Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


Sul Vallestrina – Suspicious Minds – 23 VII 2022

Una settimana torrida, passata prevalentemente sul divano a riprendersi dalle fatiche delle giornate lavorative, con un ventilatore puntato addosso e a guardare film vecchi e nuovi, a leggere, a spulciare foto. Solo in casa a tentare di non soccombere a questa estate tremenda, poi finalmente arriva il fine settimana. Per questo, libero da impegni, avevo fatto mille progetti, mille propositi, fra i più azzardati e più inarrivabili, ma alla fine tutto piano, piano pareva indirizzato a sciamare in un’ennesima occasione persa, a degradare nell’apatica desolazione. Il filo conduttore dei progetti era comunque riprendersi la montagna, visto che, fatta eccezione per le scorribande in cerca di Boletus Aesteivalis, il cammino era stato messo un po’ in disparte, sia nelle classiche passeggiate seral/notturne, preoccupantemente diradate, che nei trekking montani. Il cammino come filosofia, non come mezzo utilitaristico. Se si vuole parlare dell’ultima vera escursione degna di nota (escludendo la Sassuolo/Febbio di Maggio), bisogna tornare addirittura indietro a inizio Aprile, con un itinerario nelle colline fra la zona del Pescale e la frazione di Pigneto. L’ultima vetta? Ancora più indietro nel tempo: 26 Marzo sul Prampa. Da lì in poi solo il boscoso Monte Contessa, proprio nelle battute di ricerca ai Porcini. Insomma un lungo periodo senza trekking di rilievo che ero deciso a interrompere, ma purtroppo, quando sono arrivato al dunque…

Qualcosa dentro mi frena, come se stessi solo cercando di forzarmi a farmi piacere quello che forse in quel momento non m’interessa più, al quale non so più dare un senso e soprattutto un’emozione. Continuo a dirmi che non è assolutamente possibile e che dopo così tanto tempo io debba obbligatoriamente ritrovare quel fuoco che, come una costante, come una sete inesauribile mi ha portato a raggiungere buona parte delle vette principali della nostra zona di appennino. Ogni itinerario su cui ragiono mi rimbalza indietro spompo. Non è pigrizia, pare proprio che non ci sia quella scintilla che scoccava senza bisogno di grandi sforzi, per farmi mettere gli scarponi e semplicemente, naturalmente e entusiasta partire.

Tiro un po’ lungo al venerdì sera. Sono come da un po’ a questa parte un ufo quando sono in mezzo alla gente, ma rimango lì, consapevole che bisogna provare a sforzarsi anche quando l’istinto ti fa esagerare a ritrarti e nello stare per i fatti tuoi. Mentre qualcuno canta sguaiatamente Vasco Rossi, potentemente addizionato di bariccata, io continuo a pensare: Cusna? Prado? Alpe di Succiso? Ogni classica del mio passato mi pare infattibile…mi vedo lì in mezzo al percorso: inappropriato all’impresa e degno solo di alzare bandiera bianca. Vado a letto (ho provato, ma quando è partito Ligabue è stato troppo), senza mettere la sveglia, rassegnato: non c’è forza interiore, non riesco a sentire la montagna. Manca qualcosa. Lo so. Non è che non capisca cosa mi stia succedendo, ma la cosa che mi irrita e che mi fa arrabbiare con me stesso, solo con me stesso, è il fatto che io non riesca ad andare oltre. Un problema mio, per come sono fatto, probabilmente perché non si vorrebbe, ma quando non dipende da noi, che alternativa rimane?

Notte tranquilla, mi sveglio presto, ma poi “giro gallone”, tergiverso poi nel letto, stordito dalla mia stasi. Nessun richiamo. Apro la porta per vedere se il fresco mi può aiutare, guardo l’orizzonte in fronte a me e come sempre mi si presenta in bella vista quella che nel corso dei miei anni qui al Rescadore è diventata la mia cima esteticamente preferita: quella del Vallestrina. Un punto di riferimento, un amico a cui sospirare e a cui appoggiarsi, nelle troppe serate solo su questa balconata, oppure semplicemente nei momenti di attesa. Qualcosa si muove, ma senza convinzione. Bisogna spingere, bisogna sforzarsi un po’. “Almeno fino al bivacco”, mi dico.

Fa già caldo, anche perché nel mio tira e molla sono arrivate quasi le nove del mattino. Il sole spinge forte sul polveroso piazzale antistante il condominio da cui parto zaino in spalla. Il vento caldo scuote le cime degli abeti che circondano il vecchio Hotel Rescadore in disuso e quelle della faggeta che si inerpica verso la tonda cupola del Piella. Riempio la borraccia alla solita fontana e parto in quarta, quasi spaventato dall’eventualità di cambiare idea. Ma quale idea? “Almeno fino al bivacco”. Pericolosa, lo so bene, ma la meno peggio che mi sia venuta. Come a cercare una scusa per desistere, inizio subito a pensare alle rampette sul 615, quelle mozzapolmoni che portano alla sorgente sotto la conca del Passone e devo allontanare il pensiero che tira verso le sedie del bar, che supero a testa bassa, sperando che nessuno mi richiami “dai solo per un caffè”. Sarebbe il colpo di grazia. Per “fortuna”, non c’è nessuno in giro, nessuno mi chiama, posso procedere spedito lungo la carreggiata. Sensazione strana questo forzarmi, che cerco di scaravoltare fuori dalla testa salendo a rotta di collo il sassoso percorso nella frescura dei faggi che inalberano il percorso verso Pianvalese. Una volta lasciato lo stradello, girando a destra dentro al bosco, a fianco dell’ultima di tutte le case, forse quella che mi piace di più, supero quasi di slancio una ragazza nel tratto più duro, prima delle cascatelle e una goccia di sudore mi scende dalla fronte; solleva una piccola nuvoletta di polvere cadendo fra la punta del mio scarpone e un sasso, sul tremendamente arido fondo su cui sto rampando in totale apnea emotiva. Qualche foglia scricchiola, polverizzandosi sotto la pressione del mio passo indiavolato.

In poco più di quindici minuti arrivo al cospetto della casetta in legno da cui partivano i percorsi dello sci di fondo, quando da queste parti si provava a fare turismo sul serio. Intorno a me camper, automobili, persone che arrancano alla ricerca di uno spicchio d’ombra e del refrigerio della rigogliosa, ma assetata, faggeta. Mentre passo velocemente sento che tutti parlano del gran caldo che hanno lasciato a furia di curve e tornanti. Sbucano tavolini da pic-nic ovunque e i bambini corrono, i cani li inseguono giocando. Mi scappa un sorriso: tutto molto bello, ma non per me. Sento il bisogno di scappare, di allontanarmi veloce e questa sensazione di repulsione dagli altri mi aiuta a non pensare nemmeno quando, in vista del divieto d’accesso “Morte ai preti”, sorpasso il primo ponte di legno su cui si materializza un’immagine, un ricordo, seduto ad aspettarmi…no, non c’è niente, era solo un miraggio, uno scherzo della mente. Sorrido ancora e mi sento un pazzo con queste idee bislacche e mentre penso a quanto io possa essere scemo, a volte. Arrivo così in pochissimi minuti al secondo ponticello in legno, dopo la svolta a sinistra: entrambe le passerelle sono oggi totalmente inutili, vista l’assoluta assenza di acqua nei fossi che a dire il vero in questo periodo sono normalmente in secca.

Mi rimetto il cappello per attraversare questo primo tratto di faticosa salita, leggo i vecchi cartelli messi per indicare distanze fra le tappe principali toccate dal sentiero, la pendenza e l’altitudine di quei luoghi a me ormai più che famigliari, ma oggi all’apparenza così inarrivabili. Il cappello serve perché purtroppo hanno assassinato il bosco con un cospicuo taglio e il sole torna a picchiare forte e ad asciugare il fondo cosparso di tanti piccoli, insidiosi, instabili sassi. È questione di pochi minuti, poi proprio dove la via spiana leggermente, torna anche l’ombra. Vedo sotto di me quella piana che tanto mi ispira per la ricerca di funghi, ma dove in realtà non ho mai trovato un singolo esemplare. Bene, la mente gira su pensieri leggeri, altri e le gambe, anche se si sente che non hanno il ritmo dei tempi migliori, sembrano reagire bene alla salita presa anche qui con forse troppa energia. Tutto fa brodo per vincere e soprattutto vincersi.

Non c’è nessuno e ricomincia a soffiare il vento. Non l’ho mai amato, ma ormai è così legato a tanti ricordi meravigliosi, che ho imparato a volergli bene e onestamente in questo momento rende la salita più gradevole, abbassando di qualche grado l’altrimenti torrida temperatura e rimuovendo la certa cappa che si sviluppa nel bosco quando la canicola spinge. Mi perdo a pensare a quante volte ho salito la ripida rampa che sbuca sopra al Fosso di Pra Grande, che gorgoglia strozzato e magrissimo sulla mia sinistra. Mi volto verso un’apertura del bosco sulla mia destra e poi ripenso a quella volta che le zanzare ci resero impossibile una necessaria quanto agognata sosta, dopo quella rampa così impertinente e strappapolmoni, proprio poco prima di addentrarci in quella piccola apertura, invitante nell’interno del bosco. Devo andare oltre, vietato fermarsi a pensare, bisogna andare avanti. Cammino sulle piatte rocce in falsopiano, fino alla svolta a sinistra. Vedo ancora, ma decisamente da più vicino il verde tondeggiante del Piella chiudere la vista di fronte, sopra al cielo blu intenso: un quadro incorniciato fra gli ultimi e sempre più radi faggi, su uno dei quali è attaccato il cartello che ricorda che in caso di ghiaccio e neve il CAI 615 è riservato a soli escursionisti esperti. Impossibile non ripensare a quella slavina che una decina di anni orsono (almeno), portò via tre persone che si erano avventurate su per il Passone. Lo abbiamo imparato anche recentemente: la montagna può togliere in un attimo, ma lei non lo fa con crudeltà. Non lo fa. La montagna non pensa. La montagna è.

Mi avvicino alla sorgente che sgorga limpida, butto giù quasi d’un sorso più di metà della borraccia che mi ero portato, sanando quel gusto di polvere che mi stava accompagnando da diverso tempo. “arrivo alla sorgente, poi vedo se c’è acqua e decido quanto bere”. Posso berla tutta. Tuffo le mani e un brivido di freddo mi arriva fino a dietro le orecchie. Mi butto acqua fredda sulla faccia in modo sguaiato, é inevitabile che io mi bagni abbondantemente la maglietta, tutto sommato non troppo sudata. Il vento che continua ad investirmi con folate di media forza, a contatto col tessuto bagnato mi fa provare una sensazione stranamente fuori luogo: un brivido di freddo. Mi giro verso l’angolino dove un tempo avevano costruito una panchina di legno, di cui ora non rimane che la traccia nella mia memoria. Anche questa. Quel pranzo: pane con prosciutto e formaggio custoditi nella mia vecchia gavetta, che mi ero fermato a godere dopo il lungo anello salendo dal 617 fino alla croce del Cusna e scendendo dopo tutto il crinale proprio dal passone e fermandomi lì per una sosta, l’ultima prima degli sforzi per chiudere l’anello fino alla Peschiera Zamboni. Sono passati davvero tanti anni, mai più rifatto quell’anello. Davvero sfiancante, ma emozionante. Allora come oggi in solitaria: era normalità, la sarà di nuovo. Lo registro con una discreta dose di rassegnazione, ma non senza amarezza, ma forse, forse anche con un po’ di orgoglio. Contrasti. Quanti contrasti. A volte rasenti la schizofrenia, penso. Me le vedo tutte addosso quelle parolone, quei difetti, quelle malattie: credo che a furia di dai e dai mi abbiano convinto. Ma del resto sono lì. Nessuna scintilla, ma sono lì e so ancora farlo e la cosa inizia a farmi sentire meglio, a far sciogliere quel senso di rabbia, perché sì, ad inchiodarmi è quella e a farmi riappropriare della mia capacità di sorbire emozioni.

