Oggi la chiamano “PERCEZIONE”, ma qualche volta avrebbe più senso tornare a spolverare il vecchio adagio: “prendere fischi per fiaschi”, che sta quindi per sbagliarsi.
Parto come solito da una leggera storia autobiografica di ordinarietà piccolo borghese emiliana. Carico la figlioletta sul seggiolino posteriore della mia pandina rossa, le porgo Gigi, l’orsetto di peluche che le fa compagnia e dopo essere montato al posto guidatore, accendo l’autoradio che già gracchia cattive notizie, ma è venerdì e vale la pena tenere botta, aziono col telecomando il cancello automatico per farmi ingurgitare dalla giornata che già freme a Piastrellavalley, nel tiepido sole mattutino di maggio. Faccio manovra, lasciandomi alle spalle il muro di cinta che in questo periodo offre il meglio di se, colorandosi del rosso delle rose rampicanti che fin da bimbo mi ricordano col loro sbocciare che fra poco sarà il mio compleanno. Il cancello è aperto, nessuno attraversa il marciapiede, ma vedo automobili sfrecciare (troppo velocemente, secondo me), lungo lo stretto budello in semicurva su cui si affaccia la mia adorata casetta, quindi mi fermo col muso appena fuori dalla soglia…sono fermo…ma fermo, fermo. Fermissimo, immobile, con il piede pigiato sul freno; poco sotto il semaforo rosso crea la solita piccola fila che tutte le mattine gasa le mie piantine di fragole, spero che qualcuno mi faccia passare, ma sono fermo. Solita scena. Guardo attraverso i finestrini veloci le facce assonnate passarmi innanzi per poche frazioni di secondo: tradiscono pensieri, assorbimento in se stessi e nei propri programmi. Sono ancora fermo. Questa volta un sussulto: non un vitreo sguardo coperto da occhiali da sole e fisso nel “che du maroun”, ma una faccia tutta per me. Rabbiosa, per quanto ordinatamente truccata e inscatolata in un convenzionale caschetto fresco di piega. Sputa improperi e aiutata dalle membra superiori, che allo scopo lasciano pericolosamente il volante del grosso SUV scuro che stanno pilotando, mi lancia gestacci.
Sono fermo. Ho la mia bambina in macchina. È venerdì. La giornata sta per iniziare e fra poco non dovrò pensare che alla grigliata con gli amici in programma per domani. Potrei anche soprassedere e rinunciare a capire, perché, insomma: vuoi litigare subito al mattino presto? Lascia perdere, dai…

Ma io non sono fatto così. Se leggo sulle labbra cariche di rossetto di una signorotta di mezz’età, alla guida di un SUV, un non equivocabile “stronzo, cazzo fai!?! Vaffanculo!!!”, faccio fatica a non chiedere spiegazioni, soprattutto se sono convinto di non aver fatto niente, questa volta, per essermelo meritato. Già, come si dice in quest’angolo d’Italia, sono una “pugnetta”.
Il semaforo rosso mi aiuta ed anche la fortuna, che fa disporre le macchine in attesa del verde in maniera tale che io riesca, senza manovre fuorilegge, ad affiancare la signora. Le chiedo udienza. Lei vede la bambina e modifica il linguaggio fino a quel momento non proprio in linea con il prestigio che probabilmente aveva in mente di rappresentare quando decise di acquistare il macchinone di cui è alla guida, io, avendo una Panda potrei anche lasciarmi andare a scurrili vezzi popolani, ma decido di non avvalermi di questo diritto di classe e chiedo semplicemente: “Signora, mi spiega perché se l’è presa con me?” e lei “E me lo chiedi anche? Guarda se non c’era la bambina, te lo spiegavo meglio! Ma se stavi per venirmi addosso!!!”
Respiro e penso di nuovo alla pancetta abbrustolita sulla griglia che da lì a pochissime ore scrocchierà sotto i miei denti, scandendo il ritmo delle risate di bambini ed amici, nel tepore primaverile della campagna modenese…dico solo “ma io ero fermo…” e lei insiste “No, no! te mi stavi venendo addosso! Bisogna che stai più attento!”. Ora, io non mi sono nemmeno tanto risentito per il fatto che si sia liberamente affidata ad un non concesso ed immeritato “Tu”,anche se…ma soprattutto, lo ammetto, spiazzato dall’assurdo, non so più cosa rispondere. Mi aiuta ancora il semaforo e fortunatamente viene verde. Chiudiamo i rispettivi finestrini, io ingrano la prima, lei non ne ha bisogno e partiamo. Io torno a parlare con mia figlia con il giornale radio in sottofondo. Poi faccio le solite cose, entro all’asilo, ultime coccole prima di salutare la bimba, due chiacchiere con le maestre, riprendo la macchina e per tutto il viaggio fino al lavoro non riesco a togliermi di testa la frase che non ho detto per chiudere il dialogo, ma che ho pensato “Signora…brutta bestia la percezione personale…”.
Oggi la chiamano percezione, ma in qualche caso è semplicemente prendere fischi per fiaschi e il peggio è solo all’inizio, se si pensa che poi ci si costruisce il proprio pensiero, il proprio stile di vita, le proprie azioni…il proprio voto, sulla percezione personale. Ormai pare che oggi ogni discorso sia sul percepito, che sempre più spesso vuol poi dire sull’ego individuale, che si cristallizza in blocchi, solo se a fare da nucleo c’è la paura. Su come spiegare le cose alla gente, non cosa, ma come! Un’evoluzione, un 2.0 del vecchio “l’abito non fa il monaco” ribaltato e pompato all’ennesima potenza. Decido io che abito deve avere il monaco per essere tale.
Io comunque ero fermo e pensavo alla grigliata di domani. È venerdì, e questa per fortuna non è una percezione. Vale la pena tenere botta!

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