e da muretti di sasso. In men che non si dica siamo contornati dal silenzio rotto solo dallo schiocco preciso del cambio, che dopo essersi impigrito su una sesta fissa in autostrada, qui deve agilmente rispondere alle frequenti cambiate richieste dal persorso.

Salvo qualche piccolo e comunque misurato allungo si deve andare piano, perché le strade sono strette e piene di ciclisti che arrancano sulle salite, dove la coppia del bicilindrico Guzzi suona a meraviglia e con colpetti di gas permette di salire rapidamente, agilmente e senza sforzi. Passeggiamo e io mi riempio gli occhi del cielo che ora è azzurro brillante. Nonostante tutto l’aria rimane freschina e tiene arzilli. Percorriamo la SP33b fino a Crocetta, poi la SP34, che manterremo fino a Corrubio e da lì sempre più immersi nel verde e senza particolare traffico, eccoci alla prima sosta della giornata. Ci fermiamo nell’ampio piazzale sterrato sul lato opposto di quello antistante la Trattoria Ponte Veja a due passi dall’omonimo e celeberrimo punto escursionistico. Siamo in una conca: la strada era scesa per un po’ fin lì e poco più avanti inizia a salire, scomparendo fra le frasche ancora parzialmente spoglie della vegetazione che la fa da padrona. Da lì partono parecchi sentieri per camminate. L’immensa area ristorante all’aperto è ora deserta, ma nei giorni di calura da queste parti probabilmente il via, vai di persone dev’essere piuttosto consistente. Come da tradizione: acqua gasata e un Caffè…c’è anche chi si mangia un uovo sodo, esposto in bella vista sul bancone rustico del bar. Ripartiamo e facciamo un breve tratto di strada sempre immersi nel verde e per fortuna senza traffico veicolare, fino ad incrociare lo stesso ristorante in cui un paio di anni prima ci fermammo a rifocillarci nel giro che quel giorno si limitava alla Lessinia, regione geografica in cui ormai siamo immersi a pieno.

Dai vigneti ai boschi, ora dai boschi alle praterie. Addirittura qualche chiazza di neve che resiste nelle zone più in ombra. Tante moto che si godono, come noi, lo spettacolo di queste terre a poco meno di 1400 Mslm, dove il verde è spezzato solo da qualche costruzione rustica e dalle figure paciose delle vacche al pascolo. L’aria torna ad essere bella frizzantina, nonostante il sole ora brilli senza ostacoli ed eccoci fermi a fianco di un monumento ai Caduti delle due guerre mondiali a fianco del ristoro di Passo Fittanze. Qui conosciamo il possessore di una Guzzi California del 1993 (ci dirà dopo): bellissima e tirata a spigolo vivo. Lo avevamo superato pochi chilometri prima nella curve dolci, ma dal fondo un po’ viscido, che ci aveva suggerito pieghe più misurate del solito e andature guardinghe.

Qualche foto e dopo una pausa di una ventina di minuti riprendiamo la via lungo la SP211, che dopo un primo tratto gradevole e dai panorami ariosi, ci porta dopo poco ad una strada incredibile: stretta e con tornanti da prima e controbilanciamento del peso. Fortunatamente non incrociamo quasi nessuno in questa suggestiva, tecnica e divertente, ma faticosa discesa a rotta di collo verso la val d’Adige.

