Ci sono occasioni in cui si scoprono nuove possibilità proprio sotto il naso, grazie alle quali si possono aprire nuove esperienze proprio dove si era convinti di non avere più nulla da “imparare”. Quando ciò accade è giusto dare qualche bacchettata alla propria supponenza, ma poi godere della sorpresa! Mi capita così di scoprire che in quel di Febbio o per meglio dire, nella zona Rescadore della piccola frazione dell’alto Villaminozzese, passa una via marcata CAI che ho sempre percorso solo per brevi tratti nei vari trekking o semplici passeggiate che m’impegnano costantemente in quella zona : si tratta del CAI 609 che unisce Civago con Ligonchio, sfiorando gli abitati di Case Balocchi e Riparotonda, passando poi proprio per il Rescadore, per salire tramite la borgata di Moteorsaro fino al Passo Cisa e concludersi nel paese reso celebre dalla Diga e da Iva Zanicchi, non prima di aver attraversato Casalino. Un sentiero antico che in alcuni testi è indicato come la via Maremmana, o in altri come il sentiero dei pastori. Era questa infatti una delle direttrici principali della celeberrima transumanza delle greggi di pecore verso la Maremma, dall’alto Appennino Reggiano.

Il sole di fine Agosto è già alto da un pezzo e scalda ferocemente la pelle scoperta, mentre l’aria frizzante annuncia l’imminente fine dell’estate. Sono circa le 9.30 del mattino e imbocco il tratto del 609 che volge a levante, quindi in direzione Civago. Proprio fra il Camping di Febbio e il maneggio posto nella zona denominata “La Sprella”, si apre un’ampia carreggiata dal fondo sassoso, che subito dopo aver attraversato tramite un ponticello in legno il Rio della Piella, in tumultuosa discesa dall’omonima vetta (ovvero i piedi del gigante addormentato, il cui profilo domina il panorama sulla destra), s’infila in una fresca ed ombreggiata faggeta. Da qui, per circa un’oretta, si percorre questo ampio sentiero in gran parte ricavato da quello che fu il tracciato di un’antica ferrovia a scartamento ridotto, oggi rimpianta, ma in realtà utilizzata per pochi anni nel post bellico della Grande Guerra per il trasporto di legname. Questa permetteva di portare il legnatico proprio dal Rescadore, passando all’ombra del Monte Penna (di cui raccontavamo l’ascesa qui), percorrendo grossomodo il suggestivo e tortuoso tracciato dell’attuale strada che giunge Quara, passando per Novellano prima, Gova poi..

Durante questa primo tratto di sentiero, si viaggia praticamente sempre in piano, spesso accompagnati da ciò che rimane dei tipici muretti a secco coperti di muschio e del lastricato che caratterizzavano la già citata Maremmana. Si attraversano un paio di fossi che scendono a valle ad unirsi poco prima del Ponte della Gora, per formare il Torrente Secchiello, poi una meravigliosa abetina. In questo momento pare quasi di essere in Trentino, più che in appennino. Si salgono poi un paio di rampette scoscese e dal fondo sassoso che portano fino al Bivio per Quara/Monte Penna, a pochi minuti di cammino da Pian del Monte. Qui il bosco è più rado e poco dopo si arriva all’incrocio con il CAI 611, in corrispondenza del quale, proprio di fronte alla via che sale, si alza un rifugio a torretta, che immagino sia stato presidio per pastori: ora lo stato suggerisce che non sia utilizzato nel recente, nonostante una sgangherata rete metallica sia ancora presente nella stanzetta superiore. Il sole che mi aveva salutato al mattino e da cui il bosco in cui ho camminato fino a quel momento mi aveva provvidenzialmente riparato, ora è velato da alcune nuvole che non appaiono comunque minacciose. Svolta secca a destra lungo un sentiero che mantiene le sembianze di una carrozzabile, per quanto dal lastricato in pietra piuttosto sconnesso e rovinato. Si sale fin da subito in modo piuttosto aspro.

