Credo capiti a molti di trovarsi al lunedì mattina con il telefono per le mani a riguardare sospirando le foto del fine settimana appena trascorso immerso nelle proprie passioni. Anche per me in questi giorni è stato impossibile non guardare con nostalgia tutto il bianco protagonista delle immagini che hanno come data il sabato appena passato, quando ho deciso di “avviarmi” da poco sopra l’ormai Celeberrimo e bellissimo Rifugio di Monteorsaro, lungo la via classica del sentiero CAI 623 in direzione Cusna.

Ma vale la pena fare un passo indietro. Parto dunque da qualche ora prima in questo piccolo racconto, che non ha altra pretesa se non quella di tentare di sedare questi sospiri di nostalgia e provare a prolungare il piacere nel rivivere un po’ della magia di un paio di giorni orsono, quando si è ormai immersi nel caliginoso tran-tran qui alla bassa, aspettando e sperando di poter tornare lassù e vivere di nuovo momenti così…così…scusate la banalità: unici.

Sono circa le 17.30 del venerdì e per l’ennesima volta sto percorrendo la provinciale 9 in auto in direzione Febbio. Ho da un po’ superato il capoluogo Villa Minozzo ed entro in Val d’Asta, dopo aver superato il Ponte della Gora, che sovrasta il gorgogliante Secchiello, pronto poco sotto a tuffarsi nella suggestiva Cascata del Golfarone. Ancora qualche curva ed eccolo lì, poco prima del tornantino che precede la svolta per Case Stantini, prendo il solito cazzotto dritto in mezzo agli occhi: lo so che c’è, ma tutte le volte mi toglie il fiato. Si apre meraviglioso davanti a me il massiccio del Cusna, che nella luce di una serena serata si staglia elegante e immensamente bianco: attraente, anzi, magnetico. La meraviglia instilla il seme dell’idea di tornare lassù. So che le invernali in solitaria mi mettono sempre un po’ di preoccupazione (che svanisce ogni volta che mi ci trovo in mezzo), ma questa volta non mi faccio prendere dall’apprensione, bensì dal desiderio e inizio a canticchiare seguendo l’autoradio “Tomorrow” dei CCCP con la voce di Amanda Lear. Un segnale? Un impegno, un appuntamento con me stesso e il mio Monte Sacro?
“Voulez-vous un rendez-vous tomorrow?”

Prima di chiudermi nella solitudine del borgo in cui sono praticamente il solo e godermi il divano, mentre serro le imposte sull’oscurità che avanza, vedo lo spicchio di luna che tutte le volte mi da l’idea di essersi staccato proprio dalla doppia conca sinuosa formata dalle roccette e la vetta del Cusna, che riluce di ghiaccio sopra le nostre teste…”dai, quando mi alzo guardo che tempo c’è (le previsioni sono ottime), che ora è e come sto, poi decido…magari parto e poi se vedo che non è cosa torno indietro…”. Fosse la prima volta che succede: la serenità e il coraggio di rinunciare non mi sono mai mancati, così come non fa mai difetto la determinazione per provare a non dover rinunciare. Un equilibrio che fino ad ora ha funzionato e mi ha permesso di non rischiare eccessivamente (la montagna non è un parco giochi e le insidie non sempre sono prevedibili o calcolabili), ma nemmeno di perdere per eccesso di zelo qualcosa di bello.

Come al solito la sveglia non è un problema, anzi e così sono da poco passate le otto del sabato mattina quando mi trovo praticamente già pronto. Devo solo passare dalla cantina a prendere picozza e ramponi: “si sa mai che riesca ad andare almeno fino alle Prese”. Tempo una mezzoretta e quando mancano una ventina di minuti alle nove, mi trovo in cammino sul già citato 623. Parlo con un paio di sci alpinisti che mi chiedono info, visto che per loro è la prima volta da queste parti e poi ognuno per la sua strada.

Inizialmente asciutta e senza neve, ma basta salire veramente di pochissimo per trovare la strada forestale che conduce al Passo Cisa completamente coperta di neve, che però, salvo in pochissimi punti all’ombra non è per niente ghiacciata e lascia camminare serenamente con i soli scarponi.

