Sono più o meno le cinque e mezza della mattina e la sera prima sono andato a letto sfiancato dalla settimana difficile, dal primo caldo e da un paio di birrette bevute mentre solo nell’appartamento di Febbio mi guardavo la debacle della Nazionale Italiana di Calcio in terra Norvegese. Apro la finestra mentre la luce che arriva da sopra il Penna già sbatte prima sul Vallestrina, poi sul massiccio del Cusna. Scrivo di getto qualcosa che mi esce dallo stomaco e dal cuore, di certo non dal cervello (delle volte si è proprio degli idioti) e mentre lo faccio senza troppo stare a rileggere, pubblico su questo mio diaro (che non ha funzione prevalente di vetrina, ma come mia memoria, non solo di cosa ho fatto, ma di come stavo e di cosa pensavo in quel dato momento), mentre inizia a ronzarmi in testa “E ti vengo a cercare” di Franco Battiato.

Provo a tornare a letto, perché sento che ne avrei anche bisogno, ma purtroppo ormai il macinino si è acceso. Così dopo aver temporeggiato per un po’ rigirandomi prima sotto le coperte, poi sul divano, mi decido a far colazione e a preparare lo zaino (la prendo o no la giacca…mah, fa un caldo…ma sì, dai, che non si sa mai), infine ad uscire di casa. Vedo che le punte dei cerri e del grande abete di fronte alla finestra dondolano leggermente. C’è un po’ di vento, ma nonostante questo e considerato l’orario, la temperatura è davvero alta.

Butto in macchina zaino, scarponi e bacchette e prendo la via verso Pianvallese. Il bosco è tagliato dalla luce giallognola del mattino e il tunnel creato dai faggi rende il breve tragitto una piacevole esperienza per i miei occhi, che per fortuna non si stancano mai delle meraviglie di questi luoghi, per quanto ormai conosciuti a memoria. Basta un riflesso diverso per regalare qualcosa di nuovo. Cantano gli uccellini, si sente il vento che più salgo, più si fa presente con folate che scuotono la Panda. Appena scendo, al rumore del ruscello si aggiunge quello borbottante di un trattore che sta spostando grandi tocchi di faggio affettato. La persona alla guida e al lavoro mi guarda da dietro il vetro del mezzo, mi pare un po’ in cagnesco. Chissà perché…non importa. Forse me lo sono solo immaginato.

Infilo gli scarponi e parto in direzione Passone sul classico CAI 615, quando sono da pochissimo passate le 8. Sentiero che conosco piuttosto bene, oserei dire “passo a passo”. Dopo il primo tratto in falsopiano, ecco la svolta a sinistra, dove si inizia a salire. Il fosso che si incontra prima della sconnessa e impegnativa rampa iniziale scroscia ancora vigoroso, ma lo si riesce comunque ad attraversare senza l’ausilio del ponticello di legno: penso che di solito in questo periodo è già asciutto e mi torna in mente l’ultima volta in cui ho visto l’acqua scendere da qui. Era autunno inoltrato, era un venerdì pomeriggio e la meta era il Bivacco Vallestrina, che ci tenevo a far vedere ad una persona che non ci era mai stata. Saranno passati all’incirca 4/5 anni…almeno.

Il passo è buono e per il momento la testa è abbastanza sgombra, anche se lo stomaco è ancora sottosopra, forse per colpa delle birre o forse per colpa dei pensieri del mattino. Qui la via è asciutta, tendente al secco polveroso, anche se per il momento il vento si limita a qualche stoccata non particolarmente pretenziosa. Non appena giungo alla strettoia sotto cui scorre il Fosso delle Tie, ecco che l’intensità aumenta. Poco prima, dal basso dell’ultima rampetta per arrivare a questo stretto corridoio, ho iniziato a vedere la finestrella di cielo blu, proprio lì, alla fine della breve, ma intensa salita. Sorridendo fra me e me, penso che c’è un numero sette poco distante, ma è davvero impossibile ipotizzare di ritrovarlo: chissà, un giorno magari tenterò l’impresa per andargli a dare una carezza.

