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Più che altro per non dimenticar(Si)


La zona d’interesse

Un po’ per pudore, un po’ per timore, da moltissimo tempo ho smesso di scrivere delle visioni alle quali mi sono dedicato fra piccolo e grande schermo. Ho passato un lungo periodo senza cinema, mentre nell’ultimo (dall’autunno ad oggi), ho cercato di andare il più possibile davanti ad un grande schermo, perché da sempre credo che il cinema doni qualcosa in più non solo agli occhi, ma anche all’anima di chi guarda. Il cinema è un’esperienza immersiva, che può anche essere grande sprone per la riflessione profonda. Almeno, per me è così, o meglio, io tendo a viverla così.

Torno dunque a parlare di visioni e di riflessioni ad esso collegate, perché questa volta credo proprio che ci sia parecchio da dire ed eventualmente da discutere e su cui confrontarsi, riflettere. Questo post però, devo precisarlo, non solo per correttezza, ma proprio per onestà e linearità con ciò che segue, è ispirato, certo, alla visione de “La zona d’interesse” ma anche all’ascolto successivo (per ottimo consiglio dell’amico Cimba), del podcast dedicato a questa pellicola nella serie “Incompetenti” (rintracciabile su tutte le maggiori piattaforme audio comunemente più utilizzate, nel mio caso Spotify a questo link).

Come un tempo, non mi sento in grado e non sono in grado, perché non ne ho proprio i mezzi (magari un po’ di sensibilità, ma nulla più), per mettermi a fare una recensione completa del film soprattutto sotto il profilo della tecnica cinematografica. Per quella, ovviamente e correttamente non posso sentirmi a mio agio se non consigliando di rivolgersi a chi ne sa veramente. Mi limiterò dunque ad una descrizione emozionale, da spettatore appassionato e che qui si è trovato spesso a bocca aperta.

Fin dall’inizio a dire il vero, quando ho provato un senso di disagio totale e di vertigine quasi fisica nell’affrontare uno schermo nero, con i suoni che dissonanti erano l’unica presenza in sala. Poi una botta di luce, un fiume, erba e scene bucoliche. Il suono di strumenti in accordatura (sì, come quando tutti i musicisti di un’orchestra si concedono l’ultimo momento di individualismo, prima di tuffsarsi nella coralità dell’esucuzione sinfonica), lascia il posto ad un suono sordo. Le voci della famiglia che sta per concedersi un tuffo nel fiume sono comprensibili, ma non sono loro che tengono banco: e di fatto la colonna portante del film sta tutta lì. Il suono di sottofondo.

Si parla di film horror proprio nel podcast sopra citato e come non essere d’accordo? L’orrore è costantemente presente. Ubriaca la visione e spaventa la megera suocera: una donna riprovevole, che pare essere l’unica ad accorgersi che quel suono, no, non è sopportabile, è orrendo, è il suono del terrore, che non si vede mai, sta sempre dietro un muro o al massimo fa una luce così forte da tenere svegli la notte, ma che non si manifesta mai visivamente nella sua espressione diretta. Qui non si documentano gli atti, quelli li abbiamo ahinoi visti centinaia di volte, a cosa serve tornarceli a proporre, se poi rischiano di creare assuefazione e quindi distacco dall’orrore che rappresentano. Ma provate a reggere al martellamento sonoro che quegli atti producono, magari con un bel rosso sparato nelle pupille.

Nel frattempo la vita della famiglia Höß, Marito, Moglie e un manipolo di figli che vanno dall’adolescenza, alla culla, procede come se quel sottofondo non esistesse, come fosse qualcosa di normale, di necessario e comunque non testimone di un orrore,sempre e solo al di là di un muro, ma semplicemente un effetto collaterale di ciò che è necessario alla propria realizzazione, al successo delle loro vite: nulla può permettersi di mettersi in mezzo ai loro sogni ed alle loro aspirazioni. In questo la più determinata pare proprio essere la glaciale Hedwig, che non si fa scrupoli nemmeno a pretendere dal marito di arrangiarsi da solo, quando la sua carriera lo porta lontano da quel paradiso pieno di fiori, ad un muro da quel suono struggente e costante. Lui, Rudolf, pare proprio essere un uomo capace di farsi volere bene dai suoi sottoposti, un padre premuroso, ma soprattutto un organizzatore di alto livello. Ai tempi nostri le ditte di logistica probabilmente se lo litigherebbero.

