Se mi fate la domanda classica che si può porre a chi ha appena visto un film, cioè “é bello?”, non saprei come rispondere a proposito dell’ultima fatica di Lars Von Trier, perché bello o brutto non corrispondono ai canoni in cui catalogherei questa pellicola. Mi viene in soccorso la definizione di un’amica che dice “I film sono l’alternativa a pagamento dei sogni”. Bingo!
Si sa, poi, che quanto si è un po’ sottosopra mentalmente e ancora più emozionalmente, si tende a soccombere alla così detta attenzione selettiva, e così mi capita di rimanere assolutamente sconvolto dalle atmosfere di questo (molto) lungometraggio del discusso e a volte discutibile regista danese. Se poi ci metti che dalla mattina stavo sedando un ormai perpetuo mal di pancia con l’ascolto delle “Goldberg Variations” interpretate da Glenn Gould e che il pianista Canadese fa capolino con filmati di repertorio infilati nel film a contrastare la bruttura con il tocco magico sulla tastiera del pianoforte, beh, conta poco tentare di resistere alla tentazione di credere che il caso non c’entri nulla (ed é ovviamente così), ma ammetto di non aver creduto ad una sola parola suggerita in quel momento dalla mia razionalità. Vivo circa due ore e mezza in cui mi sento succube d’inspiegabili affinità con un serial killer: roba da uscirne letteralmente pazzi! Forse c’è un po’ di tutti noi in Jack, magia interpretativa di un fantastico Matt Dillon, ma io a volte mi sento proprio che si parli di me. Ed io con questo Jack, almeno penso come reazione mentre le conosco, non c’entro proprio nulla. Poco ma sicuto, non ho mai avuto istinti omicidi, figuriamoci la cinica a dir poco eclettica spietatezza di questo folle.
Centocinquantacinque minuti di dialoghi e situazioni surreali sul colore pastello degli anni ’70, come quelli magistrali inscenati durante “l’incidente numero 1”, dove a fare il paio con Dillon si erige una maestosa Uma Thurman. Con la brutta fine di Uma (perché la Signora chiacchierona e sfrontata da lei interpretata dice un sacco di cose a Jack, ma non il suo nome, anche perché lui non glielo chiede), inizia una nuova attività per il protagonista, che forse per distaccarsi dall’ossessione per una casa che non riesce proprio a vedere la luce definitiva, nemmeno nella sua mente di Ingegnere che vuole innalzarsi ad architetto, si protrarrà a lungo ed in modo sempre più frenetico.
La spiegazione dei lampioni è tecnicamente ineccepibile quanto eticamente raccapricciante, una volta riversata in una realtà fatta di corpi congelati e battute di caccia con bambini al posto dei cuccioli di cervo: ma la logica deve rimanere. La precisione, la preparazione e l’esecuzione devono avere supporto culturale e tecnico. L’importante è che tutto sia rigorosamente e logicamente inquadrabile e che poi possa sfociare in quella che diviene una macabra opera d’arte. La spiegazione del lampione, però mi si avviluppa addosso, perché la si puó appiccicare a qualsivoglia stortura delle nostre vite e (mi) sconvolge considerando che spesso queste divengono tali solo se fanno male a qualcuno di cui ti fidi più che di te stesso, che finalmente te lo dice: fino ad allora pareva che tutto filasse liscio. Almeno per noi. Non certo o almeno non necessariamente per cattiveria e/o insensibilità, ma forse solo per limite, per difetto strutturale, che non fa meno danno, s’intenda, ma che forse é meno controllabile. Forse essere delle brutte persone, se lo si é, non ci é davvero chiaro: poi se non sei un serial killer, magari te ne accorgi che fai schifo e se ti rimane un briciolo di dignità, amore e umanità ti fai carico di rompere il tuo circolo vizioso, con forte dolore e spasmi, ma per impedirti di far fuori chi non c’entra, scegliendo di eliminare te per interromperlo: se non fisicamente, almeno socialmente. Soprattutto se il tuo narcisismo non trova il terreno indulgente della bugia, ma hai la fortuna di godere almeno di un forte senso dell’onestà, non puoi che distinguerti dal serial killer, che pur di sedare la sete e il proprio piacere sa addirittura guarirsi da disturbi compulsivi, come Jack fa con la sua maniacalità per la pulizia e l’ordine degli ambienti che deve lasciare perfetti.
