Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


Parasite

Esco da un periodo in cui purtroppo non ho trovato tempo e probabilmente nemmeno ispirazione per dissetare la mia passione per il cinema. Troppi impegni per infilarci anche serate fuori casa dopo cena, ma se mi affaccio e do attenzione ai cartelloni che pubblicizzano i film in questo momento in visione in zona, mi viene semplicemente l’acquolina e inizio a fremere dal desiderio di sedermi di fronte ad un grande schermo. Sabato scorso, preso da questa irrefrenabile voglia, non mi accontento e faccio addirittura la doppia. Dopo aver visto al pomeriggio, coi miei bimbi, “Aïlo” (di cui parlo qui), forzo la pigrizia e la stanchezza di un sabato impegnativo per schiodare il culo dal divano e concedermi anche la visione di un film da grandi.

Rimango indeciso fino all’ultimo su cosa andare a vedere, perché le proposte che circolano sono molto allettanti: ci sono almeno due/tre titoli che mi stuzzicano. Dopo qualche tentennamento dirigo la mia corsa verso il Filmstudio 7B, sala che ahimè ho perso l’abitudine di frequentare ormai da anni, ma che meriterebbe davvero molta più attenzione da parte di tutti, me per primo.

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La proiezioni della serata riguarda “Parasite”, film del regista coreano Bong Joon-Ho, che ammetto di non conoscere. Penso in realtà di non aver mai visto un film coreano in vita mia, ma sono molto sereno, soprattutto perché confortato dai giudizi lusinghieri su questa pellicola che mi sono arrivati da più e disparate parti. La sala si riempie all’inverosimile e sul gigantesco schermo (che meraviglia!), del cinema del dopolavoro ferroviario, iniziano a roteare le immagini che ci portano dall’altra parte del mondo.

I tratti somatici sono differenti, gli odori che trasudano dalle immagini calde anche, ma la povertà pare avere lo stesso aspetto anche qui. Il seminterrato da cui parte la prima inquadratura è però pervaso da allegria sfrontata e a forse un po’ sguaiata, ma soprattutto da una gran voglia di vivere. La vergogna di essere poveri è la stessa che probabilmente si proverebbe da questa parte di mondo. Insomma, tutto mette a proprio agio e ambientarsi nella visione, entrandovi assorbiti dall’incedere della storia è davvero un attimo, così come farsi trascinare dalle stupende immagini, calibrate con delicatezza.

La storia parte piano e fa sorridere a più riprese. Piano, piano sale e fa entrare con decisione nei personaggi. Tratti marcati, qualche volta forse un pelino caricaturali. Gli incastri si susseguono con una naturalezza spiazzante ed anche quando viene da storcere un po’ il naso per la palese violazione alla morale comune nei rapporti fra persone, non si può fare a meno che cedere allo strisciare del germe dell’ammirazione per chi ha talento e tutto sommato si merita di riuscire nell’impresa, nonostante i genitori cialtroni e il cinismo caustico della sorella.

Tutto sembra filare liscio per i vincitori della guerra fra poveri e i ricchi, per quanto odiosi al punto da tirare gli schiaffi, servono: quinsi meglio stare al gioco. Si raggiunge un equilibrio, che per il bene dello spettacolo non può durare…no impossibile.

Il patatrack arriva sulla voce di Gianni Morandi (sì sul serio) e da lì in poi gli avvenimenti più che precipitare, fanno il proprio corso. L’ilarità per risse pacchiane, lascia il posto all’aria di tragedia, che non passa senza lasciare solchi profondi e pensieri macchinosi.

Situazioni surreali e il piacere di sfuggire all’essere a tutti i costi, che vince l’istinto alla vita e può trasformare gli uomini in talpe cieche al gusto del sole e delle relazioni.

La risposta sogno o realtà che fosse, arriva sul finale: la lotta di classe non esiste, esiste solo quella fra poveri che si rubano il pane di bocca e sono disposti a scannarsi pur di assicurarsi i favori di chi può alleviare la vita dalla miseria e regalarci un prelibato pasto caldo in una tavola calda per autisti. Le piccole rivoluzioni sono solo incidenti di percorso che con un po’ di astuzia e fortuna possono essere sistemate: tanto dei poveracci nessuno si ricorda a lungo, a parte i componenti di quella che più che una famiglia sarebbe forse il caso di chiamare, tribù.

Stupendo, trascinante, a tratti mostruoso. Cinema puro e scintillante, anche per chi, ignorante come me, non conosceva il regista, gli attori e può darsi non abbia capito tutto ciò che gli si voleva raccontare.



Una risposta a “Parasite”

  1. […] Mi ricordavo (bene), di essere rimasto particolarmente colpito dalla visione di Parasite e così sono andato poco fa a rileggere ciò che scrivevo all’epoca nel post visione di quello che fu uno dei film più acclamati di quel periodo (se volete farlo anche voi potete recuperare il commento cliccando qui). […]

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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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