Piano, piano, ma con passo costante torno ad immergermi nel bosco di faggi. La pendenza sale ulteriormente e dopo aver passato un paio di casotti in muratura, chiusi da pesanti porte metalliche dietro cui gorgoglia l’acqua catturata per l’utilizzo civile, la carraia si restringe fino a divenire vero e proprio sentiero, che sale mozzando il fiato. Non incontro quasi nessuno, salvo qualche fungaio che cammina silenzioso e sornione poco fuori dalla via segnata ed un paio di escursionisti che come me faticano non poco a salire questo tratto davvero ostico di tragitto. Passano circa venti minuti, necessari per percorrere in modo brusco più o meno 300 metri di dislivello e all’improvviso il bosco si apre nell’incanto della conca del Vallestrina. Poco più avanti, sulla sinistra, proprio al limitare della boscaglia, si erge il “Bivacco Zambonini” o per molti semplicemente “Capanna Vallestrina”. Per gli amanti di questi luoghi una vera chicca in cui fermarsi anche a pernottare. Grazioso e minuto, è dotato di una stufa e di un paio di reti (non proprio confortevoli all’aspetto), mentre all’esterno vi è anche un braciere in pietra utile per la griglia. C’è un ragazzo che legge e appena mi vede si alza come a cedermi il passo. Lo saluto, do un’occhiata rapida, ma capisco che si stava meglio quando non c’ero io e visto che devo proseguire, non mi dilungo né in chiacchiere, tanto meno in convenevoli e dopo essermi rapidamente congedato, mi avvio spedito lasciandomi sulla destra la deviazione che riporterebbe ai piedi del Passone, quindi del CAI 615.

Di fronte a me un circolo chiuso a sinistra dallo sperone roccioso del Vallestrina, mentre di fronte la verdeggiante ascesa in cui ora l’erba alta mossa dal vento, forma onde suggestive che mi richiamano verso l’alto. Qui sgorga anche il Rio dei Balocchi che gorgoglia timido, solcando l’immensa distesa erbosa, rotta nella sua paciosa costanza, solo qua e là da grandi massi solitari. Dopo un primo tratto affiancato da mirtilli, che già iniziano a virare al rossiccio autunnale e farfalle svolazzanti, dove la pendenza è davvero morbida, si torna a salire in modo deciso, lungo un sentiero che dimostra di non essere certo fra i più battuti di questa zona. La via è segnata a malapena e spesso mi devo fermare per cercare i segni bianchi e rossi dipinti sui sassi sommersi dalla vegetazione, che indicano la direzione più consona per salire verso un enorme masso. Questo è posto frontalmente e su di esso son evidenti le indicazioni del sentiero 611. Il sentiero assomiglia moltissimo al famigerato Passone, di cui è quasi gemello. Mentre mi concedo rapide pause per riprendere un po’ del fiato che la dura salita mi toglie, colgo l’occasione per girarmi fotografare e guardare da dove sono venuto: vedo sulla mia destra il Monte Penna, ora lì sotto a frangere le nuvole bianche, che copiose affollano il cielo ventoso; più in là si apre la caliginosa Pianura, immersa in una foschia violacea. Sulla Sinistra è ben visibile il luogo della mia partenza: il condominio giallo col tetto marrone scuro e poco dietro a fare da sfondo, il costone obliquo e caratteristico del Monte Torricella, sovrastato dal Monte Prampa.

Un passo dopo l’altro arrivo finalmente alla strettoia finale che su fondo roccioso immette sul crinale che divide la Val d’Asta, dalla Val d’Ozola, ora ben visibile sulla mia destra. Immediatamente sotto i miei piedi, al termine di uno scosceso e ondulato declinare, si apre lussureggiante l’Abetina Reale. L’incrocio a “T” che immette sul CAI 607 è ben marcato dall’indicazione che attesta l’arrivo al Passo di Vallestrina (1831 m. s.l.m.). Il sentiero permette di proseguire verso levante (sinistra) in direzione Civago, passando appena sotto lo sperone del Vallestrina, che da qui crea un corpo continuo con la lama allungata e frastagliata del Monte Ravino e a ponente (destra), continuando su una cresta, di andare in direzione Passone/Monte Cusna. Per il mio rientro sono ancora indeciso sul da farsi, ma certo voglio portare a termine il motivo principale della mia missione odierna: conquistare una nuova vetta, così, anche se nessun sentiero ufficiale prevede l’arrivo sulla Vetta del Vallestrina e nessun segnale è lassù a decretare la conquista (non sarebbe male fissare con un segnale i 1904 m di questa cima…opinione mia), mi avvio verso sinistra per trovare la strada che mi permetta senza rischi o brutte sorprese di prendermi ciò che dopo tanta fatica e dopo 800 metri abbondanti di dislivello, sento che mi spetta.