Il film è raccontato da un dialogo serrato fuori campo, sempre gentile e pacato, fra Signori che si confrontano senza colpi bassi e onestamente e in cui Jack si raffronta con Virgilio, che a sua volta procede nel dare giudizi senza appello sui perché o i percome di un agghiacciante horror verosimile. Jack condivide con il suo celeberrimo omonimo “lo squartatore” una potenziale verosimiltà che colpisce nell’intimo e conturba come un sogno che potrebbe essere. La vita è spietata: facciamocene una ragione! Spesso siamo noi stessi ad esserlo, vigliacco gridare allo scandalo quando passiamo sotto il rullo della spietatezza altrui. Ci é solo reso ciò che ci meritiamo.

Poi arriva la parte decisamente più fantasiosa del viaggio onirico e non nascondo che probabilmente, stimolato da questa ingiuriosa ed opprimente necessità di immedesimazione con l’assassino, che, non nei suoi atti, ma nella sua rabbia e nei suoi difetti mi trova a volte simile a lui (come se ci pensate bene, davvero simile a voi?…mah…), mi trovo anche a distrarmi e a perdermi un po’ in un mio sogno, meglio sarebbe parlare d’incubo, parallelo.
Forse non capisco nemmeno tutti i messaggi che von Trier vorrebbe lanciare, il finale un po’ kitsch, comunque impreziosito dall’interpretazione ora non solo come voce fuoricampo, ma fisica del da poco compianto Bruno Ganz, ma colgo abbastanza da uscire dalla sala letteralmente sconvolto e succube di uno stato di ansia e smarrimento che perdura per tutto il solitario rientro verso casa dal fedelissimo Emiro di Rubiera. Mentre guido mi viene da farmi mille domande: quei cartelli che Jack, con lo sguardo e quella faccia da culo che solo il fantastico Dillon può, lancia per aria, parlavano di me? Ovviamente di me e di tanti di noi. Piccola genialata di Mr. Lars o solo mia pesante paraonoia? Spero molto più nella prima ipotesi, onestamente…ma chi lo sa! So solo che mi chiedo se riuscirò a dormire, tanto mi sento scosso, pervaso da sensi di colpa e da domande su me stesso. Ma ripeto: cosa c’entro io con un serial Killer!?! Mentre scrivo, sono ancora qua a chiedermelo quando sono passati diversi giorni dalla visione: Perché, ammetto, ho faticato a rassettare le riflessioni scaturite dopo aver visto il film; ma insomma: dormirò o crollerò sfinito appena toccato il letto? Beh, questo posso dirvelo: sono crollato sfinito ed era da più di un mese che non facevo una notte senza brutti sogni, brutti risvegli e lunghe ore a guardare il soffitto. Purtroppo, essendo qui in notturna insonne a scrivere, pare durata poco la pacchia: pochissimo, ma mi ero illuso che “La casa di Jack” mi avesse forse purgato dei miei brutti sogni, proiettandomi in quello orrendo di un altro.
Ecco come potete vedere la pellicola in questione mi ha un po’ fulminato il cervello, mi ha trapanato, nemmeno si fosse trattato di una seduta psicoterapica: meglio non dire altro…che brucia tanto, forse troppo, realizzare…ehm, ripeto: meglio sedare il masochismo: si deve pur provare a sopravvivere…
Quindi non chiedetemi se l’ultimo film di Lars Von Trier m’è piaciuto, perché semplicemente mi ha sconvolto, catturato, macinato e calpestato: per quanto mi riguarda un autentico successo. Tornerei a guardarlo per vedere l’effetto che fa…

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