Ancora qualche passo ed ecco aprirsi sempre più l’orizzonte, che si stampa sulla parete verde brillante dell’erta che a destra si chiude sul panettone della Mongiardonda e a sinistra con la sassaia che porterà poco dopo al Passone: “poco dopo”, però, non ti viene da dirlo mentre la stai facendo a piedi, perché per esperienza sembra davvero di non arrivarci mai lassù. Ma so che non è così e quindi continuo, anche perché devo ammettere che da qualche tempo a questa parte quello che era il sentiero che più mi odiava in assoluto fra quelli dei “prati di casa”, lo faccio con maggiore serenità e anche meno fatica: esperienza? Crescita interiore? Mentre penso proprio a questo, ecco che salgo rapidamente il sentiero a scaletta in prossimità della sorgente con il sinistra, destra che porta definitivamente fuori alla vegetazione e soprattutto alla meraviglia della conca glaciale, ora invasa dai fiori e dal rumore dolce del torrente che nasce proprio lì sopra a destra, in una fessura che si butta a capofitto verso il basso.

Quante volte sono passato di qua, con quante persone. Quanti ricordi, quante emozioni. Ed anche oggi che sono solo con il vento che inizia a battere più deciso, tanta meraviglia non può che regalarmi le farlalle nello stomaco. Un’emozione così forte che per poco non ci scappano due lacrimoni. La bellezza è assoluta: semplicemenre commovente. E non me ne voglia nessuno, ma che bello, anzi, che privilegio assoluto potermela gustare in totale solitudine nel silenzio, rotto solo dai suoni della natura, cosa abbastanza rara per uno dei sentieri in assoluto più battuti della zona, essendo di fatto la via più diretta per raggiungere il celeberrimo Rifugio Battisti dalla Val d’Asta. Non sono stanco ma decido di fermarmi un po’ per godermi il momento guardandomi un po’ intorno, come se fossi dentro ad una cattedrale. Il Vallestrina è immerso nel blu profondo del cielo, che assorbe lo stupore ogni volta che arrivo qua e lo vedo, mentre il sole è coperto dalla classica nuvola da vento che, si capisce, lassù pesta duro. Qualche foto e video, che si dirà son sempre quelli e invece no; qui ogni volta i fiori, le nuvole, le ombre, disegnano con armonia un’opera darte diversa e in quella di oggi domina il bianco, ma i tocchi di pregio arrivano dal viola e dal giallo. Le onde del vento sembrano animare la montagna e il fischio s’infila nella ferita rocciosa sulla mia destra, in cui saltella l’acqua.

Riprendo a salire e in testa continua a ronzarmi sempre la stessa canzone, tanto che inizio a canticchiarla prima fra me e me, poi con un filo di voce fra uno sbuffo e l’altro che la salita dritta per dritta del primo tratto del sentiero impone. Mi fermo un attimo e mi volto indietro. L’orizzonte è lattiginoso e sovrastato da innocue nuvole sfilacciatte. “…e ti vengo a cercare…”. Ma chi? Cercare chi? mi viene da dirmi ed eccola l’auto pezza filosofica che mi fa salire per un po’ distraendomi dalla fatica, che qui può annebbiare la volontà, soprattutto se ti fanno male una caviglia e un ginocchio e nell’ultimo periodo hai bevuto un po’ troppo. Lì per lì mi dico che di sicuro non sto andando a cercare me stesso, che io e i miei contemporanei, pare proprio non facciamo altro; eccheppalle sto cercare noi stessi. Siamo lì, intorno all’ombelico che continuamo ossessivamente a fissare e non ci siamo mai mossi. Così concentrati proprio su noi stessi che non ci siamo certamente potuti smarrire. Probabilmente chi continua con questa patetica ed egocentrica manfrina, del “trovare sé stessi” lo fa forse nella speranza di trovare qualcosa che vorrebbe tanto essere, ma purtroppo non è e ovviamente non diventerà mai: perché si è ciò che si è. Possiamo migliorare, spesso succede che si peggiori, ma non si diventa nulla di diverso da ciò che si è realmente. O più belli o più brutti di un ideale noi stessi da cui non possiamo sfuggire. Un tempo io e un mio amico, questi che si davano delle arie sparandosi pose superiori alla loro statura li chiamavamo gli “I wanna be…”, ora mi pare che questa cosa sia spesso anche una scusa abbastanza agghiacciante per giustificare il proprio egoismo. Insomma al limite vado a cercare qualcosa in grado d’incuriosirmi. Di mè stesso ne ho già abbastanza di continuo e preferisco guardare fuori.

Eccoci sopra ai tornantini prima del tratto che va verso est a girare sotto lo strapiombo roccioso da scalare per qualche metro in una rampetta quasi verticale: pensare alle mie seghe mentali e canticchiare mi ha fatto arrivare qui quasi senza accorgermene. L’ultima volta che ero passato in novembre c’era tutto bianco in terra, ma il cielo blu intenso come quello che anche ora ho sopra la testa. L’acqua della sorgente che sgorga invadendo anche in parte il sentiero era ghiacchiata in “castroni” traslucidi e duri come l’inverno che era pronto ad congelare tutto. Salgo i gradoni fino alla ritorno verso destra, con la coda dell’occhio vedo che laggiù si muove un puntino: se è una persona è troppo lontana per raggiungermi e la cosa mi conforta. Sto così bene coi miei pensieri, che spero la situazioni rimanga quella. Mi fa stare un po’ meno bene il crescere dell’intensità del vento che ora tira bordate importanti e squassa i fiori e l’erba rigogliosa. Un manto verde acceso che ora vibra e fischia ricopre il breve orizzonte fra me e la croce del Passone, ormai visibile sulla mia destra a poche centinaia di metri.

Un movimento fra le rocce vicine rapisce la mia attenzione. Credevo di essere solo e invece eccola lì una bella marmotta, ritta sulle zampe posteriori a sbattere il muso dritto dentro le folate di vento. I baffi sventolano come bandierine e l’espressione pare di grande soddisfazione. Sta lì a pochi metri da me e mi stupisce che lo faccia in silenzio, senza nemmeno guardarmi. Nessun fischio per lanciare l’allarme alle compagne di zona: fra me e me mi dico che “ormai mi conoscono anche loro da tante volte son passato quassù e lo sanno che non sono un pericolo…vacca, nemmeno le marmotte hanno rispetto e timore di me“. Lo dico ironizzando e sogghignando, che prendersi un po’ meno sul serio è altra cosa che dovremmo un po’ tutti imparare a fare. Provo anche a mettere mano al telefono per fare una foto, ma come è comparsa, l’amica s’intana dove io di certo non riuscirei a raggiungerla senza rotolare fino ai piedi della parete appena superata con notevole fatica. Oltre al danno sarebbe insomma una bella beffa. Morale: niente foto della marmotta.