Suspicious Minds mi gira incessantemente in testa e in alcuni momenti mi viene da urlarne dei frammenti “we’re caught in a trap”, fortuna che non c’è proprio nessuno in giro, “Because I love you too much, baby”, puntini colorati salgono impercettibilmente sulla rampa spazzata dal sole, che picchia duro sulle rocce che salgono verso il passone. Mi pare di sentire il fiatone e la fatica di chi sale. Sono lontani e sembrano tirati indietro dall’immensità del meraviglioso circolo verdeggiante che mi si para davanti. Sempre uno spettacolo mozzafiato. Fiori bianchi si muovono mossi dal vento, un tappeto di queste che si chiamano? Come si chiamano? Sono proprio una capra, dovrei proprio imparare i nomi dei fiori di montagna, perché non l’ho mai fatto? Pigrizia? No…solo che suonava meglio farseli dire. Un piacere a volte essere ignoranti. Non era il mio ruolo. Mi piaceva non fosse il mio. Un gioco che mi ha dato tanto, ma ora mi lascia con delle lacune. Volendo si fa sempre in tempo a recuperare, per l’appunto, volendo. Comunque sembrano quelli che da piccoli chiamavamo ricotte…Google? Non penso proprio, non si rimpiazzano con Google certe cose, non è mica un problema di conoscenza, ma di emozione; farò senza, mica ha senso così…per adesso, va bene così. Chiudo gli occhi e provo ad immaginarmi che mi venga spiegato tutto, ma è solo il vento che fa frusciare gli esili steli e le morbide, candide corolle. Non ci sono altro che il vento, la memoria e la fantasia a parlarmi in quel momento.

“With suspicious minds” mi scappa sguaiatamente nel vento, che spero copra il mio stonare, mentre attraverso l’avvallamento che tagliando a sinistra porta sul sentiero che dirige di lato verso la conca gemella del Passone, quella sotto il Vallestrina. “Almeno fino al bivacco”. Una figura alta e magra, con un cappello stile pescatore a tesa larga mi viene incontro mentre rientro nella faggeta dopo il veloce passaggio nella prateria, ho lo sguardo basso, come a pensare che no, non avevo voglia che nessuno interrompesse la mia concentrazione e il mio trip interiore: sto cercando la scintilla, non lo vedi? Sto immaginando la voce che mi parla dei fiori, ora scomparirà di nuovo. Avevo messo in conto di incontrare qualcuno sul frequentatissimo 615, ma qui, dopo la deviazione ero straconvinto che proprio no. Lo conosco: ci vediamo sempre in piscina a Rubiera. Con sorpresa mi esclama: “cosa fai qua” ed io in effetti mi dico che sarebbe un po’ lunghetta da spiegare e mi limito a dire, cercando di essere il più spiritoso possibile “quello che fai te”. Non ci siamo mai presentati, non so nemmeno come si chiama, credo nemmeno lui sappia come mi chiamo io, ma ci vediamo da così tanto tempo che la conversazione è spigliata e confidenziale. Caldo, che giro fai, i tuoi sono al mare, anche i miei…cinque minuti piacevoli, alla fine. Cinque minuti che mi lasciano una domanda. “Cosa ci faccio qui?”. Suspicious Minds si ferma un attimo, di fiori di cui parlare ora non ce n’è e inizio a macinare su questo interrogativo e soprattutto lì decido che questa volta varrà la pena scrivere due righe a memoria di questa mattinata e di questa camminata. Non tanto del tragitto, ma come ben si sarà intuito, di come lo si è affrontato e con cosa dentro. A memoria personale, che tanto chi potrebbe capirci mica leggerà mai. Spero che anche non capendo, però, qualcuno possa leggendo sentire qualche emozione. Trip da viaggio? Ribadiamo il concetto: tutto fa brodo per distrarsi dalla tentazione di abbandonare il progetto.