La discesa si addolcisce un po’ nel tratto finale, che coincide con l’abitato di Sdruzzinà, dove con un inversione verso sud imbocchiamo la sempre bella SS12 dell’Abetone e del Brennero, rientrando per qualche chilometro in direzione Verona. La temperatura è mite: le vigne e i frutteti che ora sono tornati grandi protagonisti, accompagnano questo rilassante tratto di strada. Il traffico è miracolosamente pochissimo e così dopo le impegnative due ore di guida su strade strette e tortuose appena concluse, ci possiamo godere a pieno le dolci ed ampie sterzate che seguono senza resistenza le collinette sovrastanti di poco il fiume Adige e la A22, che scorrono entrambi, imperterriti alla nostra destra. Vò, Masi d’Avio, Borghetto, Ossenigo e una volta a Peri, arriva anche il momento di lasciare la via curvando a destra in direzione sud-ovest, passare il fiume in località Rivalda e continuare a percorrere la via seguendo la corrente del fiume, ma sul lato opposto, lungo la SP11. Anche qui stessa situazione rilassata, con qualche moto in più e tranquilli saliscendi nell’ampia carreggiata, che continuiamo a percorrere senza fretta, godendoci il tepore e il piacere dei colori che stanno esplodendo, nonostante ci si trovi in un’area decisamente più urbanizzata. Il verde chiaro dei primi butti delle viti, lascia posto dopo poco a una vegetazione più selvatica e man, mano che si sale (ora sulla SP29a), i pascoli tornano protagonisti, mentre sulla nostra sinistra possiamo vedere più da vicino le creste montuose, ancora leggermente innevate. La temperatura torna a calare, ma il sole è un piacevole compagno, che rende brillante l’orizzonte di erba e rocce. Nelle coste all’ombra resiste anche qui qualche chiazza di neve, che ancora copre i prati. Spiazzi è l’ultimo paesone che attraversiamo nella salita all’ombra del Bondone, che rimane comunque gradevole e molto guidabile. Ancora qualche Km di curve, solo in qualche raro caso impegnative, poi arriviamo nell’ampio parcheggio dello Chalet Novezza: sono circa le 13 e lo stomaco reclama attenzione; è decisamente venuto il momento di concederci una pausa.

Il pranzo a base del classico tagliere di salumi e formaggi, un po’ di verdure, polenta e gulash, gnocchi di patate con un buonissimo intingolo di aglio orsino, il relax e le chiacchiere, ci ritemprano un po’ dopo questo primo tratto di zingarata. Manca ancora molto alla meta, ma le strade più impegnative, le curve più audaci sono ormai alle spalle. Ripassiamo il programma, mentre nel vicino caminetto crepitano grossi ceppi a ricordarci che qui l’inverno deve ancora finire del tutto. Dopo circa un’oretta siamo pronti a ripartire, non prima, però, di aver ammirato un bellissimo sidecar su base Guzzi V7 850 centenario. La targa se non ricordo male è olandese. Uno spettacolo, così come la luce che illumina le vicine montagne dalle quali siamo sovrastati. Dobbiamo salire ancora un po’, prima di sconfinare in Trentino e scendere lungo la SP3 fino a Bretonico…ma…neve sulla strada poco dopo la ripartenza…neve e moto non vanno d’accordo. Rallento, sono fermo, appoggio il piede, scivola…appoggio anche la moto. Nessu danno, solo qualche bestemmia. Vedo Budu che dopo aver proseguito un po’ torna indietro…la strada è sbarrata. Rimettiamo in piedi la moto e accettiamo senza troppi drammi il cambio di programma: si deve tornare sui nostri passi, perché di lì non si passa…

La salita poco prima percorsa senza strappi, si rivela ora una bella discesa in cui scacciare la rabbia, il fiatone e l’ansia per l’inconveniente appena accorso; a parte una spia che mi si accende, ma è il solito scherzetto dell’elettronica…almeno spero. Mi fermo e faccio il trick necessario: sembra tutto a posto. Menate finite? Speriamo proprio di sì! Si riprende. Di nuovo Spiazzi, Pazzon, San Martino-Platano,Zuane Osteria ed eccoci ancora sul lungo Adige e sulla SP11, ma questa volta in direzione nord. Incrociamo tante moto che salgono e tanti trattori pronti ai trattamenti della vite, ma tutto sommato il traffico è scorrevole e la strada ondeggia serenamente, con la temperatura che è tornata intorno ai confortevoli 20° di una sana primavera, che qui si mostra nella bellezza delle fioriture multicolore tutt’intorno a noi. Incrociato di nuovo Rivalta, con Peri sul lato opposto del fiume, procediamo ora verso Avio e dopo aver rifornito le moto, su fino a Chizzola. Strada lineare, guida liscia senza strappi. Piacevole relax motociclistico fra paesotti che scorrono cheti uno dopo l’altro. Qui però deviamo per andare a Bretonico, dopo aver girato di fatto intorno alla montagna. Il taglio ci fa conoscere un breve, ma suggestivo tratto di strada immerso fra boschi e la strada che scorre in bilico su pendii scoscesi, con qualche curva stretta e divertende su cui tornare a guidare con più passione e concentrazione.