Va a Berlino, lontano, fa il galante per strada, Rudolf, elegante si muove con disinvoltura ad una ricevimento d’altri tempi, in un palazzo sfarzoso e anche lì non può fare a meno di concentrarsi sul proprio lavoro: sa pensare solo a quello e l’ossessione per una nuova importante, ma impegnativa responsabilità, lo porta ad avere una crisi di panico, che si manifesta con conati di vomito vuoti, come la sua anima. Ma non ci si può fermare: non può deludere la sua adorata Hedwig e poi non vede l’ora di tornare a portare i ragazzi sulla canoa, sul fiume…basta solo stare attenti a non farlo nel momento sbagliato.

Poco prima di scendere claudicante l’altezzoso scalone silenzioso, comunica al telefono alla moglie che tornerà presto in quella meravigliosa casa, dove la solerte consorte riceve le amiche, mangia salsicce e progetta spazi deliziosi in cui far divertire i figli, fra gazebo, piscine, fiori profumati, arbusti da non deturpare, per mantenere la grazia e il decoro di una casa da alta borghesia. Di fatto è una promozione, uno scatto della sua carriera, l’ammissione dei superiori che lo hanno trasferito, che solo lui può essere in grado di gestire ad un certo livello un lavoro così impegnativo, come quello in programma. Ma niente è più importante di ciò che sono gli obbiettivi personali, di arrivare: nulla deve distrarre, nemmeno quell’inequivocabile suono di costante sottofondo, che non è possibile non sentire, che nessuno potrebbe attribuire a qualcosa di differente dall’orrore che ne è la fonte. Abituarsi, accettarlo ad ogni costo: questo è il prezzo per continuare lungo la strada del successo. L’impressione è che nessuno fatichi eccessivamente ad ignorarlo, anche se qualche piccolo gesto tradisce la consapevolezza dei protagonisti: certo che lo sentiamo, siamo mica sordi, solo non possiamo dargli retta, tutto qua.

Ci sono pochi momenti in cui l’immagine torna protagonista e dominante: sono immagini paradossalmente dall’effetto al negativo. Non ci sono colori, ma solo calore, quello della speranza, che dimostra, forse, che non sono proprio tutti così sordi. Non possono gridarlo al mondo, ma fanno quello che possono per portare qualcosa a chi non ha niente. L’allegoria (se di questo si tratta), forse non è così immediata e comprensibile (io ho dovuto sentire il podcast per avere conforto di ciò che avevo pensato di capire), ma è l’unico strappo ad un monolite di dolore sonoro. Poi un pianoforte, note stentate da un foglio che forse era un premio riconoscente o la voglia di dire che non si è persa la speranza, prima di affogare, di nuovo, inevitabilmente nei suoni che arrivano dall’altra parte del muro.

Di colpo, senza preavviso, sembra a caso, ma non è così, un flash nel presente (perché il film è ambientato negli anni ’40 del ‘900), a tirare tutti noi dentro quel mondo lì; quello di Rudolf; a dirci che il sottofondo a volerlo ascoltare, è anche sotto le nostre vite. Schermi di smartphone, radio, TV, ci bombardano continuamente e non sentiamo più, troppo concentrati nel nostro, troppo determinati a far sì che nulla possa andare storto rispetto ai nostri programmi. Non c’è nulla di diverso da Rudolf e noi: sordi per egocentrico opportunismo. Abbiamo sempre un buon motivo per declinare nella zona di disinteresse del nostro spettro, il suono di qualcosa che fa orrore (guerre, ingiustizie, pianti di tristezza, solitudine, disperazione, malattia,…). Costruiamo muri a volte fisicamente, altre volte moralmente invalicabili. Anzi, magari qualcosa di differente possiamo riconoscerlo: la coerenza. Non è a nostro appannaggio: brutale, ciecamente contabile, disumano, ma senza nasconderlo, nemmeno ai propri figli. Rudolf è così: nessun talento particolare, solo molta capacità organizzativa e una praticità estrema, ma nessun tentativo di apparire diverso da ciò che è, non ne ha bisogno. Non filosofeggia sui perché, non accampa scuse, pudore alcuno: mentre guarda giù dalla balconata si pone dei problemi tecnici, non certo morali e non ne fa mistero, come invece siamo abituati a vedere capiti come pratica comune ai tempi nostri. Siamo noi gli spietati musicanti dell’orrore che si travestono da accettabili ingranaggi di un mondo che va così e nel quale per riuscire non c’è modo se non fare così. Siamo noi quelli che “stiamo solo eseguendo degli ordini”. O almeno amiamo molto raccontarcela.



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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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