Perso nei miei interrogativi e nei miei cervellotici trip mentali, iniziando a pensare a cosa e come avrei potuto scrivere, arrivo velocemente alla conca del Vallestrina. Vedi che serve perdersi? Il Bivacco non si vede quando si arriva, è dietro la collinetta, dalla parte opposta della prateria rispetto a dove vi si entra, laggiù dove riprende il bosco, un po’ più in basso verso sinistra. Vedo però i sassi che furono gelidi scranni per un pranzo il 19 novembre scorso. Solo alcuni mesi che paiono secoli, da quel giorno. Ricordo che era primo pomeriggio e il sole stava già scendendo sotto la cresta rocciosa del monte, in pochi istanti la temperatura crollò e scappare verso il caldo della stufa e del piacere fu stupendo, come la luce azzurra che regala all’inverno in montagna quell’atmosfera unica. Ora niente di tutto ciò, ora il sole spacca in due. Sono le dieci passate da poco e l’erba lunga viene mossa dal costante spirare del vento che continua a portare almeno un po’ di refrigerio. Attraverso il pratone dritto per dritto, uscendo dal percorso segnato dalle paline malandate, con i segni bianchi e rossi. Non ha proprio senso andare fino al bivacco, non m’interessa: cosa me ne faccio di un bivacco? Ricordo che lo pensai anche qualche anno fa, quando arrivai proprio lì per la prima volta, salendo però dal 611, dopo averlo percorso fino dall’incrocio fra i due sentieri, la Maremmana, ovvero il CAI 609. Stessa situazione di allora? Magari. Ma non è così. Comunque via, via c’è da salire. Ma avevo detto “Almeno fino al Bivacco”. Lo ripeto, me lo ripeto arrabbiandomi con me stesso per la stupida ingenuità che si fa strada: cosa me ne faccio ora, oggi, di un bivacco? Punto con lo sguardo alla roccia che sta nel bel mezzo della ruvida ascesa. Sembra lontanissima. Ci saranno almeno duecento metri di dislivello, che subito parte dolce, ma poi s’impenna brutalmente. Non fatevi fregare dalla morbidezza dell’erba che si muove sinuosa, la salita si fa da dar del Lei. Non sarà per lunghezza e intensità quella del Passone, ma non ti regala nulla.

Per fortuna conosco il percorso, perché purtroppo qui il 611 è segnato di vecchio e l’erba ha spesso reso poco leggibile la traccia. C’è una persona ferma. Saluto, non risponde: vaffanculo stronzo. Lo mastico fra i denti e spero che mi senta. Credo mi senta. Attento amico, lasciami in pace, che sale di nuovo la rabbia. A pensarci bene, probabilmente, è lei che mi ha in realtà portato fino a lì e che ora devo usare come propulsore per questo strappo. Le gambe tutto sommato stanno bene. Il ruscello (credo che sia il Balocchi…anche su ‘sta cosa dei torrenti e dei fossi bisogna che ci lavori meglio, ma non oggi, no oggi ce n’è già abbastanza…), gorgoglia sofferente, imboscato nel fossetto mimetizzato dall’erba, il tipo stronzo (del resto ha una maglia fluo, di che mi stupisco), riempie una sacca di quelle con tubicino ad una canna che raccoglie il tenue fiotto di acqua di una piccola sorgente. La mia borraccia è ancora piena, posso andare. Devo andare. Meglio andare.

La cresta inclinata del Vallestrina è lì, proprio sopra ai miei occhi. S’impenna in una striatura di rocce stratificate verso sinistra per chi guarda come me in quel momento dal basso del vallone. Mi incanto per un attimo di fronte alla bellezza rude di quell’ambiente selvatico. So che per arrivarci dovrò fare un giro un po’ più tortuoso rispetto alla linea retta che i miei occhi tracciano, accecati dal sole che ormai è alto e continua a spingere fortissimo, come il vento che sale d’intensità. L’erba si muove e mi culla nei pensieri, mentre ansimo lievemente nei tratti più duri. Prima di arrivare dove la slavina qualche anno prima s’è portata via assieme alla neve, anche un pezzo del sentiero; qualche foto, un video, più come scusa per riprendere fiato, che altro. Il bello è che penso solo a raggiungere prima quella roccia, che ormai non è più così tanto lontana. Guardo più in su e ora punto quella grossa scheggia di arenaria piantata all’insù da qualcuno, per aiutare nell’orientamento. Ghiaia e polvere e finalmente i 1796 metri del passo di Vallestrina. Ghigno guardando la lama sottile che porta prima all’anticima, poi alla cima, del monte. Una folata di vento mi porta il profumo dell’abetina reale e la vista può godere di nuovo degli spazi ampi che si aprono verso il versante sud del crinale, che da troppo tempo vivo solo nel gelido nord.

Un’altro escursionista scende. Penso con leggero dispetto che non sarò il primo a salire oggi, ma poi chissenefrega. Mi passa lontano, non mi vede o finge di non vedermi: non possono essere tutti stronzi. Vado oltre. Lo spettacolo è che dopo circa altri cento metri di dislivello, mi ritrovo ad appoggiare lo zaino e le bacchette sul sasso che fa da crestina alla vetta del Vallestrina. Faccio tutto quello che c’è da fare, bere, foto, poi faccio quello che non mi ricordo di aver mai fatto quando arrivo su una vetta (ma magari mi sbaglio, chissà…): allargo le braccia e sento il vento della soddisfazione entrarmi dentro e una gioia immensa che mi mette al di fuori di tutto. Sto lì in quella posa ostentata, ma non certo bugiarda (perché sono tante cose, ma non un bugiardo e me lo sto ripetendo molto in queste settimane, visti i dubbi che mi sono posto). Mi fermo così a gambe larghe e braccia aperte, occhi chiusi per parecchi minuti, consapevole che quella gioia vada assaporata fino in fondo, perché purtroppo finirà molto prima di quanto meriterebbe. Penso in rima, penso in dialetto: Culās in tna rabia biga e sorda / Cl’am brüsa deinter e l’han và piò via… (beh se vi va potete leggere qua quello che scrivo ancora al ritmo di Suspicious Minds, come sempre sulle note del telefono, di getto, là in alto, solo e in quel momento, felice).

Guardo l’orologio e lo vedo che son lì da un tempo lunghissimo, ma come poche ore prima al risveglio mattutino, schiodarmi dalla convinzione che non valesse poi la pena, ora lo è farlo dall’aver raggiunto il traguardo. So che quando si sale, poi si deve scendere e farlo può essere fonte di sofferenza e non solo per le acciaccate ginocchia e le malconce caviglie, che in effetti di lì apoco si faranno sentire. Un traguardo tutto mio, per ora solo mio. Per la terza volta, ma non conta quello. Conta essere tornato in vetta e anche senza scintilla aver ritrovato la gioia di farlo. La gioia che ora mi fa pensare che forse varrà la pena ripartire, cosa che mi sembrava assolutamente caduta nel non senso. Mi era già successo. La volta scorsa venni aiutato. Questa volta ho dovuto fare tutto da solo e do per certo a mè stesso che così continuerà ad essere (anche se quella rogna della speranza, mai tace in quelli come me, anche se si prova con tutta la razionalità e la consapevolezza del mondo a soffocarne il sibilo di sottofondo). L’ho fatto forzandomi, violentando la mia reticenza, ma credo proprio giustamente. Vale la pena se c’è gioia e quella ho trovato, forte come non mi sarei mai aspettato e come probabilmente, se me l’avessero detto non avrei forse voluto. Che certe gioie sono edificate su consapevolezze amare e difficili da accettare. Sul dolore che c’è prima e certamente tornerà più forte dopo. Ma la gioia vale sempre la pena. Sempre.