A dire il vero il tutto si risolve velocemente e senza troppi problemi. Il tragitto si disegna quasi naturalmente, inizialmente lungo una vellutata pratina, dal fondo morbido e agevole, larga e dalla pendenza poco accentuata, con sulla sinistra alcuni anfratti rocciosi e più avanti il suggestivo strapiombo che forma lo sperone del monte. Proprio all’interno di una sorta di camera protetta a tutto tondo dalle rocce, a pochi metri dal sentiero, si nasconde anche una coppia di escursionisti, per godersi vento, aria e il panorama meraviglioso e intimità. Invidioso, ma nel tentativo di non disturbare le loro più che abbozzate effusioni, corro veloce tagliando a monte del costone roccioso che si apre a picco sul vallone, che poco fa ho percorso in salita fino al passo. Mirtilli, ginestre e rocce, che solo in un breve tratto mi costringono ad una mini rampicata e poco dopo sono sul punto più alto di questo lungo crinale che culmina con la sommità dell’Alpe di Vallestrina. Scatto qualche foto, mi godo per qualche minuto il panorama che ora spazia a 360 gradi, mentre là sotto continuano a godersi il mondo e la vita; io faccio di tutto per non disturbare e per girarmi dall’altra parte. Mi sento di troppo, meglio ridiscendere ed iniziare ad incamminarsi in direzione Passone e togliere anche qui il disturbo.

Sulla mia sinistra, la valle scende veloce fra calanchi e fossi, incocciando contro il Monte Cipolla, dietro cui si alza il Monte Prado, a sovrastare l’Abetina Reale e più in là nuvole compatte e scure, che però al momento non paiono intenzionate a portare reale fastidio. La temperatura è gradevole, ma poco prima di giungere al Passone, mentre mi fermo a fotografare un gruppo di asinelli e cavalli che addossati ai primi alberi coraggiosi che crescono su una collinetta, inizio a coprirmi, con una camicia a maniche lunghe. Una volta all’incrocio con il 615, che attraverso il Passone stesso mi porterebbe in circa un’ora alla base, decido di proseguire. L’idea è quella di farsi tutto il crinale, per raggiungere gli ormai non lontanissimi impianti di risalita di Febbio e risparmiare alle già affaticate ginocchia una delle discese più dure che questi percorsi offrono.

Prima dell’incrocio con il sentiero 623 che dovrò imboccare per risalire le Spiagge Belle fino alla sommità del già citato Monte La Piella, incontro una signora orientale, a fianco del laghetto che si trova sotto il Passone, in direzione Lama Lite, intenta a fotografare uno sparuto gruppo di cavalli che pascolano sereni nei grassi prati di questa zona. In un italiano stentato mi chiede se posso farle una foto coi cavalli sullo sfondo. Esaudisco il desiderio, saluto, bevo un po’ d’acqua e riparto, ben sapendo che dopo i quasi 1000 metri di dislivello già percorsi dall’inizio della mia camminata, mi attendono i circa 300 che scorrono tagliando verso sinistra il morbido, ma incessante ascendere della costa sud del crinale. Arrivo rapidamente al bivio che a sinistra porterebbe a percorrere la Costa delle Veline e inizio a salire, mentre un’enorme macchia bianca copre il verde intenso del’erba: un numerosissimo gregge di pecore è sulla sinistra del sentiero, diligentemente custodito da sospettosi cani da pastore.

