Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


Michael

Statene certi: se esce un biopic su artisti, sportivi, grandi personaggi storici, io devo assolutamente andarlo a vedere, perché posso tranquillamente affermare che si tratti del mio genere di film preferito. Non importa se il protagonista abbia fatto cose che m’interessano, mi piacciono o mi hanno affascinato: quello che mi fa correre è scuriosare su come prendono vita le storie importanti del genere umano. Michael, non fa dunque eccezione.

Michael Jackson non è mai stato uno dei miei artisti di riferimento: nella mia ampia discografia ho di suo solo una compilation con i grandi successi: se c’è altro me l’hanno regalato e non me lo ricordo. Jackson è però uno di quegli artisti che conosci anche se non vuoi. La loro popolarità è stata così dirompente, che in un’epoca in cui le grandi star si contavano sulle dita di una mano (perché ti piacessero o meno, lo erano sul serio), era letteramente impossibile non sapere di loro, conoscere le canzoni, i gossip. Quando lui arrivò all’apice, io ero poi fra l’infanzia e l’adoloscenza: alle medie, a metà degli anni ’80 del ‘900, tutti provavamo a fare moon walking, chi dice il contrario, mente. Chi ci riusciva era un togo, come avremmo detto all’epoca.

Il film? Beh, inizia a farti muovere sulla poltrona, quando ancora deve arrivare la prima inquadratura. Perché quelle canzoni, quei riff, quelle melodie, per il discorso fatto sopra, noi che oggi abbiamo sui 50, volente o nolente ce le abbiamo dentro e fanno tutto da sole. Perché potevi anche tirartela a fare il punk o l’alternativo, ma quelle linee di basso scuotevano le budella anche a te: perché erano fatte da dio ed il successo a quei tempi era una cosa seria: nessuno lo faceva se non lo meritava. Se eri il più o tra i più grandi, dovevi veramente essere speciale.

Il film ci gioca su questo essere speciali. Il rapporto con gli animali, la voce che già a 10 anni faceva fermare il cuore dei più esperti e avvezzi al talento, la sensibilità, la mancanza di malizia. Ci gioca troppo? Vuole imboccare verso un giudizio forzatamente positivo di un personaggio che è stato anche protagonista di vicende torbide e a tutt’oggi indefinite? Beh, ditemi un po’: non funziona proprio così, che dei propri idoli, se poi son morti ancor di più, si parla sempre e solo calcando la mano sui pregi e nascondendo i difetti? Anzi, a volte raccontando i difetti come dei pregi incompresi. Niente di strano, dunque, anzi: logico e funzionale ad uno spettacolo decisamente attraente.

Vi dico poi un segreto (che avrò già svelato diverse volte parlando di film monografici): a me che questi film raccontino la realtà in modo documentaristico, non importa nulla. Io li vado a vedere per emozionarmi e “Michael” ha vinto a mani basse.

La sua storia sembra fatta apposta per gridare al miracolo e magari lo è stato davvero (ma ripeto: non m’importa che si siano gonfiate le cose belle e sgonfiate quelle brutte). La sua musica e i suoi balletti, i suoi video, le sue idee che hanno aperto la strada a vere e proprie virate della cultura pop, ci sono stati davvero e in questa pellicola accade un altro miracolo, probabilmente il più imponente: Jafaar Jackson, che di Michael è nipote (figlio di uno dei fratelli), e la sua interpretazione.

Al di là della somiglianza fisica impressionante e sicuramente aiutata dal trucco, c’è quella nelle movenze e dicono anche nella voce, che non è roba da poco. Guardando alcuni video che mostrano il dietro le quinte di alcune scene, si vede poi l’impegno meticoloso per arrivare a quella che definire perfezione è poco. Lavoro, talento e fortuna. Una triade che rende Jafaar davvero e semplicemente un miracolo.

Un film che approfondisce la figura del padre/padrone, dove la sorella poi divenuta a sua volta famosa (Janet), non vuole entrare e infatti, non c’è (mancanza non da poco, ma che non deturpa il senso di raccontare questa storia), ma soprattutto un film che da quelle più semplici a quelle più profonde, dirompe di emozioni.

Come dicevo all’inizio, non ho mai seguito e amato particolarmente Michael Jackson, ma i Biopic sì, e anche questa volta ci sono scappate due lacrimucce di commozione nel vedere raccontata la bravura. Non per la storia in sè, non certo per i discorsoni della mamma (ancora al mondo a 96 anni appena compiuti, che dopo aver visto il film dice che le è sembrato di rivedere il suo Michael…e se lo dice lei). Non so perché ma quando vivi come spettatore certe storie, rischi di fossilizzarti su dettagli insignificanti: sul gossip, sugli scandali, sui calzini, sui capelli. Così però rischi di perdere la potenza che certe persone sanno esprimere e la fatica enorme che hanno fatto per riuscirci. Forse ora che sono passati tanti anni, ora che non devo più darmi un tono coi Clash ed i Nirvana, trovo la visione d’insieme e posso ammettere, che, anche se continua a non farmi impazzire, conosco più canzoni di Michael Jackson di quello che pensassi, perché le ho dentro. Che certe sono davvero bellissime e che mi hanno impedito di stare fermo un solo secondo sulla poltrona del cinema: ballavo, muovevo la testa, battevo il tempo coi piedi, completamente assorbito dalle luci e dai lustrini, dal groove. Un bimbo in una camera piana di giochi e peluches…

Il film si ferma al 1988, Michael ha fatto moltissimo anche dopo. C’è una frase, poi, in sovraimpressione che suona un po’ come un alert per il possibile (direi quasi certo) sequel, per raccontare la seconda parte di vita di Jackson; ça va sans dire, ci spero.



Lascia un commento

Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

Newsletter

Scopri di più da Bar Snob

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere