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Più che altro per non dimenticar(Si)


Le assaggiatrici

Sono sempre stato attratto dai film che raccontano le storie degli anni a cavallo del secondo conflitto mondiale, forse perché sento ancora vicini quei tempi, attraverso i visi ancora vividi nella mia memoria dei nonni mentre mi raccontano degli stenti o anche semplicemente delle abitudini di quegli anni, così contrastanti con quelle dei giorni nostri, ma al contempo così affascinanti ai miei occhi. Non so se capita solo a me, ma mi trovo spesso a provare a traslare la mia vita a quei tempi, solo per cercare di capire come mi sarei comportato in determinate situazioni o semplicemente per cercare di ragionare su un fatto basilare: quanto sopravvivrei se ora fosse il 1943, a quelle condizioni se mi ci buttassero ora, così come sono?

Non resisto quindi alla tentazione di andare a vedere questa pellicola ambientata in Germania (anzi nell’allora terzo reich, ma nell’attuale Polonia), nei due anni conclusivi proprio della seconda guerra mondiale, ma girato quasi completamente in Italia e che porta la firma del celebre regista milanese Silvio Soldini, già autore di film che spiccano nel panorama della filmografia di casa nostra degli ultimi 20/30 anni (“Pani e tulipani” su tutti).

La trama è semplice: un’elegante donna Berlinese, Rosa Sauer (interpretata dalla bellissima Elisa Schlott), si trasferisce nella Prussia Orientale, terra d’origine del marito ora impegnato sul fronte Russo. Lo fa per raggiungere i suoceri e nelle intenzioni una zona più lontana dai pericoli della guerra in corso, ma proprio a fianco della celebre “tana del lupo”, uno dei quartieri generali dove Hitler passava parecchio tempo e dove subì il celeberrimo attentato, frutto di “operazione valchiria”, nascosto da imponenti foreste difficili da individuare per gli eserciti alleati.

Rosa si trova catapultata in una condizione totalmente differente da quella cittadina a cui è abituata e qui, nella povera, remota e rozza campagna, nessuno pare intenda farle sconti sulla questione, anzi, l’ostracismo verso la cittadina raffinata pare essere il crudele filo conduttore della sua nuova avventura. Crudeltà che diventa cattiveria gratuita, per livellare verso il basso, non certo per aiutare con il pragmatismo d’impatto. Una tendenza umana che a quanto pare ha radici profonde: se non puoi raggiungere certi livelli, cerca di sminuire e se possibile portare in basso tutti quelli che sono più in alto di te, come se fosse colpa loro la tua miserabile condizione.

La chiamata per il lavoro di assaggiatrice dei piatti cucinati per il Führer (tutti i pranzi e tutte le cene), catapultano Rosa in una situazione ancora più ardua: rischiare la morte per mangiare, anzi mangiando, proprio quando la fame è l’ostacolo più arduo di quei tempi: un paradosso che fa saltare ogni logica. E il gruppo di donne che assieme a lei devono fare questo lavoro da “privilegiate”.

I giorni passano e tutto pare scivolare piano, piano nella normalità, si creano amicizie e gli istinti prevalgono sulle intenzioni. Poi a tirare una sciabolata violenta al desiderio di vita e consuetudine, di umanità, divampa la follia ricordando ciò che era il nazismo anche per i tedeschi stessi, fino a quel momento sullo sfondo. Divise, ordini categorici, prevaricazione, sono l’unico accenno al contesto in cui si stanno svolgendo i fatti, che viene però costantemente rimarcato dalla mancanza di empatia, dalla retorica assordante e a tratti dal fanatismo cieco.

La “berlinese”, come sprezzantemente viene apostrofata dalle compagne più dure e provate dalle brutture della guerra, pare però essere la più raffinata, non solo nel vestire, ma anche nel pensiero e nel saper declinare l’esistenza oltre il losco sopravvivere e al depravato adattamento, quasi a rimarcare che l’intelletto, la ricerca del civile deve essere un baluardo in grado di illuminare la tenebra in cui si muove l’incendio indiscriminato e ingiusto dell’istinto, che incenerisce le differenze e le sfumature necessarie per potersi dire esseri umani. Certo anche lei non sa resistere alla natura, ma il giusto, l’umanità, la rettitudine prendono il sopravvento e la trasformano in un’eroina, coraggiosa e intransigente.

Uno sguardo perso nel vuoto e in un futuro che le è stato condonato, ma tutto da inventare, chiude una storia che scorre lenta, a tratti tetra, poi surreale, ma soprattutto introspettiva. Come la guerra e le difficoltà possono cambiare l’essere umano, anche quando le battaglie non si vedono e non si senton, se non dai racconti di qualcuno meglio informato. Gli istinti che sgomitano e che spesso prevalgono, che annebbiano e che non fanno vedere chiaramente e dimostrano che non esiste il bianco e il nero nelle persone. Non c’è truffa, non c’è inganno, solo la capacità umana di mascherare col desiderio di normalità e la tendenza a trovare stabilità, pace e perché no piacere, i peggiori segreti, ma anche di non voler vedere oltre intuibili orizzonti, per non farsi troppe domande e quindi dover prendere drastiche decisioni. La violenza che non è solo quella delle pistole, che sparano solo una volta, ma quella del desiderio di essere lasciati in pace in una sorta di consapevolezza, ma attenzione che “si può smettere di esistere anche in vita”.

Un bel film, intenso che si inserisce nel filone recentemente eplorato dal bellissimo “Vermiglio” di Maura Delpero, pellicole in cui la guerra c’è e si vede anche, ma senza lo “spettacolo” delle battaglie, che tanto bene ci hanno spesso raccontato fior fiore di registi, specialmente negli ultimi due decenni. Qui la strada scelta è diversa e proprio come nella sopra citata opera della regista altoatesina, al centro non ci sono eserciti, armi e soldati, ma le donne.

Donna è anche la scrittrice del romanzo omonimo al film, da cui questa pellicola trae libera ispirazione ed è firmata da Rosella Postorino, che nello scriverlo si è a propria volta ispirata alla vita di Margot Wölk, colei che solo nel nuovo millennio svelò l’esistenza delle assaggiatrici di Hitler, poco prima di spegnersi, alla veneranda età di 95 anni.

Le Assaggiatrici racconta dunque una storia vera, ma forse fa di più: mette in guardia su quello che potrebbero essere storie vere nel prossimo futuro.



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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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