Nel tratto che porta sotto la collinetta del Passone il vento diventa al limite del sopportabile e il mio orologio mi da l’allarme di “ambiente troppo rumoroso“. Nell’autentico frastuono il colore prevalente è il giallo e l’erba sembra aggrapparsi al terreno per non volare via. Salgo fino alla croce di tubi che fischietta leggermente e rischio di perdere il cappello. Una folata mi sposta di almeno mezzo metro e la cosa mi diverte. Mai sopportato il vento e chi mi conosce lo sa, ma ora sono solo, in un posto incantevole, in una condizione che sprigiona potenza pura. Sono combattuto dalla necessità di imprecare contro la situazione e l’ammirazione per la forza di cui sono testimone. Imito la marmotta per qualche secondo, il cappello in mano sbatte furente a ritmo serrato, i lacrimoni iniziano a scorrere nonostante gli occhiali proteggano un po’; una cannonata improvvisa mi sospende il passo a mezz’aria e mi fa indietreggiare di due, in salita, di nuovo verso la Croce che ho appena lasciato alle mie spalle. Qui non si riesce a stare. La velocità e la potenza strappa via i pensieri dalla mente e rischia di farlo anche con la mia camicia che adesso è veramente troppo poco come riparo. Prendo la via del crinale con di fronte la piramide del Vallestrina e una volta superata la sella di collegamento fra la valle dell’Ozola sulla mia destra e il bosco da cui provengo sulla mia sinistra, il vento cala leggermente, pur continuando a spingere fortissimo risalendo dalla mia destra.

Sono rapito dalla meraviglia dei fiori che punteggiano il mio cammino, ma a tratti mi viene proprio da imprecare pesante contro il vento che non molla mai del tutto. L’erba morbida disegna deliziose coreografie davanti a me e la luce oggi strappa le foto dalle mani e riempie i polmoni di pace. Ancora nessuno all’orizzonte: credo che non mi fosse mai capitato di non incontrare proprio nessuno dall’inizio alla fine di questo percorso. Il vento probabilmente e forse giustamente, ha scoraggiato gli escursionisti. Supero dopo poco l’imbocco della discesa verso l’altra conca glaciale, quella sul cui fondo si trova anche il bellissimo bivacco Zambonini. Butto l’occhio e anche da lì non pare arrivare anima viva.

Continuo a canticchiare Battiato e torno a chiedermi chi o cosa sto andando a cercare. Forse solo la potenza che questi posti mi trasmettono. Mollo il sentiero 607 per salire lungo il costone che disegna la silouette inconfondibile di quello che ormai da qualche anno è diventato per me il monte preferito da fotografare e quando possibile anche da raggiungere. Non c’è un sentiero marcato per raggiungere la vetta, ma da qualche tempo a questa parte devono essere stati in parecchi a salire lungo questa via, perché rispetto alla prima volta in cui salii, poco meno di dieci anni fa e di cui racconto qui, ormai la traccia a terra è nitida. Eccomi sulla lama sottile: di là la Val Calda, di qua l’Abetina Reale. Qui cerco di stare concentrato, perché oltre che un fastidio ora al limite del sopportabile, qui può diventare anche un pericolo. Cerco di camminare un po’ sotto la linea di crinale, per non incappare in guai peggiori del freddo che inizio ad avere su tutto il lato destro del corpo, quello costantemente martellato dalla potenza inarrestabile del vento.

Finalmente eccolo il paletto con affisso il cartello che certifica l’arrivo sulla vetta del Vallestrina: ah non si era capito che volevo venire qui? In realtà non ci avevo nemmeno pensato troppo. Non credo in certe cose e tendo a non dargli più peso della chiacchiera per colorare i racconti, ma è come se qualcosa mi ci avesse tirato lì sopra. Insomma, l’avevo deciso e basta, senza nemmeno bisogno di dirmelo. Appena arrivo, riesco a fare un passo più verso nord rispetto al crinale e questo basta per essere leggermente riparati dal vento che spira, ma in modo decisamente accettabile. Penso che starò poco, perché la condizione non è esattamente rilassante, come ad esempio lo fu l’ultima volta che salii, nel novembre scorso. Lì addirittura ci sdraiammo a farci coccolare dal sole che scaldava, nonostante poco sotto fosse il ghiaccio a farla da padrone. I contrasti della montagna che da un momento all’altro catapulta in condizioni opposte. Per fortuna pare che sul cocuzzolo la situazione permetta di fermarsi almeno il tempo di bere e riposarsi un po’. Non sono ancora le dieci del mattino e il sole scalda bene. Mi godo il panorama e con l’acqua cerco di dare sollievo anche alle labbra che il vento ha disidratato e paiono doversi sfrangiare da un momento all’altro. Dieci minuti abbondanti di riposo, senza sedermi (non lo faccio mai…chissà perché…), prima di fare marcia indietro dalla stessa via da cui sono venuto poco prima.