Prendo quindi tutto il vento di felicità possibile, torno a cantare a squarciagola Suspicious Minds, lì sopra ad un monte, sotto la randa del sole fra folate che portano via le emozioni che avevo paura non sarebbe più stato possibile provare. Non è la stessa cosa? No, no lo sarà mai più, ma non può essere che la montagna smetta di essere ciò che è stata per me. Del resto le solitarie hanno il proprio fascino. Come in tutte, quando le porti a compimento ti viene da pensare a chi ci vorresti portare…ricomincio a cantare e prima che tutto scada nello stucchevole, prima che il sapore di riconquista di qualcosa che si stava perdendo, svanisca nella tristezza dell’impossibile. Finisco di scrivere, metto via il telefono/taccuino, bevo ancora, mi butto lo zaino sulle spalle e riprendo il sentiero in senso inverso, poi all’imbocco del passo proseguo seguendo la naturale direzione del crinale, come feci la prima volta che salii qui. All’epoca tornai fin sul Piella, scalciando faticosamente sulle Spiagge Belle e solo il temporare e la grandine seppero distrarmi dal crecente magone. Presi l’acqua su tutto il crinale e scesi per le piste (lo racconto qui)…sono passati ormai quattro anni ed è buffo…quattro anni, praticamente stessa situazione di base…poi tutto diverso. Anche la via del ritorno sarà altra: poco prima del montarozzo con la celebre croce a canne del Passone, ecco spuntare il CAI 615 che arriva sulla destra, mi infilo direttamente. Carovane ansimanti, salgono. Ora non mi disturba la presenza di altri. Posso rilassarmi. Forse non cercavo nulla, ma ho trovato parecchio. Il vento e la fatica non hanno ripulito, ma la gioia ha fatto il suo mestiere. Almeno per qualche intenso, potente, momento. È servito a farmi sentire che è ancora possibile. La cosa più importante di tutte.

Popo più di venti minuti e sono di nuovo alla sorgente. Mi rinfresco, faccio il pieno alla borraccia. La rabbia non c’è più, mi fermo anche pochi minuti a parlare con un ragazzo che sale, proprio dove la faggeta riprende e dà protezione dal sole ora a picco. Una famigliola con bambino (ehi il Passone è cattivo, occhio…dovrei imparare a farmi gli affarmi miei, ma se ne sentono troppe e non ce la faccio), una coppia sovrappeso si sta chiedendo perché lo stia facendo, proprio come me un’oretta e mezza prima. Chissà se loro troveranno una risposta. Io la conoscevo bene, ma forse non ho mica voglia di dirmelo così chiaramente, nemmeno ora. Scendo rapido.

Entro in casa, pianto a tutto volume Suspicious Minds mentre mi preparo per la doccia, ballo. Veramente: ballo! Incredibile. Poi mi urlo “NON PIANGERE!!!”. Guardo il tavolo, la sedia, la stufa, il divano, il frigo. Questo lo apro, prendo una birra e la stappo. “NON PIANGERE!”. Come sempre dopo le camminate la birra ci sta, anche due, come quella volta a Pratizzano o quella Moretti sgasata sul lago Calamone. Due che mi vengono in mente in questo ininterrotto, costante filo di piccoli, ma fondamentali momenti, che hanno reso speciali gli ultimi anni di montagna. Bevo e mi faccio portare via dalla gioia malinconica dei ricordi e rinfrancato da quella dovuta all’aver spezzato le catene che mi hanno tenuto giù dai monti per così tanto tempo.

Come previsto, il male del giorno dopo è peggiore di quello sopito a cui si era fatto il callo. L’azione, muoversi lo risveglia, ma anche mentre vedo il cartello Rubiera che mi punge al cuore come uno spillone da rito voodoo, penso: vale sempre la pena per la gioia. Sempre.

“Because I love you too much, baby”



2 risposte a “Sul Vallestrina – Suspicious Minds – 23 VII 2022”

  1. […] sulla poco frequentata, ma suggestiva e per me emotivamente importante vetta del Monte Vallestrina (per leggerne puoi andare qui), e all’interno di quel report evocavo fra i molti ricordi, anche quello di una lunga […]

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  2. […] un po’ come per la camminata di qualche settimana prima fin sulla vetta del Vallestrina (raccontata qui). Non è solo timore di non farcela con le gambe. Ecco che manca come in quel caso la scintilla. […]

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Scrivi una risposta a Anello Rescadore-Vetta Cusna-Passone – 13 VIII 2022 – Bar Snob Cancella risposta

Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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