All’imbocco del primo taglio nel bosco un paio di escursionisti decidono di mettersi i ramponi, io vedo che non ce n’è al momento necessità, nonostante ormai si cammini costantemente nella neve, eccezion fatta per gli attraversamenti sui fossi che scendono allegri e vivaci, tracciando una ferita scura nell’altrimenti bianco compatto. Saluto (senza ottener risposta…grrr) e vado oltre, iniziando a salire nella suggestiva strettoia fra rocce e vegetazione. L’avevo percorsa anche alcune settimane fa in un’ambientazione resa fatata dalla neve fresca che era caduta nella notte. Oggi la neve c’è e molta di più, ma la temperatura ha da un pezzo sciolto quella sui rami. Più si sale e più mi rendo conto che la coltre è molto spessa.
Le rampette che portano prima all’altezza del Passo Cisa, poi nell’ultimo tratto di forestale prima di arrivare ai piedi del Bagioletto, come al solito mi fanno pagare dazio. Le staccionate poste a delimitare la via sono praticamente sommerse e spuntano solo con la parte più alta. Anche i segnavia sono immersi per tre quarti buoni. Il sole inizia a scaldare, ma la neve tiene ancora abbastanza bene, soprattutto nei punti in cui gli innumerevoli passaggi l’hanno compattata. Si sale agevolmente senza scivolare e senza affondare.

Una volta arrivato all’uscita del bosco, non posso che rimanere incantato di fronte alla meraviglia che mi si presenta: già poco prima, nella finestrella di bosco in cui credo tutti si siano fatti foto e magari qualche sogno, il Cusna appariva come una montagna di panna montata brillante sotto i raggi del sole, ora leggermente velato. In lontananza lo spigolo vivo del Cimone, girandomi di spalle la Pietra di Bismantova piantata nel bel mezzo dello spazio che divide dal Ventasso e più là, sopra il grigiore della pianura, sono ben visibili le vette alpine, che diventeranno sempre più evidenti ed inconfondibili, salendo di quota.

L’ultima volta mi ero fermato qua, scoraggiato dalle previsioni negative, confermate in diretta da un cielo ostile e nuvole basse che mi avevano suggerito di non andare oltre. Oggi la giornata è davvero promettente e nonostante la fatica per la salita fatta fin lì, le gambe stanno molto bene. La neve è davvero tanta e non lascia spazio ad altri colori che il bianco, che cozza nell’azzurro brillante del cielo, solo a tratti velato da nuvole innocue. Un altro escursionista è fermo di fianco ai segnavia che aprono la strada sulla salita che da lì a poco attacca in direzione delle Prese. Si sta mettendo i ramponi con una certa difficoltà. Anche qui io decido di andare oltre senza, perché il fondo sostiene e non è per niente scivoloso, grazie ad un piccolo strato di neve non ghiacciata, ma compatta: grip ancora perfetto, via larga e pendenza limitata. Guardo avanti e vedo dei puntini che salgono piano sulle creste sottili, unica via possibile quando la neve pareggia ogni altra, rendendola inaccessibile. Non sono solo, ma non ho nessuno così vicino da distrarre dai miei pensieri e dal mio stupore per la bellezza indescrivibile che mi circonda. Penso che qui sotto è pieno di gienpri e che in primavera il prato si riempie dei colori sgargianti dei fiorellini gialli, viola e azzurro elettrico che amo tanto. Ora l’unico contrasto col bianco rimangono quei puntini scuri lontani e l’azzurro del cielo.

Il passo prende qui un ritmo costante e solo di rado da un colpo a vuoto, sprofondando di qualche centimetro, rendendo la salita un po’ più complicata. Ma non è nulla di veramente difficile almeno fino alle Prese. “Ci sono arrivato!”. Davanti a me la prima vera rampa impegnativa. Salgo la collinetta che mi fa buttare l’occhio sulla costa delle Veline e qui devo prendere una decisione: ramponi e picozza e si sale o girare il culo e interrompere l’ascesa? Il Monte è lì davanti a me e continua a chiamare. Sto bene. Mi trovo così in meno di cinque minuti a salire piantando le punte dei ramponi sulla neve che qui brilla senza cedere minimamente. Lascio impercettibili tracce e salgo nel silenzio rotto solo dal graffiare del metallo che morde la salita.
La fatica è pari alla soddisfazione di essere arrivato sopra alla rampa che dal basso sembrava assomigliare quasi ad una scalata. In effetti qui gli ultimi passi sono da fare su una scaletta naturale che chi è passato prima di me ha già tracciato. La neve non è ghiacciata, ma offre buona resistenza e la picozza si pianta solo di pochi centimetri, consentendo di fare forza e aiutarsi nella salita. Sono molto leggero come abbigliamento, considerando che siamo in inverno e che il sole c’è ma è ancora velato, ma nonostante questo sudo e gli occhiali da sole mi scivolano sul naso reso madido dalla fatica. Finalmente una breve, ma ristoratrice zona quasi piana, prima di attaccare un’altra erta, peggiore di quella appena conclusa. Nel mezzo sta arrancando un altro escursionista ed io da sotto faccio qualche foto ed un video, non certo per irriderlo nello sforzo, ma per testimoniarne la portata, ben sapendo che fra poco sarà il mio turno.