Salgo rapidamente, anche se la fatica inizia ad appesantire il mio incedere: sono convinto ad accelerare il passo soprattutto alla vista delle bigie e minacciose nubi che ora mi corrono incontro veloci e ormai rendono invisibile buona parte della valle dell’Ozola. Risalgono sfilacciandosi in folate rapide le pendici del massiccio, fino a scavallare dalla parte opposta, scomparendo così alla mia vista. Dopo molto sudore e circa una ventina di minuti, lascio il fondo erboso, ora sostituito da quello sassoso che porta verso la sommità del Monte La Piella. Le nubi sono sempre più minacciose e in un battibaleno mi trovo immerso in esse. Ora il vento è pungente e le prime gocce pesanti disegnano pois scuri sulle grige rocce che mi accompagnano in costante e faticosa ascesa.

Sono ormai a pochi passi dai 2071 m. s.l.m. dei piedi del Gigante e quindi a pochi passi da quello che nel mio progetto sarebbe l’ultimo degli sforzi veri di questa escursione, quando, nemmeno il tempo di indossare la giacca impermeabile e il cielo mi si rovescia in testa di colpo. Testa bassa procedo spedito. Non pare ci sia rischio di fulmini, ma l’apprensione è elevata. Paradossalmente e fa anche un po’ ridere, sono in questo momento la cosa più alta del crinale: un bersaglio perfetto in caso di scariche elettriche. Alla pioggia grossolana e a tratti violenta, si somma il freddo e ad un certo punto sento picchiettare sul cappuccio i chicchi di grandine, fortunatamente minuti e molto radi. L’orizzonte mi è precluso dalle nubi: so che là in fondo sta la vetta del Cusna, le corro incontro, mentre ormai grondo acqua. La giacca nuova fa il suo mestiere, mentre i pantaloncini estivi s’inzuppano e si appiccicano addosso fastidiosamente. Infreddolito e sotto il diluvio arrivo finalmente al Rifugio Emila 2000: poche centinaia di metri prima, con sommo sconforto vedo fermi e in balia del vento i seggiolini della celeberrima Seggiovia biposto che corre lungo il costone che da queste parti chiamano “Carcamogena”, giù fino ai larghi prati delle Mardonde. Anche il rifugio è chiuso e giungo fino allo stretto anfratto in cui si aprirebbe la porta d’ingresso, dove trovo altri due viandanti sorpresi dal temporale e dal quale tentano di ripararsi alla belle meglio. Mi fanno posto e gentilmente mi offrono anche un sorso di grappa, che però rifiuto: la corsa appena fatta mi ha messo una gran sete e preferisco riprendermi dall’affanno con una bella sorsata dalla seconda borraccia d’acqua che ho nello zaino.

Il temporale infuria violento e non da l’impressione di voler cessare. So per esperienza che scendere lungo il tragitto della 2000 è più gradevole con ai piedi la tavola da Snowboard, che non a piedi: figuriamoci ora in condizioni di maltempo e con sulle gambe diverse ore di faticoso cammino, ma indugiare pare non essere più cosa sensata. Arrivano altri due viandanti che come i primi compagni di riparo, giungono dalla vetta del Cusna, diretti al Rifugio Battisti. Saluto e lascio posto al riparo. Una sferzata di gocce pesanti e vento possente mi investono per alcune decine di metri, poi come d’incanto tutto cessa. Mi giro e vedo che sul crinale la tempesta continua imperterrita, ma qui ormai non arriva che qualche goccia di stravento.

Per il primo tratto seguo il solco lasciato dal passaggio delle biciclette di coloro che qui vengono a praticare Down Hill. Pendenza di quelle che fanno male e che mi costringono a misurare bene i passi. Ne sbaglio uno e mi trovo col sedere nel fango. Proseguo fino a tornare lungo quello che è il tracciato della pista da sci, che finalmente in questo punto ha una pendenza decisamente più camminabile. Sono abituato a frequentare questi luoghi durante l’inverno: vedere le enormi rocce nude, che durante l’inverno sono pressoché totalmente coperte dalla neve, m’impressiona. Sono passato da qui centinaia di volte, ma ora mi sembra di essere in un luogo nuovo. Sono solo, nel silenzio e ora l’orizzonte è visibile fino al nasone del Monte di Valestra, ultimo baluardo prima della pianura, ancora coperta da pesanti nuvoloni. Esce anche un raggio di sole e si placa l’aria. Incrocio lo scheletro dell’arrivo della vecchia Seggiovia Pianelli. Sono davvero molto stanco dal’alto vedo con grande sollievo la Seggiovia Rescadore rollare i propri seggiolini arancioni. Sembra lì, ma in realtà mi costa ancora una mezzoretta di fatica raggiungerla, vista il ripido incedere della via e il fondo reso viscido dalla pioggia.

