Come spesso faccio, anche ora mi sento di ricordare che quando scrivo su questo blog di visioni, letture, non ho intenzioni di recensore, quanto più di fissare nero su bianco le mie impressioni, emozioni ed i miei ricordi su quello che vedo, leggo, ascolto, vivo. Non ho quindi bisogno di dilungarmi su studiate suspance nel dare il mio giudizio se non a caldo, quantomeno a tiepido su questa tanto discussa docu/serie TV, rintracciabile da diverse settimane su Netflix. Faccio però fatica a rifarmi alle classiche classificazioni del mi è piaciuto o non mi è piuaciuto, perché il problema quando si parla di documentari non è tanto se ti piace o meno, ma se ti è stato utile o meno. Poi certo esiste anche una questione estetica sul come sia stato realizzato a livello di prodotto e qui ci si potrebbe anche intrufolare nella logica del cosa ci hanno voluto dire o cosa no, ma ripeto, non vorrei troppo complicarmi la vita e quindi chiudo questo primo periodo dicendovi che credo a me sia servito guardare questa serie e che tutto sommato, se proprio devo sbilanciarmi sul punto di vista estetico posso anche affermare che mi sia piaciuta.
Non avevo intenzione di guardarla, non tanto per partito preso o per i giudizi non troppo lusinghieri che man mano che passavano i giorni dall’uscita prima, mi stavano raggiungendo, tramite i report di amici e conoscenti sui social su cui bazzico più o meno giornalmente. Ad un certo punto però la curiosità m’è cresciuta quando alcuni specifici amici, che considero autorevoli sui temi trattati da Sanpa, mi hanno direttaemente o indirettamente invitato a non sottovalutare l’utilità di riprendere una pagina di storia nazionale, spesso sedimentata nella nostra memoria, ma non necessariamente con il dovuto peso. Alla fine non ho trovato più seri motivi per non premere play e in pochi giorni ho fulminato le cinque puntate da circa un’ora ciascuna che compongono la docuserie in quesitone.
Sempre per non giocare con la suspance, ripeto quello che proprio in questi giorni ho detto ad un amico con il quale ho discusso della serie, riprendendo in realtà e quindi citando ciò che dice il giornalista Luciano Nigro in uno dei suoi tanti interventi all’interno della serie, ovvero che non mi piace chi prende un dritto sia in positivo, che in negativo assoluti sulla figura di Vincenzo Muccioli e quindi di San Patrignano. Difficile ovviamente non condannare la trasfigurazione criminale del personaggio e non compatirne il carattere a dir poco egocentrico e vanaglorioso, ma impossibile anche non porsi qualche domanda sulle cose positive che possono essere scaturite dalla sua opera, valutandola rispetto al contesto e all’epoca in cui si trovava ad agire. Tutto questo prima di leggere alcune specifiche proprio sul contesto in cui si muoveva il Santone Romagnolo. Perché ci hanno fatto vedere solo San Patrignano e ci hanno dipinto il loro metodi come gli unici possibili, quando in realtà l’esperienza di comunità e di persone dedite al recupero di tossicodipendenti erano diverse e soprattutto erano differenti gli approcci? Forse per una tara culturale dell’Italia di quei tempi, che, per rubare a Lakoff il concetto di Padre Premuroso e Padre Severo, aveva visto crescere esponenzialmente i Padri Premurosi, incapaci di risolvere i problemi e di gestire i figli, tanto da sentirsi in dovere morale di affidare questi ultimi ad un Padre Severo, che loro non erano più in grado di essere nemmeno a livelli minimi? Domande a cui non so se troverò mai risposta, ma naturalmente sono qui anche per raccogliere suggerimenti.
Ammetto, poi che molto umanamente mi sono fatto un po’ infinocchiare, forse dalla narrazione o forse solo perché sono ingenuo e credulone, ma mi sono trovato a cambiare radicalemente stato d’animo nei confronti del personaggio e della persona dalle prime alle ultime puntate e qui, appunto, non escludo sia rimasto vittima della furbizia di chi la serie l’ha ideata ed ha quindi creato volutamente un percorso obbligato per chi si trovava a subire le immagini e le storie legate alla nascita, crescita, fama, declino ed infine alla caduta della comunità di recupero tossicodipendenti più celebre della storia nazionale. Ho iniziato non sapendo essere fondamentalmente in disaccordo con quello che vedevo e la cosa mi stupiva parecchio, perché ho visto fare a cazzotti il mio stato d’animo con quello che probabilmente pretendevo di avere rispetto a certe fortissime scene e a quelle scelte estreme che non mi sentirei di condividere, ma che lì per lì non sono non riuscito se non a giustificare almeno a capire: la comprensione per la disperazione? Poi dalla terza puntata in poi il biasimo ha preso il sopravvento e mi sono sentito nuovamente dentro i miei confini e le mie idee. Ma questo smarrimento non mi ha lasciato tranquillo, lo ammetto. Perché ho vacillato? Colpa mia (magari) o colpa della mancanza di stabilità emotiva e morale in cui stiamo navigando?
