Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


Versi del Crinale nella lingua del Cuore

Mi è venuta così, non i pensieri, ma la voglia, quasi la necessità di cimentarmi con dei versi e il dialetto. Non un dialetto preciso e puro, perché a dispetto di chi ne parla come un presidio roccioso della purezza “etnica”, il dialetto dei “bastardi” come me è l’esempio lampante di come ognuno abbia il suo a seconda dalle varie origini dei genitori e delle proprie esperienze di vita. Il dialetto è l’esempio della vera contaminazione fra zone vicine, ma davvero molto differenti delle nostre province che si sviluppano fra l’alto appennino e la bassa del Po, passando per la via Emilia.

Il mio, ad esempio, pesca a piene mani dal Sassolese, perché a Sassuolo sono nato, vissuto e cresciuto, ma s’increspa di Reggianità, perché a Reggio ho studiato, nel reggiano ho lavorato tanto (anche nella bassa) e soprattutto perché mia madre è Reggiana. Montanara…e così ci sono tante inflessioni o temini che dalla montagna ho imparato. Tanti accenti sbagliati, immagino, ma spero si capisca: per comodità di tutti, ma soprattutto di chi vorrà leggere nonostante non conosca e/o capisca il dialetto emiliano, ho tentato anche una traduzione il più fedele possibile, perché quanto ho scritto è stato pensato in dialetto e spesso l’Italiano non ha traduzioni soddisfacenti o esattamente corrispondenti per questa lingua popolare. 

Di poesia non ne so niente, quindi prego mi si perdonino gli errori che sicuramente saranno sparsi in ciò che ho scritto durante il mio soggiorno estivo in quel di Febbio, in Val d’Asta, nell’alto Appennino Reggiano, guardano il crinale del massiccio del Cusna dalla balconata dell’appartamento in cui ho soggiornato.

Ci sono vecchi o addirittura vecchissimi pensieri che ho ritrovato e che mi andava di sistemare e di tirare fuori dal cassetto definitivamente, altre cose di adesso. Per me poco importa: son tutte cose mie e che ora provo a condividere. Tutto scritto o risistemato nell’ultima settimana. Tutto spontaneo e quasi una necessità, come dicevo sopra, che non so spiegarmi, ma che ammetto mi ha fatto bene:era ciò di cui avevo bisogno e non voglio dimenticarlo, per questo trovo lo spazio anche qui, per fissarne memoria: come sempre anche, se non sopratutto per me, anche se come mi ha scritto l’amico Lucio “Serve sempre un obiettivo, non si canta o si scrive per sé stessi…son tutte cazzate!” e un po’ di ragione mi tocca dargliela, anche se questo scrivere è servito davvero tanto a me in questo momento. Il guaio è che ora ci ho preso gusto e chissà. Ci sono altri pensieri vecchi da risistemare e altri nuovi che sgorgano direttamente in quella che in effetti per me è la lingua del cuore. 

A pochi amici ho voluto far leggere qualcosa proprio mentre scrivevo i primi versi e almeno in un paio mi hanno chiesto “ma le scrivi in italiano, poi le traduci?”: no! Io penso spesso in dialetto, prevalentemente quando sono arrabbiato, triste o in quello che i poeti veri chiamerebbero spleen: in autospiegone traduco io.

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(1)

BRÌSLI

La memoria la dveinta infingherda e busierda nebia,

un paciugh tacleint, un pultei nigher, nès di to s.ciàfoun.

Al stomegh s’impes d’àcqua c’la se smesda a grisa sabia

dvintànd smuledga, pusleinta smelta e soquant giaroun.

 

Ma an me scord c’as tacheva a sugner per du balein ross,

ch’impieven selvadegh pinser, srubaciè a la lus dal sol;

al côr al partiva a trùter c’al pariva al vresa salter i fos

e n’era mia n’insenì cater ‘na man e al fiè insema al col.

 

Adesa, d’un colp, pēr chi sien dvintedi besiosi brìsli céchi

a sgratuner i gomèt, dop magne, insema a la tvaia melnèta.

Un rimasoj da squaser fora da la fnestra, sovra al ròsi séchi;

intant al paciugh al riva a la baslèta, prount a fugherem in frèta

 

e in brìsli fini e agosì agh vag mè, carpé da sovra a sèta.