Riecco il vento senza pietà. Ora il lato esposto e a cui prendo freddo è il sinistro. Vado con calma, ma ammetto che non vedo l’ora di togliermi di lì. Supero la conca degli innamorati e arrivo nuovamente sul sentiero CAI e in pochi minuti rieccomi al crocevia, al Passo di Vallestrina. Senza esitare e senza guardarmi troppo indietro inizio subito la discesa, ormai snervato dal vento che non solo non molla, ma pare aver addirittura preso vigore. Un passo, due passi e tic. Come spento con un interruttore, il vento magicamente non c’è più. Ma non un po’ calato: letteralmente non si muove quasi un filo d’erba.

Sotto di me la verdeggiante conca da cui sgorgano i ruscelli che vanno a formare il Fosso di Pra Grande. Senza l’assillo del vento riesco a tornare a godere dei colori e dopo un po’ mi viene anche caldo. Ma la cosa dura poco. Quando entro nella parte finale della via, che spiana dolcemente, riecco le prime folate. Prima una, poi un’altra e infine rieccomi in balia del costante e teso vento. Niente a che fare con quello del crinale, ma anche qui a tratti fastidioso. Il cielo ora è terso e il turchese rapisce. La luce colora a picco l’austera parete Ovest del Vallestrina con riflessi smeraldo e il gioco delle ombre completa la magia cromatica. A impreziosire e cullare lo sguardo il giallo dei ranuncoli ad accompagnare il torrente che via, via s’irrobustisce e inizia a far sentire la sua voce, nelle cascatelle verso la spianata sul cui lato destro è nascosto sotto i faggi quel gioiello del Bivacco Zambonini in Vallestrina.

Ancora nessuno! La cosa è sempliecemente meravigliosa. Solo io e quello spettacolo da fermarsi a rimirare e con cui riempirsi gli occhi. Entro nel bivacco e mi siedo al tavolo, di fianco alla stufa che l’ultima volta qui, accendemmo con un po’ di fatica, visto che si era ormai in inverno. Ora, completamente riparato dal vento, non serve assolutamente. Scrivo qualcosa sul registro del bivacco e proprio mentre sto per firmare quelle poche righe di nostalgica serenità, ecco una voce. Ci penso ed è la prima che sento in quel giorno. Non mi stupisco nel trovarmi a pensare che stoni e che stavo meglio prima. Con la coda dell’occhio vedo una coppia di ragazzi sulla trentina, agili, belli e poco vestiti, che buttano un occhio, ma scappano verso il passo immediatamente senza fermarsi. Meglio così, penso.

Non faccio però in tempo a gioire per la ritrovata e piacevolissima solitudine, che ecco altre voci. Queste un po’ più sguaiate e robuste. Esco dal piccolo rifugio, chiudo la porta col catenaccio e faccio per riprendere lo zaino che avevo appoggiato al tavolone in legno all’esterno. La prima persona che vedo è un uomo sui 50, magro e vestito di tutto punto da montagna. Mi saluta educatamente mentre sbircia in giro. Nel frattempo spuntano altre due teste dal greto erboso del torrente, poco fuori la macchia e CARRAMBA! Uno è il mio nuovo vicino di casa, l’altro un mio vecchio amico di Casalgrande. Se proprio dovevo rinunciare alla solitudine, poteva andarmi peggio. Per loro è la prima volta qui al Bivacco e sono un po’ delusi perché avrebbero voluto strinare due salsicce nella spettacolare griglia esterna installata dal CAI di Novellara, ma purtroppo il buon Luca, in paese, era stato letteralmente saccheggiato dai turisti e di salsicce non ce n’era più nemmeno l’ombra.