Ecco questa mia sorta di schizofrenia è quello che più mi ha colpito e che mi ha fatto capire che in effetti vedere questa docuserie mi sia servito. Non solo per ricordare ciò che, seppur giovanissimo, avevo vissuto anch’io direttamente tramite i media e le loro espressioni dell’epoca, per rinfrescare la storia e riviverla con quel distacco necessario per comprenderla meglio, cosa non sempre possibile nella contemporaneità. Quello a cui mi è servito è capire che il concetto di bianco e di nero tanto di moda nel recente, non sono per niente adatti alla storia e quindi andrebbero utilizzati con molta parsimonia quando ci si sbilancia in giudizi su cose, fatti, persone. Anche di sé stessi.

La cosa agghiacciante che non si può ignorare dopo aver rivissuto questa storia, era la condizione della tossicodipendenza da eroina in quel contesto storico. Se eri tossicodipendente la società non aveva pietà di te e non pensava in alcun modo di doverti recuperare, ma solo alla maniera migliore per emarginarti o quantomeno nasconderti, e con te tutti coloro che inevitabilmente ti seguivano in questo suicidio a lento rilascio. Perché di quello si trattava. Certo è che a farla da padrona era la solitudine enorme che già all’epoca attanagliava una gioventù lasciata completamente allo sbaraglio, mentre il mondo iniziava a correre freneticamente sui ritmi che, ahimè, da allora non hanno fatto che aumentare, rendendo le cavalcate di ognuno di noi sempre più solitarie e inarrestabili. A noi però viene da dire necessarie, inevitabili, giustificabili sopra ad ogni cosa…nulla era sufficientemente importante per decidere di fermarsi un attimo a capire che stavamo lasciando soli quelli al nostro fianco: i nostri famigliari, i nostri figli. Certo io all’epoca ero un bambinetto, ma cosa è cambiato se non in peggio da allora? Cosa avrei fatto se fossi stato adulto ad inizio anni ’80 anzichè un piccolo scolaretto delle elementari? Non pare che oggi si stia facendo meglio, dunque non sembra proprio che si sia sconfitto il demone che scatena la necessità di questo lento suicidio, cioè la solitudine a cui non tutti sappiamo adattarci e rispondere in modo adeguato e soprattutto non autolesionistico, autodevastante.
Tornando allo specifico di Sanpa appare evidente l’ignoranza che anche in questi giorni tiene alta la cresta rispetto alla formazione specifica. Se da un lato ti viene da “giustificare” (perché per quanto sconvogente, come scrivevo sopra, è successo, inutile nasconderlo), i metodi drastici, crudeli e bestiali adottati probabilmente in buona fede e non per cattiveria o brutalità, ma per ammessa impreparazione dei protagonisti, poi subentra la domanda cruciale: davvero non c’erano alternative? Se ha un limite questa docuserie è proprio quello di non descrivere il contesto alternativo a ciò che veniva dato in pasto all’opinione pubblica di allora e quindi allargando lo spettro a ciò che ora è più facile vedere, grazie anche ai risultati che poi negli anni si sono resi evidenti. La prevenzione, studi alternativi, soluzioni alternative ne sono uscite e hanno funzionato? In quale misura. Ecco, questo lato non viene minimante esplorato e lascia quindi in balia di una tempesta emotiva chi come me non ha conoscenze se non vaghe del fenomeno tossicodipendenza.
Il dubbio però esplode forte dentro, ben prima di vedere che le cose degenerano per i protagonisti di questa storia e le buone intenzioni che molto probabilmente animavano i primi anni e i primi passi di questa esperienza, rimanevano totalmente affogate nella tossicodipendenza da ego. San Patrignano, come purtroppo so che fanno altre comunità ai giorni nostri, liberava da una dipendenza, semplicemente sostituendola con un’altra, ma non certo riabilitando i tossicodipendenti. È possibile liberare un tossicodipendente? Perché di questo si tratta. Ecco, questo non lo so, ma certamente un tossico di ego, non può essere una valida guida per tentare di farlo. Alzando il tiro: uno Stato, non dovrebbe avvallare eccezioni ai propri principii solo per la comodità di buttare un po’ della propria polvere sotto il tappeto.
Guardatela: è molto interessante, oltre che istruttiva per vedere come siamo arrivati fin qua e per rivalutare il senso e la logica di appartenere ad una comunità, non quella chiusa dietro una sbarra, ma quella della società, sempre più evanescente in cui ci muoviamo. La logica delle regole da rispettare, per non doversi trovare a soccombere a quelle improvvisate di apprendisti senza cultura e senza scienza e per quanto e se (non importa!!!), in buona fede, arbitrarie e crudeli. Ci sono dei percorsi da seguire per arrivare a poter dire la propria, ma l’Italia anche in questi giorni pare glorificare chi si inventa qualcosa, piuttosto che chi lo studia e quindi non s’inventa nulla, ma arriva a proporre soluzioni, solo dpo aver applicato l’esperienza accumulata negli anni, decenni o addirittura secoli di ragionamento e di condivisione dei risultati, attraverso lo studio e i lragionamento, non certo l’improvvisazione, la troppo glorificata intuizione e la presunzione. Non mi stupisco che all’epoca, un’Italia massacrata dal dramma dell’eroina, quindi spaventata e mai come all’ora debole e impreparata, abbia glorificato chi con la legge del Padre Severo, ha pensato di risolvere un problema senza studiare, ma esaltando ancora quell’atrocità che è il buon senso.

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