Ho lasciato passare qualche giorno per far scorrere definitivamente la tensione e far sedimentare l’entusiasmo, prima di tornare sulla mia prima volta come moderatore (presentatore? gran ciambellano? giullare?) della presentazione di un libro. Ora però credo proprio sia venuto il momento di lasciare andare un po’ delle emozioni che questa prima volta mi hanno regalato e che continuano ad aleggiare e rimbalzare nella mia memoria. Perché, come insistentemente ripeto, perderle sarebbe un delitto bello e buono e per quanto forti ed intense il rischio c’è sempre. Anzi, temo che purtroppo bisognerebbe rassegnarsi alla certezza che ciò accada.
Domenica sera, è il 28 di febbraio dell’anno bisestile 2016: impegnatissimo nel tentativo, per fortuna andato a buon fine, d’impedire il decollo della mia Panda Rossa in costante ed acrobatico aquaplaning sulla tenagenziale Modena-Sassuolo, improvvisamente mi trovo ad affogare, non in una delle gigantesche pozzanghere che rendevano infida la strada, ma in una sensazione di profondo e caldo benessere. Una doccia tiepida, improvvisa e più roboante della pioggia che batte violentemente sul parabrezza e sulla cappotta, impedendo alle note suonate nel disco “Conversation with myself” da Bill Evans (chissà quanti anni fa), di essere distinte una dall’altra e a cui i tergicristallo proprio non sanno far fronte: uno scroscio fumante di una sensazione rara, per non dire unica per quanto mi riguarda: soddisfazione…piena!!! 
Un lampo mi ha fatto quindi pensare alla fortuna e a quanta ne ho avuta sempre in generale, ma soprattutto in occasioni come queste.
Tutto comincia una decina di giorni prima, con un messaggio in cui mi si chiede di fare una cosa per me inedita: “sold e paura mai avù!” Diceva un conoscente veneto e anche questa volta prevale il gusto della scommessa al buon senso. Accetto e solo pochi giorni dopo essermi abbuffato con le pagine de “L’odore del sangue“, mi trovo a camminare veloce sui ciottoli infradiciati dal diluvio, in Via del Taglio a Modena. La pioggia pare intenzionata a lasciare un momento di respiro e, scelta di cui mi pentirò amaramente solo poche ore dopo, causa eccesso di ottimismo e odio profondo per l’imgombro dell’ombrello, decido di lasciare quello che mi ero preso da casa appoggiato sul sedile posteriore dell’auto. Arrivo in Via Fonte D’abisso in pochi minuti, incrociando facce da aperitivo e coppiette in passeggiata. Volo e mi sale un po’ di fiatone. Non per la camminata.
La libreria Emily Bookshop apre di colore l’angusta via che scorre a due passi dal Palazzo che fu dimora degli Este, ora Accademia Militare. La luce esce dalle ampie vetrine e sbatte sul selciato bagnato per essere rilanciata lungo l’imbuto di mattoni dei palazzi; e via! Schizza verso l’alto a consolare le nuvole piangenti, trascinando con sè l’iride gioiosa composta dalle costine dei libri e dalle tinte delicate ed allegre, calde e avvolgenti, che Elisa, seduta solitaria in attesa, ha deciso di scegliersi come compagnia per le proprie giornate. 
Manca un’ora all’orario prefissato per la presentazione ed io fremo d’impazienza, come uno dei tanti bambini che immagino attraversare il corridoio, per inoltrarsi curiosi nella zona più interna della libreria, dove si aprono gli ambienti dedicati alle letture dei più piccoli e dove trovano posto anche invitanti vasetti di miele. Sento il profumo del caffè che Elisa mi offre mentre proviamo a conoscerci almeno un po’. Sbircio ancora la graziosa libreria, sposto due sedie, chiedo consigli e ripasso gli appunti che mi serviranno di lì a poco. Fondamentalmente sono in mezzo ai piedi e per scaricare tensione, logorroico, forse un tantino invadente. Fabio finalmente e per fortuna arriva, non prima di diversi avventori che timidamente iniziano a prendere posto, di fronte al tavolino su cui sono sistemate alcune copie dalla copertina “insanguinata”.
Iniziamo d’improvviso…rompo il ghiaccio senza pensarci troppo, mi lascio trascinare. Fabio mi aiuta, con la sua esperienza, con la sua bravura e credo anche con la sua comprensione. Per un po’ mi concentro sul quaderno degli appunti, faccio l’errore del pivello che non guarda la pista e macina la scaletta come se fosse solo nella sua cameretta a provare i mixaggi, poi me ne rendo conto e cerco di porre rimedio: mi lancio completamente ed affronto gli occhi della piccola, ma intensa platea, concentrata e a due passi da noi. Cerco consenso, conforto e comprensione. Trovo concentrazione e curiosità. Credo vada bene così. Passare inosservato è la cosa migliore. Le pagine intrise di noir de “L’Odore del Sangue” fanno il resto: un libro avvincente, che pervaso da pregiudizi su un genere che mai mi aveva avvinto, avevo affrontato inconsapevole che mi avrebbe spaventato, emozionato, avviluppato e coinvolto, come invece, alla fine, è successo. Leggerò solo il giorno dopo le parole di Fabio che scrive “Poi c’è stato Antonio Zanoli. Sapevo che non avrei sbagliato, a chiederlo a lui. Può fare il modesto finché vuole ma lui, davanti ad un pubblico, è proprio nel suo ambiente. Ci sguazza, con naturalezza e simpatia.”
Non ci stavo proprio sguazzando, ma, ero a mio agio, è vero! Le domande del pubblico mi permettono dopo una mezzoretta di tirare un sospiro di sollievo: il “peggio” è passato. Fabio autografa copie, parla con i lettori che non sazi insistono col torchio. Io ho il piacere di un incontro inaspettato con un “amico di social”, che mi accompagna, dopo i saluti a tutti, per qualche decina di metri sotto la pioggia che ha ripreso a scendere copiosa. Pochi minuti, un grazioso pensiero a riempire ancor di più questa già giotta domenica sera, poi di corsa a ritroso verso gl’impegni della vita. L’ombrello avrebbe fatto comodo, ora. Le gocce pesanti mi convincono ad affrettare il passo e a concentrarmi per schivare le pozzanghere e i pensieri che iniziano a fermarsi, arrestando il turbinio caotico in cui si sono intruppati. Arrivo alla macchina, sento la pioggia attraversare fredda i jeans. Telefono a casa, parto, diluvia, è ora di cena. Il traffico è poco, ma costringe all’attenzione. Eccomi sulla tangenziale a schivare voragini
d’acqua…mi vien voglia di dir grazie; a chi di preciso non lo so, ma mi sgorga come obbligo: per quello che ho, per essere nato e cresciuto a Piastrellavalley, che avrà i suoi limiti, ma non è Gaza e nemmeno una favelas; nel 1974 invece che, tipo, nel 1922 e con quel bel malloppo di fortuna che ho nel poter avere queste enormi opportunità.
Una domanda, prima sussurrata, poi man mano sempre più insistente s’è spavaldamente fatta strada…stavo quasi per farmela a voce alta: “Buona la prima?”. Fisso ancora qualche istante il soffitto nell’oscurità della stanza e prima di chiudere gli occhi ed abbandonarmi al riposo, mi scappa un presuntuoso, ma sentito “Massì!!!”.
Le foto a corredo del post sono di Roberto Maggiore
“L’odore del Sangue” è edito da Incontri Editrice
Per saperne di più su Fabio Manelli puoi cercare qui
Grazie di cuore a Elisa per il caffè e per la pazienza durante quell’ora di attesa. Andatela a trovare e a bervi qualcosa di caldo nella sua deliziosa ed accogliente libreria

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