Per chi mi conosce e/o segue ciò che riporto qui (purtroppo ormai sempre più di rado, lo so), a riguardo delle mie zingarate in moto o trekking, non è un mistero che queste ultime mi vedano spesso prediligere itinerari che si sviluppano lungo i crinali ed i sentieri dell’Appennino Reggiano. I motivi sono piuttosto semplici: la comodità e la rapidità per raggiungere le “basi di partenza” da Piastrella Valley; l’indiscutibile bellezza dei luoghi compresi in questo spicchio di Appennino, unita ad una varietà di percorsi, panorami e gradi di difficoltà, non riscontrabile nelle vicine alternative mete; un amore spassionato per gli itinerari al di sopra dell’altitudine a cui si attesta la linea del bosco, che per l’amor di dio, offre spunti e bellezze, ma per me montagna vuol dire aperture a perdita d’occhio, roccia e spigoli.

Delle cime del nord Appennino che raggiungono e superano i 2000 Metri, ben tre si trovano in provincia di Reggio: due ad un tiro di schioppo una dall’altra, la terza un po’ fuori linea, ma essendo probabilmente la più suggestiva, vale la pena unire alla fatica per raggiungere la vetta, anche uno sforzo in più per arrivare al luogo di partenza. In ordine di grandezza, anzi di altezza:
- Cusna 2121 m s.l.m.
- Prado 2054 m s.l.m.
- Alpe di Succiso 2017 m s.l.m.
Come tutte le primavera/estate, mi dispongo nell’ordine di idee di raggiungerle tutte e tre e completare quello che è quasi un pellegrinaggio obbligatorio per chi come me ama questi luoghi e li sente come parte integrante del proprio essere. Lo so, son cose un po’ da matti, ma che farci: c’è chi ama gli idei, a me piacciono i monti e in particolari questi. Una cosa che non mi era però mai riuscita, anzi non avevo nemmeno mai provato per tempo e a volte energie, era il “filotto” delle tre vette, in tre escursioni organizzate in tre fine settimana consecutivi e tanto meno di fare il mio personale en plein prima dello scoccare ufficiale dell’estate. Beh, in attesa della pensione, quando se le gambe mi reggeranno ancora, magari mi concederò trekking plurigiornalieri, ora preclusi dai miei impegni/responsabilità personali, questa piccola soddisfazione me la sono tolta proprio in questo primo scorcio di stagione escursionistica 2018. A questa piccola suggestione individuale, devo poi aggiungere l’emozione da papà, per la prima volta sul Cusna (aka, “Monte Sacro”, per noi adepti della Reggianità), assieme al proprio figlioletto. Come promesso ormai anni fa “quando avrai sette anni potrai venire con me lassù”. Nelle altre due occasioni ad accompagnarmi nell’impresa e quindi compiendone 2/3 essa stessa, è Sonia, spesso mia sodale in montagna.

Ma andiamo per gradi:
Sabato 2 Giugno 2018 – Passo Cisa (1549 m s.l.m.)/ Vetta Cusna (2121 m s.l.m.)
C’è un bel sole quando ci svegliamo nel nostro piccolo angolino affittato da qualche tempo al Rescadore. C’è emozione nell’aria: ci si appresta alla prima volta sulla vetta del Gigante per il mio “piccolo” Paolo. Credo di essere più emozionato io di lui a dirla tutta, anche se solo per le grandi occasioni l’ho visto alzarsi dal letto con quello sguardo e quella spinta. L’aria è fresca e aspettiamo il grande Cesare, che sta giungendo da Piastrella Valley per, scarponi ai piedi, intrupparsi e compiere con noi l’ascesa. Il Crinale sopra le nostre teste è ancora striato da numerose e imponenti lingue di neve, che brillano nel sole che piano, piano fa crescere la temperatura. Sono solo le 8,30 del mattino, ma vien già da rimanere in mezze maniche. Saliamo sulla vecchia, piccola, ma portentosa fuoristrada di Cesare e salutando mamma e sorella dal finestrino, ci lasciamo trascinare dall’ondeggiante marcia prima verso Monteorsaro e poi, lungo una ormai massacrata strada forestale, non senza difficoltà, fino ai 1549 m di Passo Cisa.