 

BRICIOLE

La memoria diviene infingarda e bugiarda nebbia,

una fanghiglia attaccaticcia, un poltiglio nero, livido dei tuoi schiaffoni.

Lo stomaco si riempie d’acqua che si mischia a grigia sabbia

divenendo molliccia, puzzolente melma e alcuni sassi.

 

Ma non mi dimentico che si iniziava a sognare per due pallini rossi,

che accendevano selvatici pensieri, srubacchiati alla luce del sole;

il cuore iniziava a trottare che sembrava volesse saltare i fossi

e non era un sogno trovare una mano e il fiato sul collo.

 

Ora, d’improvviso, sembra che siano divenuti fastidiose briciole piccole

a grattare i gomiti, dopo mangiato, sopra la tovaglia sporca.

Un rimasuglio da scuotere fuori dalla finestra, sopra le rose secche;

intanto la fanghiglia arriva al mento, pronto ad affogarmi in fretta

 

e in briciole fini e aguzze vado io, crepato da sopra a sotto.

 

(2)

IN GÎR IN MOTO

Mateina d’Agast chelda, drē a la streda buìnta e vôda c’la gniva nos.ch

pinsèr tajeint chi gireven pés e seinsa fin, damand i cilender, in tànd

drē ‘na curva am soun catē a rinsavir, cun la covà d’un camion dal ròs.ch:

la posà ransa ad eser sicur c’an me scurdèsa come l’è fat al mànd.

 

I elber fres.ch e l’aria con deinter al sintir di fior, t’er partì pr’arpunser

mo ghera prounta n’etra ingiustèsia: angh n’era mia bele asè da ingugner?

Et vriv smeter ed magner la delusioun e ster da tè, seinsa però sigher

e dop un po’ un drett, ‘na canteda ed mutor e se dio vol vuler a superer.

 

A baca averta a inguseres cun al parfom di bos.ch e seinsa muler al gas

et ghiv ciapè gôst e anch s’an ghera piò bsegn, via svelt a rudèr malinconia:

‘na scòsa dai pè, ‘na mola c’la selta: cunteint e stupid damand un ragas

la posà de drē, inansi i prél a nascander nòvli, surpresi e ancàra soquanta via.

 

Mo in do vôt scaper? Ma sta ferem! Sta boun e smétla ed rùsler in t’la fantasia!

Acsè la falèstra, come la s’era impieda, la se smorsa svelta, in manera.

I uliv e al žal di camp it disen che la festa l’è fnida e an’t n’aver mia:

mola la manèta, torna ai to pinsèr, che san sarà un car da rud sarà ‘na curera.

 

IN GIRO IN MOTO

Mattina d’Agosto calda, lungo la strada bollente e vuota che veniva con noi

pensieri taglienti che giravano pesanti e senza fine, come i cilindri, in tondo

dietro ad una curva mi sono rinsavito, con la coda d’un camion del pattume

la puzza rancida a garantire che non mi scordassi com’è fatto il mondo

 

Gli alberi freschi e l’aria profumata di fiori, eri partito per riposare

ma c’era pronta un’altra ingiustizia: non ce n’era già a sufficienza da ingoiare?

Volevi smettere di mangiare delusione e stare con te stesso, senza però piangere

e dopo un po’ un rettilineo, una cantata di motore e se dio vuole volare a superare

 

A bocca aperta a ingozzarsi con il profumo dei boschi e senza mollare il gas

ci avevi preso gusto e anche se non c’era più necessità, via svelto ad investire malinconia.

Una scossa dai piedi, una molla che salta: contento e stupido come un ragazzo

la puzza dietro e di fronte le svolte a nascondere nuvole, sorprese e ancora parecchia [strada]

 

Ma dove vuoi scappare? Ma resta fermo! Mettiti fermo e smettila di rotolare nella fantasia

così la scintilla, come si era accesa, si spegne velocemente, inevitabilmente.

Gli ulivi e il giallo dei campi ti avvisano che la festa è finita e non prendertela:

molla l’acceleratore, torna ai tuoi pensieri, che se non sarà un carro di letame, sarà una [corriera]

 

(3)

AL VEINT

A soun drē ch’a guerd da mè dal veci foto

al pasē pēr al mjor post in do stēr a sèder.