Spuntano così panini alla mortadella da fare invidia e anche una bottiglia di Pra di Bosso. Alessandro me ne offre un po’ e chi sono io per rifiutare. Rimango in loro compagnia per quasi un’ora. C’è allegria e spensieratezza, racconti dei tempi che furono e un po’ di divertente, leggero gossip paesano. Si sta bene lì in cazzeggio nonostante il vento continui a non dare tregua e costringe tutti a coprirsi con tutto quello che si ha a disposizione a dispetto del calendario (e infatti me l’ero detto al mattino che la giacca era meglio portarla…). Guardo l’orologio e visto che in serata ho un impegno alla bassa, diventa consigliabile sveltire il rientro e poi come ho enormemente apprezzato questa pausa dalla solitudine che perdurava fin dall’inizio della giornata, non disdegno di tornare nel mio mood, che oggi ammetto di essermi goduto parecchio: compagnia ma non più del necessario, insomma: anche perché va bene scroccare un goccio di lambrusco, ma imbucarsi per troppo non mi pare esattamente educato. Saluto, ringrazio per il gradito vino e riparto. Quando sono arrivato al Bivacco avevo messo in conto di scendere dal 611 fino all’incrocio con la Maremmana, ma visto l’orario cambio il programma e decido che è meglio ritornare fino all’incrocio con il 615 all’altezza della sorgente. Mi godo dunque ancora la solitudine ritrovata e torno ai miei pensieri.

Solo un incontro, anzi un incrocio sopra alla salita che riporta ai margini del bellissimo pratone e fa rientrare nella faggeta: mi sembrano gli stessi due ragazzi di un’oretta prima, forse vogliono godersi il bivacco e ritentano: spero gli piaccia il lambrusco o sappiano adattarsi al bosco. Li saluto guardandogli con dispiaciuta e piena solidarietà, ma purtroppo non li posso aiutare. Un ciao quasi compassionevole, mentre ci incrociamo e prima di entrare nel bosco, mi giro per godermi ancora una volta la luce e i colori mozzafiato di questo incantevole posto.