I preparativi portano via solo pochi istanti e in men che non si dica superiamo la sbarra che si trova alla sinistra di chi sale, dopo il piccolo capanno che in cui si incoccia frontalmente rispetto all’ascesa da Monteorsaro e muoviamo i primi di alcune migliaia di passi. Il bosco è pieno di nuova vita e di verdi tenui, che lasciano filtrare raggi di sole che creano arabeschi a terra, sul sentiero che ci fa lasciare alle spalle l’aguzza cima del Monte Cisa (1699 m s.l.m.), al quale abbiamo affidato la custodia del nostro mezzo. L’aria ancora frizzante è sferzata dai canti degli uccelli e le nostre allegre chiacchiere si appoggiano sul delicato tappeto sonoro del vento che smuove le frasche del lussureggiante faggeto, che ci accompagnerà fino al punto in cui il sentiero (CAI 623), uscirà allo scoperto. Poco prima facciamo le foto di rito, in una finestra che apre la visuale verso la dorsale che dovremmo percorrere per arrivare alla meta. Da questo lato il Cusna ha una conformazione a piramide e mostra ancora numerosi canaloni innevati, che lo addobbano come se fosse vestito a festa per accoglierci nella nostra avventura. La prima neve è proprio lì dietro l’ultima curva, prima che la forestale che stiamo percorrendo sfoci nell’apertura fantastica che apre lo sguardo nell’immensità verde che fra poco ci inghiottirà.

Altre foto di rito al crocevia che segna tempi e direzioni per Monte Bagioletto e Prati di Sara (alla nostra destra) e Le Prese e vetta del Cusna procedento diritto. Sul cocuzzolo, là in cima brilla la Croce metallica, di cui ad aguzzare bene la vista si può scorgere una parte della sagoma. Le fioriture della primavera ci circondano di giallo, violetto, blu elettrico e mentre attacchiamo la costa verso Le Prese, ci supera allegro un cane. Il passo è buono e nessuno si lamenta della fatica. Ai 1775 M de Le Prese, ci si immette sul CAI 625, sentiero che dovremmo seguire fino alla vetta. Piccola deviazione poco dopo, per raggiungere un bellissimo nevaio, scintillante e compatto, che ci costringe ad aggirare il percorso ideale, sul quale, dopo le consuete foto, rientriamo, salendo una ripida costa fra ginepri e la morbida erbetta.

L’ascesa è ora nel momento più faticoso e le soste per rifiatare e bere ci permettono di scattare ancora qualche foto alle nuvole dense che disegnano figure fantasiose sulle nostre teste. L’aria è fresca grazie a una brezza che rinfresca dal solo che picchia duro. Ancora un immenso canalone innevato che percorriamo in traverso, non senza qualche piccola difficoltà di equilibrio per Paolo, che mi assicuro con un cordino. I miei 90 Kg aiutano a stabilizzare e a rendere sicura la marcia per entrambi. Da qui alla vetta manca ormai poco.

Il Naso del gigante ci attira a sé carico di suggestioni. Il passo di Paolo accelera: non vede l’ora di arrivare e dopo la ripida ultima costa, ecco comparire, anzi, quasi sorgere dietro ai fili d’erba mossi dal vento, la Croce metallica del Cusna. Siamo arrivati! Per il mio bimbo è la prima volta e mi scappa quasi una lacrimuccia. Ci rifocilliamo nell’allegria, nell’emozione e nella soddisfazione, rimirando lo spettacolo che da lassù si può godere, seduti fianco a fianco addentando panini alla mortadella. Facciamo anche incetta di Farinelli o Spinaci Selvatici (Guaimal in dialetto montanaro, se la memoria non m’inganna): ci mangeremo degli ottimi tortelloni per celebrare questa prima volta!

Per oggi le avventure bastano e per la discesa ripercorriamo senza grandi problemi a ritroso la via dell’andata.
Sabato 9 Giugno 2018 – Anello: Passo del Cerreto (1261 m s.l.m.) / Sorgenti del Secchia (1565 m s.l.m.) / Passo di Pietra Tagliata (1753 m s.l.m.) / Alpe di Succiso (2017 m s.l.m.) / Sella di Casarola (1945 m s.l.m.)
C’è aria instabile in questi giorni e solo il giorno prima i temporali avevano bagnato l’Appennino. Mi sveglio di buon ora al Rescadore di Febbio e per fortuna il sole splende, asciugando l’umidità e le ossa. Devo dirigermi verso il passo del Cerreto, quindi ho almeno un’oretta di automobile, lungo la quale purtroppo mi lascio alle spalle il bel tempo, per tornare ad immergermi in minacciose nuvole che corrono incontro dal versante toscano, fino ad incocciare con l’aspre vetta dell’Alpe di Succiso. Non pare che minacci pioggia, ma la temperatura è tutt’altro che ospitale, costringendomi ad abbigliarmi in modo più autunnale che estivo. Qui trovo la mia compagna di camminata, Sonia, con la quale ci condediamo una pausa al Bar prima dipartire.
Dopo averla raggiunta diversi anni or sono, avevo lasciato in disparte questa Vetta, un po’ per il tempo necessario per raggiungere le sue pendici, ma soprattutto per il timore reverenziale che il percorso non certo privo d’insidie e parecchio faticoso, m’incuteva. Lo scorso anno decisi poi di rompere il tabù e di tornare a percorrere i sentieri che in questa instabile mattinata di tarda primavera, mi appresto a riprendere.

Fino al passo dell’Ospedalaccio ed alla ceppo/lapide napoleonico, tutto abbastanza semplice visto il dislivello pressoché nullo. Una lunga sgambata scalda gambe in cui il camminare è reso solo un po’ antipatico dal tanto fango che rende viscidi, lunghi tratti dello GEA00. Dal Passo, primo ripido strappetto: per fortuna il sole è coperto, perché qui mi è già capitato di lasciarci oltre ai polmoni anche la capoccia…fritta. Alla fine della rampetta che procedendo porterebbe al Monte Alto, solita svolta a destra dove si lascia il GEA00 a favore del CAI 671. Siamo praticamente immersi nel grigio e il panorama è stoppato dalla cappa che non molla per l’intero traverso che poi porta ad una sorgente e, dopo un’ulteriore rampa mozzafiato, fino ad un tratto in discesa, alla fine del quale si apre il meraviglioso spettacolo del Prataccio. Così è chiamato il luogo in cui gorgogliano i primi metri del Secchia, decisamente più rianimato rispetto all’ultima, risalente all’anno precedente.

Le nuvole lasciano il posto a scampoli di sole, ma sopra la testa le nuvole scorrono veloci ed avvolgono quasi per intero il suggestivo Passo di Pietratagliata, al quale arriverermo solo una mezzoretta più tardi, non senza aver sudato le classiche sette camice. Lungo la serpentina che sale lungo la ripida parete, il verde di alberi ed erba, lascia progressivamente posto al grigio della roccia, a tratti interrotto dal bianco dei residui della neve, atipicamente ancora presente e da cui scrosciano rivoli di acqua gelida e cristallina.
Al passo fa quasi freddo e come solito scelgo di oltrepassarlo in direzione vetta, approfittando del sentierino che aggira la ferrata. Appena percorso un sospiro di sollievo: è sempre un tratto che mette un briciolo di apprensione, visto che sulla destra nulla separa dal precipizio a picco sulle sottostanti sorgenti.

“Nuvole rapide” cantavano i Subsonica e la canzone mi viene in mente vedendo di fronte a me, che oggi non è proprio giornata da foto e da panorami. Il vallone a sinistra del crinale è quasi invisibile e solo a tratti si apre su un laghetto formato dallo scioglimento della neve, da quel lato ancora più presente rispetto alla costa opposta appena lasciata.

Il fascino di questo tratto di escursione è unico, anche se la vista è limitata a poche centinaia di metri. Montagna vera, montagna da rispettare e montagna da faticare. Non sono proprio in condizioni ottimali e le gambe reclamano. Ma la vetta chiama e finalmente giunge, mentre tutto intorno è vento, nuvole e freddo. Serve una giacca in più.

Le nubi lasciano a tratti qualche scorcio più ampio e addirittura a volte la vista si può allungare fino alla conclusione del crinale ad “S” che culmina dalla parte opposta col Casarola.

Altro tratto spettacolare è quello del Crinale, dove si segue il CAI 667. Una lama rocciosa in cui non mancano fiori e scorci paradisiaci, nonostante le nubi addirittura aumentino e non mollino la presa fino alla Sella del Casarola, dove ci si immette sul CAI 665 per iniziare la discesa peggiore che a memoria io abbia mai percorso. Forse complice la temperatura più fresca, la cammino in meniera meno sofferente dell’anno precedente e dopo circa un’ora ecco di nuovo il Prataccio. Per alleviare le gambe affaticate meglio continuare sul CAI 665, che appena passata la canala principale che fa partire le prime rapide del Secchia lungo la scoscesa discesa nella faggeta, segue dall’alto la stessa, attraversando il bosco in un percorso più lungo, ma decisamente meno aspro rispetto alle rampe prima percorse in salita. Una volta al passo dell’Ospedalaccio si possono allungare le gambe fino al Passo del Cerreto e a conclusione dell’escursione, fra le nuvole sempre più minacciose e il freddo sempre più pungente.

Per chi volesse rileggere il ben più dettagliato report della stessa escursione fatta l’anno scorso può trovarla cliccando qui!


Sabato 16 Giugno 2018 – Febbio-Rescadore (1153 m s.l.m.) / Piavallese 1260 m s.l.m.) / Passone (1845 m s.l.m.) / Lago Bargetana (1769 m s.l.m.) / Vetta Monte Prado (2054 m s.l.m.)
Manca solo il Prado.
Mi sveglio al Rescadore e il tempo pare perfetto. Per la prima volta decido di salire attraverso il Passone, dopo aver tante volte raggiunto la vetta della cima che segna il confine fra l’Emilia e la Toscana attraverso svariati itinerari (qui il report di una di queste ascese).
Parto lungo la strada asfaltata che si allunga fino a Pianvallese, anche se dopo poche centinaia di metri, m’infilo nel bosco, umido e a tratti fangoso per le tante precipitazioni di questo periodo. Il Fosso della Piella e gli altri rivoli che scendono scroscianti e copiosi all’ombra dei faggi, scorre vivace e rumoroso in basso a destra rispetto all’ascesa. L’umidità è alle stelle e queste prime rampette mi fanno sudare, complici forse anche le diverse birrette bevute la sera prima a Piandelagotti dall’amico Emiliano.
A Pianvallese, dopo essere tornati per un microscopico tratto sulla strada asfaltata, che lì finisce in maniera perentoria il suo corso, mi infilo nuovamente nel bosco per percorrere il lungo e morbido falsopiano di alcune centinaia di metri che porta fino ad una secca svolta a sinistra e l’inizio della prima vera sfacchianata della giornata. Qui ad aspettarmi, seduta sul ponticello di legno appena dentro il bosco, c’è Sonia, che anche oggi ha deciso di condividere con me la fatica e la montagna.
Io credo che ci siano delle salite che mi vogliono proprio male e fra queste occupa sicuramente uno dei primi posti quella per il Passone. Una salita che soffro da sempre: che io sia in forma o meno non cambia. Ci arrivo sempre coi rampini. Questo primo tratto, oltre che dalla pendenza che non molla quasi mai e dalle impennate fiacca gambe, è oggi reso ancora più insidioso dal fondo viscido e sgangherato da lavori di ripristino della larga carreggiata sassosa, in corso anche in quel momento e traditi dal borbottio costante di un trattore, che fra non molto sarà pure visibile, operoso, nella boscaglia.

Dopo un’ultima e scontrosa erta scalinata fra muschiosi sassi, il sentiero tende a spianare, mentre sulla sinistra, rombano le cascatelle del Fosso delle Tie. Si passano alcuni lastroni di roccia levigati dall’acqua e poco più avanti una secca svolta sulla sinistra porta ad attraversare il fosso e poi a salire su una breve rampetta sassosa, dove è presente anche una sorgente a cui eventualmente abbeverarsi o riempire le borracce (cosa peraltro fatta al ritorno…). In questo tratto, mi fermo a mangiare un pezzo di cioccolato e vengo subito aggredito dalle zanzare che schiaccio a mezzo dozzine la volta, con rabbiose manate. L’acqua gelida del ruscello è un toccasana per lenire il fastidioso prurito delle punture e per sciacquare la fronte accaldata. Dopo tanto essere celato dalla volta boscosa, ora rispunta anche il cielo, che con mia sorpresa non è più quello soleggiato trovato al risveglio, ma bigio e mosso dal vento, là in alto. Alzando lo sguardo già si scorgono le scoscese pareti del Piella e del Monte Rotondo, che divengono uno spettacolo all’uscita definitiva dal bosco.

Siamo ora nel paradiso di questo circolo glaciale. Il verde brillante della primavera buca le retine, nonostante la poca luminosità del cielo e s’interrompe con ampi tratti del bianco della neve, da cui sgorga e cade a picco il primo tratto del Fosso appena attraversato. Questo è il punto più faticoso, ma assieme più spettacolare. Una paio di rampette dritte per dritte, sulla prata lussureggiante, chiusa a sinistra dalla spigolosa figura dell’Alpe di Vallestrina e a dritta dalla rocciosa ed imponente parete quasi verticale, che culmina proprio con il Passone. Il sentiero dopo poco inizia una vertiginosa serpentina che fa salire, non certo gratis, svelti di altitudine. Circa mezzoretta di fatica ed ecco spuntare a poca distanza la croce fatta di canne che segna il Passone. Dall’alto, volgendo lo sguardo nella direzione da cui si proviene, si possono ammirare le valle del Secchiello e del Dolo, fondersi prima una, poi l’altra, con quella del Secchia. Il Monte Penna sta al centro del panorama come una sentinella, mentre sulla sinistra fa bella mostra l’inconfondibile disegno striato del Torricella e perso nella foschia, là in fondo, il nasone del Monte di Valestra da ultimo baluardo prima dell’inizio della nebulosa Pianura Padana, in cui si perde lo sguardo. Se invece si torna a guardare dritti verso il cammino, ecco spuntare il dorso morbido del Piella, che declina là dove prende origine l’Ozola, torrente che segna un taglio secco nella fitta boscaglia che si perde a vista d’occhio, verso Ovest alle pendici del crinale del Cusna, mentre di fronte ecco il Cipolla, e dietro la meta finale, segnata oggi dai 2054 metri del Prado. Sulla sinistra il classico ventaglio formato dalla continuità ondulata fra il Vallestrina e il Monte Ravino.

La discesa verso il segnavia del Lama Lite è inizialmente gradevole, visto il declino lieve e su fondo erboso. Si passa poi un laghetto e dopo poco un calanco scosceso e sempre in movimento. Roccia sbriciolata a dare un tocco lunare a questo tratto di percorso, che in una ventina di minuti conduce a imboccare il CAI 631/633, lungo l’ampia carreggiata in lieve discesa che porta fin sotto al Lago della Bargetana, raggiungibile con un ultimo piccolo sforzo, su una rampa sassosa, da dividere con i rivoli d’acqua che scendono a valle.

Il Lago è sempre uno spettacolo. Il profilo a semicerchio del Prado si specchia verde nell’acqua limpida e increspata da una brezza sostenuta, che abbassa la temperatura ed impone di coprirsi. Piccolissima sosta e via, su lungo il CAI 361, per un altra ascesa inizialmente fra i mirtilli, poi di nuovo su fondo sassoso , stretto e impervio. Dietro una parete di roccia, si torna nel verde e su fondo erboso si raggiunge la Sella di Prado. Qui lo sguardo può ora spaziare anche sul versante toscano e sul Parco dell’Orecchiella. Siamo sul GEA00 e sulla destra si srotola parallelamente allo scorrere dell’Ozola, il crinale che porta alla vetta del Monte Castellino. Il cammino prosegue però verso sinistra e torna a salire in maniera costante e decisa. Si può scegliere una via più diretta e austera, sopra alla cresta, oppure il più morbido e riparato sentiero che sale a mezza costa e che porta deciso fino alle ultime salite più impegnative, fino alla vetta del Prado, dove ad attendere c’è la fedele lapide e il sempre più consistente ometto di rocce al centro della pratina, che sovrasta il Lago della Bargetana, ora una piccola parentesi grigio/azzurrina in basso, mentre sulla destra apre la prospettiva verso Monte Vecchio e giù fino al Passo delle Forbici.

Il tempo non è proprio clemente, il vento è freddo. C’è giusto il tempo per mangiare qualcosa, ma viene da riprendere la via. La mia terza vetta è fatta e naturalmente sono soddisfatto, ma una novolona nera che staziona sulla vetta del Cusna ci convince a non sedersi troppo sugli allori e così ripercorrere la via in senso inverso. La discesa è dura, ma una volta arrivato al Rescadore la soddisfazione non può che essere tanta, per questo mia piccolo ma significativo mese a 2000 metri!





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