L’autuvn vest de spass d’insema la moto,

o a pē in muntagna, tinta damand un queder.

 

Anch la primavera, però la g’ha al sô perché

coi crocchi e tot c’al verd impiè, c’al pēr disegnè.

Al sol c’al brüsa e t’al pô baver al post dal tè,

abuferes damand chi l’è di dè cann’ha magnè.

 

Ma sa gh’è un lavor c’an g’ho in foto, l’è al veint:

a n’al pos sufrir, sol in ti mount al suport a steint.

Ma sol cl’a se squasa la punta d’un piop a seint

ch’anch seinsa foto c’al dè in Secià am vin in meint.

 

IL VENTO

Sto guardando da solo delle vecchie foto

il passato sembra il posto migliore dove stare seduti

L’autunno visto spesso in sella alla moto,

o a piedi in montagna, dipinta come un quadro.

 

Anche la primavera ha però il suo perché

coi crocchi e tutto quel verde acceso, che sembra disegnato.

Il sole brucia e lo puoi bere al posto del tè,

abbuffarsi come chi è da giorni che non mangia.

 

Ma se c’è una cosa che non ho in foto, è il vento

non lo reggo, solo in montagna lo sopporto a stento.

Ma solo che si scuota la punta di un pioppo io sento

che anche senza foto quel giorno in Secchia mi viene in mente.

 

(4)

FINT

Mo set ch’et gh’è propria ragioun, l’è tot fint!

Peinsa ec cul, che se invece fosa ste tôt ver:

ste mèl ed pansa, fess, c’ans capes piò gnint,

sta smania ed prer parler d’an saver do ster,

 

ste brusor fin deinter ai pulmoun che gnan

da céno, quand coi to amig a i fumè di stug,

i ôc spiritè, gnan i t’esen dè fog a ‘na man

la baca stricheda, inciuldeda in t’un ghegn balug.

 

Peinsa ec cul, se com’et dì fosa tota ‘na grosa bala

sa fos tot un lavor inventè per reder e žugher teg.

At deg un quel: et piasrev, ma te tè c’at dì ‘na bala

e g’ha d’eser acsè murir cun ‘na speda in tal fedèg.

 

FINTO

Ma sai che hai proprio ragione, è tutto finto!

pensa che culo, che se invece fosse stato tutto vero:

questo mal di pancia, fitto, che non si capisce più nulla,

questa smania di poter parlar, da non sapere dove stare,

 

questo bruciore fin dentro ai polmoni che nemmeno

da bambini, quando coi tuoi amici avete fumato erba secca

gli occhi spiritati, nemmeno ti avessero dato fuoco a una mano

la bocca digrignata, inchiodata in un ghigno strabico.

 

Pensa che culo se come dici fosse tutta una grossa bugia

se fosse tutto inventato per ridere e giocare con te.

Ti dico una cosa: ti piacerebbe, ma sei tu che racconti una bugia

e dev’essere così morire con una spada nel fegato.

 

(5)

LANSOUN

Et seint gnir sò ca’l vigliac dal lansoun

‘na bota buìnta, bsunta e pina de spin

cl’a riva à la motà e te spaca i palmoun.

An gh’è gninta da fēr, guerdet: t’è gnu cin

damand un ragasol c’al siga, testoun

ch’an vol mia creder che mai piò l’an vin,

l’è andeda via per seimper, giandoun!

Smetla subet ed fugher la testa in tal tin

che tant la sarà seimper lè in sbingajoun;

tè fat mel, t’è acsè: la’t frusterà fin a la fin.

 

FIATONE

Senti arrivare quel vigliacco del fiatone

una botta bollente, viscida e piena di spine

che arriva dal nulla e ti spacca i polmoni.

Non c’è niente da fare, guardati: sei diventato piccolo

come un bambino che piange, testone

che non vuole credere che mai più verrà,

se n’è andata per sempre, stupidone!

Smettila subito di affogare la testa nel tino

che tanto sarà sempre a penzoloni;

sei fatto male, sei così: ti consumerà fino alla fine.

 

(6)

AMSORA

As seint un sigh, l’è la roda c’la gira, pian, sfadigheda,

I desch ed quand ieren žoven i tô, sens’osta sparè a càna

‘na fila ed lus chi’s rampen dreti sò per l’antiga preda

al fred l’è ‘na gòcia cl’a pons; un majoun, l’aria sutila e sana.

A guerd in elt l’ambra scura dal Cusna e la per tireda,

sciancheda via dal mount c’la fèta ed lòna c’la brelà luntana.

Pasè soquant dè soun ancara ché, da mè, sovra la balcuneda

e per pasè piò d’un an, anch sl’è giust adesa sol ‘na stmana.

La lòna stasira l’è quesi tanda, l’eter dè n’amsora chall’ha tajeda,

sfetleda sutila, la me anma, cl’è ormai piò žlèda d’na putana.

 

FALCETTO

Si sente un cigolio, è la ruota che gira, piano, sfaticata,

i dischi di quando erano giovani i tuoi, senza logica sparati fortissimo

una fila di luci che si arrampicano su per l’antica pietra

il freddo e un ago che punge; un maglione, l’aria sottile e sana.

Guardo in alto l’ombra scura del Cusna e sembra tirata,

strappata via dal monte quella fetta di luna che brilla lontana.

Passati alcuni giorni sono ancora qui, da solo, sopra la balconata

e sembra passato un brutto anno, anche se è giusto adesso solo una settimana.

La luna questa sera è quasi rotonda, l’altro giorno un falcetto che l’ha tagliata,

affettata sottile, la mia anima, che è ormai più gelata di una puttana.

 

(7)

I TEMPUREL ED FÈBI

T’an ghē mia absogn d’un bròt inseni per fugher

et basta gnir a reint a la mè anma cl’è drē a sigher

daman un tempurel ed Fèbi, quand a pēr cascher

al sèl d’un colp e as ved slusner e subet dop truner.

 

I TEMPORALI DI FEBBIO

Non hai bisogno di un brutto sogno per affogare

ti basta venire vicino alla mia anima che sta piangendo

come un temporale di Febbio, quando sembrano cadere

il cielo all’improvviso e si vede il lampo e subito dopo tuonare.

 

(8)

ANGÔTA

La novla la cor svelta

a piciér atàc à la nuda

la viasa sovra i custòun

deinter al sèl turchein

biga!

La peinsa sol preocupeda

d’anrmagnèr da sè in drē,

damand un möl: avanti!

Testa bàsa seinsa ragiuner

sema!

Pò la fa un selt in elt,

la dveinta sutila, sfìluneda,

sbiavda, damand i vēc arcord

l’è fnì al sò al teimp: puff,

sparida!

Un prèl ded là: l’è bele gninta,

c’la pēr sùghèda dal teimp.

L’an lasa gnan un fil d’udor

sol un po’ ed fastedì àdos

nuiosa!

Fìnalmèint un suspir alžer:

pariva bela da guarder viaser

un žuglein per la fantasia,

ma adesa s’la quacia al sôl?

Résch.ìosa!

Al novli i pàsen, pēr chi coren,

svelti anch ad ander in gninta

damand mè ca cor drē a tôt

e anch sal sò a cuntenèv

stupid!

A casch in tēra e po’ smindghé

fag la fin d’na pàsà de smelta

in soquant dè la’s suga e

l’armagn sol polvra sutila da bacher

angôta…

 

NULLA

La nuvola corre svelta

a schiantarsi contro la nuda

viaggia sopra ai costoni

dentro il cielo tuchino

cieca!

Pensa solo preoccupata

di non rimanere sola indietro

Come un mulo: avanti!

Testa bassa senza ragionare

scema!

Poi fa un salto verso l’alto

diventa sottile, snervata,

impalpabile come i vecchi ricordi

è finito il suo tempo, puff

sparita!

Un giro di là ed è giù nulla

come asciugata dal tempo

non lascia nemmeno un filo d’odore

solo un po’ di fastidio addosso

noiosa!

Finalmente un sospiro leggero

sembrava bella da guardare viaggiare

un giochino per la fantasia

ma se adeso dovesse coprire il sole?

Rischiosa!

Le nuvole passano e sembra che corrano,

svelte anche ad andare in nulla

come me che corro dietro a tutto

ed anche se lo so continuo

stupido!

Cado in terra e poi dimenticato

faccio la fine di una pozzanghera di melma

che in qualche giorno si asciuga e

rimane solo polvere sottile da calpestare

nulla…

 

(9)

AIPA ‘D VALLESTRINA

Mandga curta e nôvli alžeri, bianchi in luntanansa

quand a soun partì l’era na mateina ed pina istè

‘sta cancra l’ann mè mai piasuda, sopratôt a la basa.

Se sta mej drē al bos.ch: int’un sinter cann’iva mai pistè.

 

Al lansoun al carsiva e sintiva impires la pansa

dop dal teimp, am soun catè n’etra volta tôt da per mè.

Prema un bivac a fēr gnir so sioca, fàrlòca speransa

po’ am tôs pr’al cul anch al ches ‘na volta cà soun arivè

 

Insema al nôv mount: à ghera dù mes nûd seinsa creansa

mo che invédia! I feven l’amor lè žachè in tal veint e al prē

e mè iera ed trop come de spàssed, ansi: in abundansa!

A soun scapè via, insèma al crinèl e iera seimper piò da mè.

 

Al magoun l’era drē a saltern in aria, fôra dl’a pansa

mo al nôvli i men gnù ad aider e i man anticipè

Acqua e nèbia a dùmela meter e al dispiaser c’al se scansa

l’è mej côrer luntan dal sajetì: cal veri, mia colì deintr’a mè.

 

Sôt a n’ös tôt moj, a guardeva là in fonda à la basa

i gran ed giâs pìcievèn in tēra catìv, a dir cl’era fnida l’istè

Mo sta volta n’è mia colpa sua, che in bouna sustansa

fra ‘na stmana l’è Setember e a sarò seimper piò da mè.

 

Anche Sasol adèsa l’as bagna, col sél che fort se squasa

sighen i üliv dal mè cürtil e peins mej lor che mè

che l’è ora ed capir che ormai chè propria ann’avansa.

Durmir ‘s nin pèrla: al fres.ch e la nôt a mi göst da mè!

 

ALPE DI VALLESTRINA

Maniche corte e nuvole leggere, bianche in lontananza

quando son partito era una mattina di piena estate

quest’accidente non mi è mai piaciuta, soprattutto in pianura

si sta meglio nel bosco: su un sentiero che non avevo mai percorso

 

Il fiatone cresceva e sentivo che si riempiva la pancia

dopo del tempo, mi sono trovato nuovamente tutto solo

Prima un bivacco a far salire sciocca e fasulla speranza

poi mi prende per il culo anche il caso non appena arrivato

 

sul monte nuovo: c’erano due mezzi nudi senza creanza

Che invidia! Facevano l’amore, lì sdraiati nel vento e nel prato

ed io come spesso ero di troppo, anzi: in abbondanza!

Sono scappato via, sul crinale ed ero sempre più solo.

 

Il groppo in gola stava per saltare in aria, fuori dalla pancia

ma le nuvole mi sono accorse in aiuto e mi hanno anticipato

Acqua a nebbia a duemila metri e il dipiacere che si scansa

è meglio correre lontano dalle saette: quelle vere, non quelle dentro me.

 

Sotto una porta tutto bagnato guardavo là in fondo verso la pianura

i grani di ghiaccio sbattevano a terra cattivi, a dire che era finita l’estate.

Ma questa volta non è colpa sua, che in buona sostanza

fra una settimana sarà settembre ed io sarò sempre più solo.

 

Anche Sassuolo adesso si bagna, col cielo che si scuote forte

piangono gli ulivi nel mio cortile e io penso meglio loro che me

che è giunto il momento di capire che ormai non ne avanza più.

Di dormire non se ne parla: il fresco e la notte me li godo da solo!



2 risposte a “Versi del Crinale nella lingua del Cuore”

  1. […] Salgo spossato, sudato e lercio sui seggiolini. Saluto l’operatore che con un cenno d’intesa pare capire il mio sollievo e una decina di minuti più tardi sono di rientro al punto di partenza della mattina. Mi è parso di partire d’estate e di essere tornato in autunno, come ho scritto qualche giorno dopo in versi dialettali che sotto riporto, ma che assieme ad altri pensieri avevo qualche settimana fa già pubblicato qui.  […]

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  2. […] nuovi, usciti a ruota. Ancora il dialetto di noi bastardi di cui già parlavo qualche settimana fa nel primo post con questo viaggio nel dialetto, che non mi molla e che mi piace sempre […]

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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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