Questa è davvero dura e nella luce azzurrina, non mi resta che concentrarmi su ogni singolo passo. Non c’è pericolo, solo fatica, ma anche quella può portare a sbagliare qualcosa e in queste situazioni il margine c’è ma non è infinito. La picozza qui si pianta più in profondita, fra sbuffi di neve polverizzata che salgono nell’aria che ora si sta anche facendo più freschina. La via è segnata dal passo di chi ho davanti e di chi l’ha già percorsa prima di noi. Quando arrivo in cima a questa ripida salita, il crinalino sottile fa un ricciolo a sinistra, dove la discesa si tuffa in un canalone profondo e immacolato, che ora sta brillando al sole che seppur velato, ora torna a scaldare la pelle scoperta. Sulla destra inizano ad essere visibili le montagne che portano verso il confine con la Toscana e la Liguria, oltre alla valle dell’Ozola, ferita che spacca in due il panorama. Di fronte vedo l’escursionista prima citato che si ferma a parlare con due che invece stanno scendendo. Li supero salutando per non perdere il passo che ormai ho ritmato e che riesco a sostenere, non senza fatica, ma senza criticità. Ancora una questione di equilibrio. Sono quasi stupito di me stesso, poi alzo gli occhi fino a quel punto piantati sul passo successivo e vedo allargarsi il fronte. Manca il nasone del gigante da affrontare e a differenza dell’estate, lo si può fare dritto per dritto, perché i vari canaloni sono pareggiati dalla spessissma coltre nevosa. Conoscendo bene questa via posso ipotizzare che ci siano almeno 2 metri di neve, portati dal cielo, dal vento e conservati dalla tenacia del freddo notturno. Il fondo ora cede leggermente. Mi fermo a rifiatare, prima di rimettermi a testa bassa a guardare l’orizzonte in cui l’azzurrognolo della neve, va a staccare con quello più intenso del cielo, ora striato da sfilacciate nuvole che continuano a mitigare la forza del sole.
M’incanto a guardare tre sci alpinisti che dopo la fatica della salita, si godono ora la magia di quell’ampia distesa di neve in cui dev’essere un’autentica goduria poter galleggiare in scivolamento. Il primo dei tre saltella per non lasciare affondare gli sci e so benissimo che per farlo serve tanta energia. Dopo poche curve prendono la mia sinistra, per buttarsi in direzione pra-sordo. Sono di nuovo solo con la neve, la fatica e i miei pensieri, ora tutti dedicati all’arrivo. So che la vetta è proprio lì dietro la linea di demarcazione fra cielo e neve e so che non sarà una passeggiata arrivarci, per quanto ormai pare poter toccare quel confine dai riflessi a tratti violacei.

Taglio un po’ verso destra, emulando idealmente quella che è la salita estiva e inizio a sentire l’arietta diventare venticello. È gelido sulla pelle, anche se proviene da sud est e fa lacrimare gli occhi sotto gli indispensabili occhiali scuri, che proteggono dal riflesso che ora è più potente, visto che il sole si è quasi completamente liberato dalla gabbia di nuvole.

