Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


Disclosure Day

Fa un caldo terribile e la visione delle 18.20 in una sala opportunamente condizionata è quanto di meglio possa esserci dopo una delle ennesime giornate trita gonadi di questo periodo. Oggi c’è anche l’offerta a 3.5 € per il biglietto, cosa che scopro con gioia solo quando mi rivolgo alla cassa per la visione di “Disclosure Day”, ultima fatica del quasi ottuogenario e mitico regista Steven Spielberg: artista che mi ha regalato alcuni dei miei film preferiti di tutti i tempi. Come faccio spesso, entro alla muta in sala, cioè senza informarmi troppo, senza leggere troppo (anzi in questo caso proprio nulla) e così so più meno di cosa si parlerà, ma non ho alcun tipo di pregiudizio sulla visione che mi appresto a fare in una sala insolitamente affollata per l’orario (con i più rompicoglioni proprio dietro di me, ovviamente: ragazzi, al cinema si tace, non siete nel salotto di casa vostra e soprattutto vi si possano fulminare i cellulari se li estraete durante la proiezione, causandovi un’ustione di primo grado, che vi lasci il ricordo per almeno qualche giorno della maleducazione che accompagna il vostro gesto da imbecilli).

Il film inizia con una bella gomitata in faccia. Si parte forte insomma. Poi in pochi minuti arrivano le prima pistola puntata a minacciare, le auto nere, quei SUV americani, che nelle nostre strade si incastrerebbero fra un muro e l’altro e solo qualche esaltato si ostina a voler comprare anche alle nostre latitudini; da questi transatlantici dell’asfalto coi vetri oscurati e dal ruggito cupo, escono ceffi armati fino ai denti, che s’intendono a cenni della testa, senza parole. Quando parlano, ordinano, gli altri corrono ad eseguire, senza domande. Uno zaino in cui si rovista, una Jane rapita, un oggetto preventivamente tolto dalla sua custodia e infilato i ntasca come uno scontrino del caffè: ha una forma tipo fuso da maglieria con la doppia punta agli estremi e la pancia nel centro, ma fatta in un materiale che si capisce subito che è roba moderna, forse aliena…ah sì, sicuramente aliena. Mosse strane e fuga rocambolesca, il cattivo che frena l’impeto del suo sottoposto che è sicuramente più cattivo di lui, o forse solo meno preparato: è per quello che comanda lui e quell’altro ubbidisce.

Così, tutto d’un fiato, con le musiche sinfoniche strombazzanti in sottofondo, che mi risultano per il corrispettivo visivo un po’ “too much”, come direbbero quelli che vogliono fare i giovani, ma che non lo sono più da un pezzo e che sicuramente, come me, hanno apprezzato questo genere di colonne sonore nel giusto contesto. Per rimanere sulla brillante carriera del regista americano? Gli “Indiana Jones”, ad esempio, dove ci stavano eccome quei fiati sparati a mille e quelli cupi quando il pericolo ti teneva sulle spine. Qui vedi solo un improbabile fuga che dici: “vabbeh, sennò i lfilm non ci sarebbe, ma non funziona così, dai…”, su un macchinone di quelli di prima, rubato. Si finisce in un convento di suore: due ragazzi sui trent’anni, quello a cui hanno puntato la pistola e la sua fidanzata, che romperà i coglioni da lì a poco con il suo moralismo e la sua concezione di fede, ma poi capirà…oh se capirà: come ha capito che il sesso è meglio della castità.

Poi arriva la bella signorina in carriera, insoddisfatta dalla sua vita e coi traumi dell’infanzia e connessi incubi, anche se avrebbe tutto per stare bene e gli incubi: hai proprio bisogno di pescare nel passato, con tutto il casino che c’è intorno a te adesso? Bah…ma ecco un uccellino rosso (Un Cardinale…quelli stanno sempre in mezzo ai coglioni e se ne vanno solo quando ormai hanno fatto più danni di quelli che puoi aggiustare in tre delle loro lunghe vite…), che le insegna il russo e a quanto pare anche il coreano e forse le insegna anche quell’empatia, che oddio, la nostra civiltà sta perdendo: che sullo sfondo ci sono pronte le guerre e allora la gente si fionda a fare scorte e rimangono sugli scaffali di questi benzinai, empori americani, solo un po’ di caramelle gommose, che per fortuna questa sera (come grande eccezione, ma mai fu più propizia per non cedere allamarezza), mi sono concesso il lusso di comprare e di smangiucchiare: finite prima della fine del primo tempo.