Salgo spossato, sudato e lercio sui seggiolini. Saluto l’operatore che con un cenno d’intesa pare capire il mio sollievo e una decina di minuti più tardi sono di rientro al punto di partenza della mattina. Mi è parso di partire d’estate e di essere tornato in autunno, come ho scritto qualche giorno dopo in versi dialettali che sotto riporto, ma che assieme ad altri pensieri avevo qualche settimana fa già pubblicato qui.

AIPA ‘D VALLESTRINA
Mandga curta e nôvli alžeri, bianchi in luntanansa
quand a soun partì l’era na mateina ed pina istè
‘sta cancra l’ann mè mai piasuda, sopratôt a la basa.
Se sta mej drē al bos.ch: int’un sinter cann’iva mai pistè.
Al lansoun al carsiva e sintiva impires la pansa
dop dal teimp, am soun catè n’etra volta tôt da per mè.
Prema un bivac a fēr gnir so sioca, fàrlòca speransa
po’ am tôs pr’al cul anch al ches ‘na volta cà soun arivè
Insema al nôv mount: à ghera dù mes nûd seinsa creansa
mo che invédia! I feven l’amor lè žachè in tal veint e al prē
e mè iera ed trop come de spàssed, ansi: in abundansa!
A soun scapè via, insèma al crinèl e iera seimper piò da mè.
Al magoun l’era drē a saltern in aria, fôra dl’a pansa
mo al nôvli i men gnù ad aider e i man anticipè
Acqua e nèbia a dùmela meter e al dispiaser c’al se scansa
l’è mej côrer luntan dal sajetì: cal veri, mia colì deintr’a mè.
Sôt a n’ös tôt moj, a guardeva là in fonda à la basa
i gran ed giâs pìcievèn in tēra catìv, a dir cl’era fnida l’istè
Mo sta volta n’è mia colpa sua, che in bouna sustansa
fra ‘na stmana l’è Setember e a sarò seimper piò da mè.
Anche Sasol adèsa l’as bagna, col sél che fort se squasa
sighen i üliv dal mè cürtil e peins mej lor che mè
che l’è ora ed capir che ormai chè propria ann’avansa.
Durmir ‘s nin pèrla: al fres.ch e la nôt a mi göst da mè!
ALPE DI VALLESTRINA
Maniche corte e nuvole leggere, bianche in lontananza
quando son partito era una mattina di piena estate
quest’accidente non mi è mai piaciuta, soprattutto in pianura
si sta meglio nel bosco: su un sentiero che non avevo mai percorso
Il fiatone cresceva e sentivo che si riempiva la pancia
dopo del tempo, mi sono trovato nuovamente tutto solo
Prima un bivacco a far salire sciocca e fasulla speranza
poi mi prende per il culo anche il caso non appena arrivato
sul monte nuovo: c’erano due mezzi nudi senza creanza
Che invidia! Facevano l’amore, lì sdraiati nel vento e nel prato
ed io come spesso ero di troppo, anzi: in abbondanza!
Sono scappato via, sul crinale ed ero sempre più solo.
Il groppo in gola stava per saltare in aria, fuori dalla pancia
ma le nuvole mi sono accorse in aiuto e mi hanno anticipato
Acqua a nebbia a duemila metri e il dipiacere che si scansa
è meglio correre lontano dalle saette: quelle vere, non quelle dentro me.
Sotto una porta tutto bagnato guardavo là in fondo verso la pianura
i grani di ghiaccio sbattevano a terra cattivi, a dire che era finita l’estate.
Ma questa volta non è colpa sua, che in buona sostanza
fra una settimana sarà settembre ed io sarò sempre più solo.
Anche Sassuolo adesso si bagna, col cielo che si scuote forte
piangono gli ulivi nel mio cortile e io penso meglio loro che me
che è giunto il momento di capire che ormai non ne avanza più.
Di dormire non se ne parla: il fresco e la notte me li godo da solo!


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