Spingo forte e sento il cuore che si divide fra lo sforzo e la soddisfazione. Manca ancora quella fatica che non è certo poca, anzi, forse è la peggiore di tutte: quella delle gambe, ma anche dell’impazienza, ma so che ormai non c’è nulla che possa togliermi la soddisfazione di toccare il gelido ferro della Croce sul Cusna. Mi giro e da qui l’arco alpino, là sullo sfondo, appare come una linea continua a chiudere in modo sottile, ma netto l’orizzonte che nel mezzo ha il grigiume della pianura. Qui sù si sta proprio bene, anche se sono immerso in un luogo tanto bello quanto spietato. Sarebbe impossibile vivere qua più di qualche ora, o un paio giorni se il tempo si mantiene stabile e non troppo freddo…laggiù brulica invece la vita, ma è qui che mi piace stare ed è qui che ogni volta che passo lascio un pezzo di cuore. Non solo non mi sento solo, anzi, decisamente al posto giusto.

Eccomi finalmente! Vedo prima sbucare il pezzo più alto della croce, che sorge leggermente a destra rispetto al mio punto di salita. Poi ecco anche la statua della madonnina, coperta di neve fino ai piedi. Vuol dire che siamo oltre il mezzo metro anche qui, dove i venti non permettono certo accumuli importanti. Il vento…eccolo che spira sempre più forte, con raffiche che sollevano la polvere di neve a sporcare l’aria altrimenti asciutta e limpida. Alcuni ragazzi hanno scavato una buca sul fianco destra della vetta, mentre una coppia di escursionisti si aggira su quello sinistro, scrutando il serpentone bianco del crinale che si perde verso il Passone e più in là l’amato Vallestrina. Mi chiedono se conosco le vette che abbiamo di fronte “è la prima volta che veniamo qua”…li invidio quasi, vorrei quasi fosse la prima volta anche per me, anche se è sempre meraviglioso essere qua.

Parliamo un po’ e mi chiedono di indicargli i monti che abbiamo di fronte: “quello è il Cimone, quello il Prado, il Castellino, quelle le Apuane, il Cavalbianco, il Gendarme, l’Alpe di Succiso, il Casarola, il Ventasso, là sotto, piccolina, la Pietra di Bismantova e ancora il Cisa, il Prampa, là in fondo il nasino del Valestra…quel bagliore un po’ offuscato dalla foschia è il Golfo di La Spezia e quello là dovrebbe essere il Monte Rosa”. Quanta meraviglia. Commovente come sempre. Ma non piango di commozione, bensì per colpa del vento che cresce. Non sono vestito tantissimo e così inizio a prendere fuori dallo zaino tutto quello che può auitarmi a non gelare. Reggo ancora pochi minuti e nonostante sia stato così duro arrivare fin lì, che il panorama come al solito sia superlativo, sento il bisogno di muovermi, così saluto e riprendo la via da cui sono venuto per iniziare la discesa e liberarmi dal freddo.

Non sono nemmeno arrivato all’altezza dei primi segnavia sotto la vetta (ora completamente sepolti), che incrocio i primi escursionisti di una moltitudine che si perde all’orizzonte lungo la via sottile che ho in un paio d’ore affrontato per salire. Alla base della rampa finale incontro l’escursionista che avevo superato e filmato. È giovane, super bardato in palese difficoltà…gli chiedo se è tutto ok e lui mi dice che sì…anche se sta faticando più del previsto. Sono indeciso se consigliargli di rinunciare o se incitarlo…è quasi arrivato, c’è molta gente che eventualmente può aiutarlo: lo incito. Lui ringrazia e continua a salire. In pochi secondi siamo già distanti diverse decine di metri. La neve ora cede più che al passaggio in salita e le rampe fatte faticosamente sono infide nella discesa. C’è da fare molta attenzione.

I pallini colorati che salgono si moltiplicano all’orizzonte e spiccano nel candore. Il sole è ora libero da ogni tentativo d’ostruzionismo e fa risplendere le sinuose forme della montagna. Saluto chi incontro e che mi chiede “com’è lassù?!”. Lo sanno, lo sanno, ma hanno voglia di sentirselo dire a conferma che tutta quella fatica vale assolutamente la pena. “Purtroppo c’è solo un po’ di vento” e mentre lo dico mi accorgo che ora sono troppo bardato e che inizio ad avere molto caldo. Inizio a scoprirmi e scendo rapido. Non posso non notare che molti di quelli che salgono non sono a mio avviso attrezzati a dovere…senza picozza, molti solo coi ramponcini (che diventano totalmente inutili una volta formata la soletta che li spiana totalmente)…mi faccio gli affari miei (ma a fatica), anche quando poco prima di tornare nella zona in cui riprende la vegetazione, vedo chi si approccia alla salita verso le prese con le…ciaspole…
Qui mi concedo una parentesi e alcune righe polemiche: ragazzi le ciaspole non sono adatte a questi percorsi. Non servono sulla neve compatta, dove si cammina meglio con gli scarponi, sopratutto sono totalmente inutili, anzi controproducenti in salite ripide. Già i ramponi possono essere “ingombranti” (nello scendere, per colpa della stanchezza e della distrazione, mi sono ramponato le braghe, rovinandole e inciampandomi, per fortuna dove non era pericoloso farlo, ma il mio ginocchio e il fondo duro sottostante hanno avuto da ridire…). Le ciaspole servono praticamente solo in neve fresca in cui si sprofonda e qui non ce n’è…io questo amore per le ciaspole proprio continuo a non capirlo. Sembra quasi che facciano sentire la gente più figa e più esperta, che li faccia sentire più montanari, ma io ogni volta che vedo un gruppo che annaspa con questi arnesi scomodi ai piedi, penso che in montagna serva certo l’attrezzatura giusta, ma soprattutto la consapevolezza. Purtroppo sono aumentate le persone che salgono in montagna e questo di per sé non lo vedo come negativo, anche se amo quando posso godermi le escursioni senza troppa confusione intorno, ma con esse la mancanza di consapevolezza sia nei propri limiti, che nel necessario per aiutarli.

Mentre continuo la discesa penso a queste cose e mi obbligo a non guardare più come siano messi gli altri “non sono affari miei”…o forse sì? Sono di nuovo sui tagli della forestale dove la neve nelle zone d’ombra continua ad essere insidiosa e i ramponi, anche se mi stanno iniziando a fare male, sono ancora fondamentali per la sicurezza che mi permette di scendere rapidamente e con passo spigliato…pure troppo, che come ho già accennato sopra, mi trovo col culo per terra e una mano abrasa dal ghiaccio…
Quando finisco l’ultimo tratto di sentiero nel bosco mi sfilo i ramponi e mi rendo conto che qualcosa nel mio scarpone non era perfetto…so cosa significa “così impari a fare la punta agli altri e poi non sai nemmeno allacciarti bene gli scarponi”…mi do dell’asino da solo, già sapendo che una bella vescica sarà inevitabile conseguenza della mia mancanza di attenzione. Mentre faccio le ultime centinaia di metri, ripenso alla meraviglia appena vissuta e mi rendo conto di essere parecchio stanco, ma anche molto felice.

Non era la prima ascesa invernale sul Cusna, addirittura già la seconda in questa stagione, la prima in solitaria da un paio di anni a questa parte, ma è stata sicuramente la più intensa e la più invernale di tutte. Forse condizionato dai tanti che ho visto salire “inconsapevoli” e male attrezzati (ve le buco quelle ciaspole!!!), ho pensato anche che sono escursioni da farsi obbligatoriamente in solitaria o con qualcuno di molto esperto, autonomo e soprattutto con cui si è in piena armonia (cosa che vale per tutte le escursioni in montagna per me), perché è stata forse la mia più dura ascesa sul Cusna e non ne avrei certo avuto per altri che per me a livello di energie fisiche, ma anche mentali. Una meraviglia che mi fa venire voglia di tornare presto a provare quelle sensazioni, senza però a mia volta farmi sfuggire la consapevolezza, che ora brucia forte sul mio calcagno destro, dove ovviamente una bella vescica mi fa ricordare che in certe condizioni anche i dettagli fanno la differenza.
Ripenso a quando ero lassù, con la faccia sferzata dal vento e mi manca il fiato, qui nella cappa asfissiante della bassa. Se chiudo gli occhi rivedo tutte le montagne bianche e mi gira in testa da sabato mattina il nome del Monte Prado…chissà, se la vescica guarisce e le gambe ne hanno…del resto ci sono dei bei rifugi in cui la delusione per un’eventuale rinuncia sarebbe mitigata da un buon piatto di polenta…sognare non costa nulla e come diceva Bonatti: “La realtà è solo il 5% della vita. L’uomo ha bisogno di sognare per salvarsi”


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