Una volta a Mori lasciamo la SP3 per imboccare con una repentina svolta verso ovest la SS240, che poco dopo ci porta sullo specchio del Lago di Loppio. Qui il panorama inizia a regalare autentiche magie, fra costoni di roccia e qualche piccola galleria; l’ultima incornicia il blu intenso e illuminato dal sole del Lago di Garda che ci si apre davanti come una piccola magia, sulla nostra sinistra. Un windsurf sfreccia lontano, ma spinto a velocità folle da una forza invisibile, l’acqua è imperlata dai riflessi e viene meno il fiato da tanto è bello lo scorcio di cui possiamo godere. La strada è trafficata, quindi non possiamo però perdere la concentrazione, ma rallentiamo istintivamente di fronte a tanta meraviglia, per poterne godere al meglio. Mi viene d’istinto urlare di gioia e lo faccio da sotto il casco, per sfogare l’emozione di un momento così speciale. La pazzia indescrivibile di essere in moto in posti così belli. No…in auto non sarebbe la stessa cosa e per quanto io ami il trekking e camminare, nemmeno a piedi sarebbe la stessa cosa; non meglio, non peggio: semplicemente un’altra cosa e senza nulla togliere ad altre meraviglie, magica come solo lei sa essere. Torbole, poi la caotica Riva del Garda, che avevamo programmato come luogo per la sosta/merenda. Il lauto pranzo che tiene ancora piene le nostre pancione e il caos turistico che ci circonda, suggeriscono di rimandare il voglino di strudel e così, dopo un rapido consulto durante il rosso di un semaforo, decidiamo di procedere rimanendo sulla SS240, che in prossimità dei confini urbanizzati di Riva del Garda, fa il verso allo spigolo alto del Lago di Garda. Con un’ampia ansa verso sud, la strada inverte nettamente la rotta. Rapiti dalla meraviglia costeggiamo per un po’ il lago, che per un po’ vediamo però solo fra una galleria e l’altra sulla nostra sinistra.

Poco prima di entrare nell’abitato di Biacesa, la strada torna a puntare verso ovest e finite le lunghe gallerie, possiamo di nuovo godere di una strada con panorami da favola, ma soprattutto dove guidare è un piacere. Anche il traffico qui è sopportabile. Salvo un paio di tratti con qualche tornantino, la strada permette di ammirare serenamente ciò che ci circonda. Subito dopo Molina di Ledro, ecco che sulla nostra sinistra arriva un altro scorcio da lasciare senza parole: il Lago di Ledro, incastonato fra vette non altissime, ma che lo strizzano fra il verde. Lo percorriamo fino all’estremità più lontana rispetto al nostro senso di marcia e qui decidiamo che sarebbe davvero un peccato non fermarsi, anche perché sono quasi tre ore che viaggiamo dopo la pausa pranzo e le gambe hanno decisamente bisogno di sgranchirsi.

Mancano pochi minuti alle 17 e invece che il te, ci tuffiamo sulla tanto agognata fetta di strudel e perché no, due birrette piccole; ce le fanno pagare care, ma la vista lago, il simpatico accento argentino dei gestori (sì argentini in Trentino) e il riposo, fanno passare in secondo piano questo antipatico dettaglio. Il sole intanto si è abbassato parecchio e inizia a sfiorare le cime della cresta che chiude il panorama ad Ovest. La brezza invece si trasforma a tratti in fastidiose sventagliate fredde. Un salice meraviglioso fa da guardiano allo specchio d’acqua turchese e intorno a noi la pace è rotta solo dai giochi di qualche bambino nel vicino parchetto attrezzato. Non c’è quasi nessuno in giro e il tutto rende questa pausa davvero ristoratrice.

Siamo stanchi e qui si sta veramente da papa, ma la strada da fare è ancora parecchia, così dopo una mezzoretta riprendiamo la via per l’ultimo tratto che ci porterà a destinazione, sulla riva ovest del Lago di Garda, poco sotto Salò. Quello che non sappiamo è che ci aspetta il tratto probabilmente più suggestivo dell’intera giornata. Strada meravigliosa quella che taglia la Valle di Ledro. Sarà la luce bassa, la strada praticamente deserta e dal manto perfetto (che in moto regala grande serenità), ma l’atmosfera è spettacolare. Lunghi rettilinei o tratti sinuosi, ma dalle curve ampie e divertenti, poi di colpo, quasi dal nulla, due tornanti secchi: uno a destra, poi uno a sinistra, per scendere di un piano. Così per due, tre volte, quattro volte, prima di giungere a Storo e esserci lasciati alle spalle un tratto di strada unico. Un’esperienza di guida fra le più belle a mia memoria. Viene quasi voglia di girare la moto e rifarlo da capo. La stanchezza sedata e dimenticata da cotanto splendore.

Ma la meraviglia non è finita e dopo Ponte Caffaro, eccoci a costeggiare le sponde del Lago d’Idro. Ormai siamo così abituati alla bellezza, che lo guardiamo passando piano, senza forzare la marcia, ma senza trasalire, come invece era capitato poco prima di fronte al grande spettacolo che stavamo vivendo, attraversandolo. Una cosa avevamo notato poco prima, nel passaggio fra Trentino e Lombardia: la qualità dell’asfalto. Come si diceva, se è perfetta mette serenità, ma purtroppo qui lo stato è pessimo e ne toglie parecchia. Quando un luogo comune trova piena e palese corrispondenza nella realtà. Per fortuna, dopo alcuni tratti decisamente poco curati o addirittura dissestati, la strada torna ad essere quantomeno decente. La sera inizia ad allungare le ombre e la stanchezza suggerisce di prendere con calma gli ultimi chilometri prima dell’arrivo. Dopo aver percorso la quasi anonima, ma decisamente riposante SP237, seguendo il Fiume Chiese, eccoci di nuovo al cospetto del Lago di Garda che ci si apre di fronte. I giardini delle ville sono uno spettacolo di colori ed il profumo invade quasi fino a stordire. Sono le sette di sera e le ultime luci si specchiano sulla placida acqua del Garda, che mormora di quasi impercettibile risacca a poche decine di metri dal parcheggio in cui sistemiamo le moto. Siamo arrivati al curato Hotel Stella del Benaco, a due passi dalla Spiaggia “La romantica” a Manerba.

Una cena in riva al lago, una bottiglia di buon vino e qualche bella chiacchera in passeggiata per passare la serata e poi a letto per il meritato riposo.

Il mattino seguente mi sveglio di buon’ora e mi concedo una passeggiata mentre il sole sale dietro le montagne che si specchiano sul lago ancora più placido della serata precedente. C’è poca gente che fa una corsetta o come me una passeggiata. Fa fresco, ma me la cavo con una felpina. Qualche foto, poi rientro per la colazione, dove ritrovo il mio compagno di viaggio. Volendo essere a casa entro il pranzo, fissiamo la partenza per le nove. Purtroppo il cielo inizia a velarsi sempre più e quando partiamo, dopo aver salutato i gentili gestori dell’Hotel (voto 8 più, 10 per la gentilezza e per la torta della nonna a colazione), il sole fa capolino malaticcio, fino a dissolversi dietro il grigio compatto, meno di un’ora dopo la nostra partenza, mentre ci lasciamo definitivamente alle spalle il Lago. Ad attenderci la traversata della Pianura Padana, seguendo inizialmente il lungo Mincio. Dopo una superstrada che abbandoniamo all’altezza di Peschiera, ci dirigiamo verso Ponti sul Mincio lungo la SP19, che teniamo fino alla vivace Volta Mantovana, per poi risalire verso Borghetto. Ora giochiamo per un po’ con il confine fra Veneto e Lombardia e lo facciamo attraverso vecchie capezzagne ora asfaltate. Lunghi rettilinei pianeggianti e stretti. Lingue d’asfalto a volte malconcio affiancate immancabilmente da fossi colmi d’acqua, fra campi e ruderi, vecchie magioni ormai in rovina. I pochi paeselli che attraversiamo sono scrostati e mettono tristezza. Il cielo grigio amplifica questa sensazione. La pianura padana ha il suo fascino, ma in queste condizioni e dopo la giornata di meraviglie paesaggistiche passata il giorno prima, oggi viene proprio voglia solo di godere della guida, quando possibile.

Ci lanciamo fulminei sui rettilinei che sono spezzati da secche curve a novanta gradi. Le strade qui non seguono i confini naturali, ma quelli legali. La campagna ci regala momenti di pace e riflessione: com’è possibile che una zona così ricca, sia tenuta così male? Capannoni abbandonati parlano di momenti d’oro di queste zone. Un’eruzione di benessere, che s’è spenta veloce, lasciando dietro di sè uno sciatto e disordinato costruire frettoloso. Tanti piccoli eco mostri e case dall’intonaco cadente. Mette molta tristezza vedere luoghi trattati così male.

Percorriamo anche un pezzo di SS12, prima di Ostiglia tagliamo di nuovo verso ovest e dopo la Romana Nuova, eccoci sul ponte metallico sul Po e poco dopo ci fermiamo per l’ultimo caffè prima dei saluti. Siamo a San Benedetto Po. Peccato sia un po’ prestino, perché in quella baracchina vicino a Camatta, fanno un risotto alla pilota da volar via…

Parcheggiamo le moto a poche decine di metri dall’argine del grande fiume, che sbarra la vista appena fuori dalle ultime costruzioni del paese. L’ultima volta che ero passato di qua erano ancora evidenti i segni tremendi del terremoto, che da queste parti aveva fatto paura, danni e poco più in là anche morti. Ora le case sono tutte in ordine, pitturate di fresco e dopo le tante brutture viste fino a poco prima, fa piacere essere di nuovo dove le persone tengono oltre che alle proprie tasche, anche ai propri luoghi. Alcuni vecchietti discutono di calcio in dialetto locale (che a me fa sempre ridere un sacco), la barista, schiva, ma gentile, ci da l’ultimo caffè ed acqua gasata della zingarata. Ci rimettiamo in marcia poco dopo per questi ultimi chilometri di pianura. Ancora grigio, freddino. Campi e campagna a perdita d’occhio. La SS413 ci porta prima a Moglia, poi a Novi, da lì a Carpi passando per la tristemente nota Fossoli.

Sulla tangenziale di Carpi ad una delle tante grandi rotonde che la punteggiano, la mia strada si divide da quella del mio compagno di viaggio. Io tramite la stretta ma ben conosciuta Via Fornace punto verso Santa Croce e Cantone, fino all’intersezione con la SP85. Ormai sono nelle strade che ogni giorno faccio per andare e venire dal lavoro. Sullo sfondo, seppur offuscata dal grigiore, s’intravede (o forse sono io che la intuisco?) la silouette delle mie montagne preferite: ne ho viste di meravigliose, ma l’appennino sa decisamente di casa. A Rubiera devio per Marzaglia, giusto per stare in campagna…e nel piccolo centro l’unica macchina presente, con una manovra brusca, improvvisa e sconsiderata per poco non mi mette sotto…ho già dato un annetto fa…mi va bene…posso tornare a casa. Via Ancora, il Secchia, casa mia, dopo due giorni di libertà sulla sempre più amata Moto Guzzi V85TT – Travel o se preferite con la Dorina.

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