Una volta in cammino e nuovamente solo, l’ultima sega mentale che mi concedo parte proprio sul discorso della solitudine e mi viene da riflettere sul condividere la montagna e le camminate. Purtroppo alcune esperienze (anche recenti), non sono andate troppo bene e quindi, dopo una giornata così meravigliosa in totale solitudine per gran parte del tempo, sono indotto ad ammettere ciò che già da un po’ mi viene da dire: ho sbagliato nelle occasioni in cui per non restare solo ho cercato insistentemente compagni di camminata. Questo perché solo in pochissimi casi la sintonia è stata buona e anche con le stesse persone poteva variare di volta in volta e non sempre funzionava. La montagna, il cammino sono una cosa che amo profondamente e purtroppo più vado avanti, meno accetto compromessi. Più che altro non tolleto che mi venga scalfita la gioia che mi danno. Dico purtroppo perché amo la compagnia e quando è capitato di essere in sintonia con qualcuno, lo spettacolo non ha fatto che amplificarsi ulteriormente. Una cosa bella in due, è molto meglio della stessa cosa bella da soli. Ne sono consapevole e non cambio minimamente idea, ma a quanto pare per colpa mia o forse per il confronto con le affinità migliori del passato, non so più accontentarmi e non è questo il caso in cui far valere il “piutost che gninta l’è mej piutost”. Diciamo che qui funziona meglio il “meglio soli che mal accompagnati”. Forse sto solo diventando un vecchio burbero. Non sopporto chi mugugna per la fatica (se sei stanco tu, lo sono anch’io e se devo anche sopportare le tue lamentele, mi stanco il doppio), nemmeno chi cambia i programmi in corsa e chi tira indietro, invece che spingere nelle difficoltà. Sono un rompicazzo? Sono stato viziato per parecchio tempo e quindi non so e voglio più accontentarmi? Va bene: me ne sto (purtroppo) da solo, anche perché tanto è comunque così 9 volte su 10 e il desiderio di condivisione spesso viene sopraffatto dalla necessità di adeguamento, al quale non ho più voglia di piegarmi (sopra certi limiti e i limiti si sono assottigliati parecchio). Reggo poco anche il modo “moderno” di girare per monti, più incentrato sull’agonismo dell’impresa: oh l’avventura fa battere il cuore anche a me e la sfida a volte mi stuzzica e col cazzo che la voglio perdere, ma è una cosa interiore, non una coccarda da appuntare sui Social (e sono il primo a condividere le foto e come si può vedere i racconti, quindi sto parlando di esasperazioni, non di normale condivisione e al limite una sana, piccola dose di vanità). Almeno così io la vedo. A dire il vero non sopporto nemmeno l’approccio troppo spinto sullo spirituale e non sono uno che non sente questa cosa, ma l’ostentazione mi indispettisce e mi fa perdere il gusto dell’autenticità. La montagna non è un luna park: né per l’agonismo, né per la spiritualità. Non è nemmeno un “evento” e bisognerebbe farlo capire anche per questioni di sicurezza ai tanti che stanno approcciando ai sentieri negli ultimi anni, forse in modo non del tutto appropriato. Le sbavature in un senso o nell’altro non mi piacciono. Non penso di avere ragione, anzi, capisco di essere un po’ tranchant, ma credo che del tempo per provare a capire tutti io ne abbia speso ed ora merito di non perderne più dove non mi trovo bene, dove non mi sento a casa. Ed oggi mi sono sempre, sempre, sempre sentito a casa e tranquillo. A tratti indispettito dal vento, ma sempre felice e soprattutto, mai preoccupato o addirittura spaventato. Mi sentivo al sicuro.

Concludo i miei borbottamenti interiori dicendo a voce alta “son proprio un povero, vecchio di merda” e sorrido di me stesso e di queste elucubrazioni, non perché non ci creda in quello che dico, ma perché so che a raccontarle potrei risultare ridicolo e/o presuntuoso e visto che non mi piace prendermi troppo sul serio, eccomi a raccontarle soprattutto al me stesso di domani, se avrà voglia di rileggersi, senza pretese, ma solo per ricordare.
La discesa è stranamente agile, senza troppi problemi. Di solito mi sfianca. Anche gli acciacchi articolari danno fastidio, ma restano sotto la soglia dei lacrimoni, oggi a pieno appannaggio del solo vento. L’ora di riposo al Bivacco mi ha fatto proprio bene e così arrivo alla Panda, che mi aspetta ora in compagnia di diverse auto e camper che al mio arrivo non c’erano. Mi cambio le scarpe, bevo un po’ d’acqua e torno nel mondo, lasciandomi dietro una mattinata fantastica, passata a godermi la natura e la sua potenza, in alcuni dei luoghi che amo di più. La pancia ora sta bene, ma borbotta: è tempo di darle soddisfazione con qualcosa di solido, che l’acquolina ha cominciato già di fronte ai panini alla mortadella dei ragazzi al bivacco. Insomma, dopo la tanta filosofia da bar, meglio andarci al bar e pensare alle tagliatelle, che c’è un tempo per tutto e il tempo per i pensieri, almeno per oggi è finito. “E ti vengo a cercare…” ora so cosa: un allegro e sostanzioso pranzo in uno dei locali degli amici a Febbio, dove basta entrare per non essere mai solo. Che per oggi anche il tempo della solitudine è finito.
Che voglia di tornare lassù, a pensarci oggi, mentre scrivo, quaggiù…dai che manca poco.
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