E con il primo tempo sta per finire anche il punto in cui penso che la storia, il film stesso sia degno di Spielberg, o meglio di quello io penso che Spielberg dovrebbe offrirci. Sei pur sempre quello che ha cambiato la concezione dei Combact Movie con quella scena agghiacciante che racconta lo sbarco in Normandia in “Salvate il soldato Ryan”; quello che ci ha dato un pugno in faccia con “Shindler’s List”, o che ci ha regalato azione, ma anche un racconto intenso con “Munich”…insomma, potrei andare avanti, fino ad arrivare alla tensione delle due note di violoncello ne “Lo squalo”: ma qui pare proprio ci sia solo il ricordo sbiatito di tutto questo e una pacchiana voglia di metterci dentro tutto, per ricordare che quelle cose sono tue.

Niente spoiler, non ce n’è bisogno: la trama si sviluppa esattamente con tutta la banalità possibile per rendere quasi noioso anticipare non dico solo le mosse, ma finanche le battute degli attori, la caratterizzazione dei personaggi: goffi nell’interpretare stereotipi riasaputi nella storia del cinema. Quella storia che Spielberg ha contribuito a scrivere e, ripeto, che qui cerca di legittimare come sua? Non so. Forse s’è solo rincoglionito con l’età e non si ricorda o più probabilmente ha voglia di marcare il territorio. Ma lo fa in modo caotico, superficiale, quasi a casaccio, ficcando dentro di tutto e di più e nella versione più stantia e banale possibile.

Sempre stato anche moralista il nostro Spilberg, con quelle tiratone americanone, da bambinone che ti vuol far sentire in colpa o commuovere con degli slanci di prosopopea più persistenti del sapore delle gommose che ho da poco finito di ingurgitare o comunque con pretese di raccontarci un punto di vista etico, legato a grandi temi dell’umanita, certo; ma qui, caro Steven, vai veramente su quello che dalle nostre parti si definirebbe “patocco”, che starebbe direi per stucchevole, ma con una sensazione di quella frutta non ancora marcia, che si sta squagliando e si rende quasi disgustosa al tatto, ancor prima che al gusto, ultradolce e viscida: too much (e rieccoci), troppo terra, terra (e che siamo veramente arrivati ad essere così cerebrolesi da doverci spiattellare tutto, pure il moralismo in modo così diretto?).

Non c’è niente d’interessante in questo film: un mix di cose già viste e sentite. Cantavano gli Afterhours che “non si esce vivi dagli anni ’80” e lo dicevano quando avevamo appena lasciato gli anni ’90 del secolo scorso. Poi sono arrivate le rivisitazioni volute di quell’epoca: il picco probabilmente si è raggiunto con “Strangers Things”: ecco Spielberg fa un film anni ’80, più che dal punto di vista visivo, proprio nell’incedere di trama, personaggi e soprattutto della narrativa, della questione di fondo, morale; anni ’80 nella pomposità spropositata dei pensieri individuali: dio mica, dio; la gente deve sapere, non deve sapere; i buoni che erano cattivi poi hanno capito e diventano luminari e saggi, puri e i cattivi che però lo hanno fatto solo perché glielo hanno detto e quindi non sono cattivi davvero, ma poi ci sono anche i cattivi integerrimi, ma non contano un cazzo e perdono, con gran scoppiettamento di “non ce lo dicono”. Che melassa ragazzi…

Un film dedicato ai nostalgici di quei problemi lì, raccontato alla maniera di quando c’erano quei problemi lì, che esce in un’epoca in cui si capisce proprio da questo tipo di visione, anche se l’opera viene da uno dei più grandi, quale Spielberg è senza se e senza ma, che i problemi dell’oggi, forse derivano anche dal fatto che si è sbagliato il focus di quali fossero le domande giuste da farsi, già negli anni ’80, ma soprattutto che fa emergere che il mondo degli anni ’80 è finito, ma qualcuno continua a rimanervi aggrappato e ben oltre la nostalgia: perché spesso i qualcuno sono quelli che potrebbero accompagnare verso la modernità e invece continuano a drogare il presente con argomenti sbagliati e dunque a ritardare le soluzioni corrette. E non è mica colpa di Spielberg, sia chiaro. Non è mica lui che deve dettare l’agenda politica del mondo coi suoi film, ma certo Spielberg in questo caso s’illumina come una lampadina rossa che lampeggia a mo di allarme, di un problema decisamente più profondo.

Comunque e in sintesi, che poi anch’io mi metto a fare dei viaggi troppo complicati: oltre che un film del cazzo (volevo dire banale ed inutile, ma quando ci vuole, ci vuole), un film inconsapevolmente, ma oserei dire reazionario e questa è ovviamente la cosa peggiore, che può anche diventare pericolosa.

🎶Non si esce vivi dagli anni ’80 – Afterhours🎶



Lascia un commento

Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

Newsletter

Scopri di più da Bar Snob

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere