Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


Solo a 2000

Ci sono timori che è difficile scrollarsi di dosso. Non importa tanto se siano giustificati o meno, ciò che conta è solo che impediscono di scavalcarli e bloccano, limitando e togliendo qualcosa alla vita.

I limiti a volte aiutano a sopravvivere, ma derubano sempre frammenti di vita.

Sconfiggere i limiti, a volte aiuta ad assaporare meglio la vita, con più serenità e meno timori. Che se vogliamo in realtà tradurre in linguaggio moderno da strada, aiuta ad adagiarsi su quelle che ci siamo abituati a chiamare “seghe mentali”.

Bonatti diceva: Le grandi montagne hanno il valore degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi.. Ecco, ognuno ha poi la prospettiva dimensionale che gli si addice e, ovviamente, il mio “grande” non sarebbe rientrato nemmeno nelle note di una persona e sopratutto un alpinista immenso come Bonatti. I limiti hanno valori differenti, proprio stando alla differenza di grandezza delle persone che li hanno di fronte. Il mio valore non arriverà mai a quello di Bonatti, non solo come alpinista (che infatti non sono), ma di certo nemmeno come persona, per quello che posso dire. Certo posso per questo dire di avere un valore superiore a molti di coloro che incontro per strada, perché salgo comunque montagne, che così, per quanto affascinanti proprio perché rocciose e selvagge, assumono per me altra dimensione.

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(Immagine reperita online: grazie al Club Aquile Rampanti)

L’Alpe di Succiso, per me è sempre stata una meta da oltre il mio limite o giù di lì. Perché in realtà l’affrontai già alcuni anni fa, in compagnia di Cesare, che la stramaledì e disse che “mai più”. Io me lo ricordo quel giorno e da allora misi nel cassetto il mio piccolo sogno, cioè quello di completare i tre 2000 reggiani in solitaria. Cusna e Prado, li ripeto con una certa frequenza, ma da quella volta l’Alpe di Succiso mi intimoriva. Addirittura anche da organizzare in comitiva. Figuriamoci in solitaria.

La solitudine è indispensabile per l’uomo perché acutizza la sensibilità ed amplifica le emozioni.”

Sempre Bonatti. Sempre un faro di filosofia per me. Lo so, per certi versi terra, terra…anzi roccia, roccia e forse per questo più alla mia portata, più comprensibile e vi avviso, in questo mio racconto mi appoggerò ancora a lui, perché a queste frasi che ho letto, nel tempo, mi sono appoggiato durante questa mia piccola avventura, che cercherò di descrivere con parole e le immagini che ho fermato fotograficamente.

Non sono nemmeno le 5. Fa buio sull’afa di Piastrella Valley. Ho rimuginato fino al momento di addormentarmi. Credo di aver macinato dubbi anche nel sonno e nei sogni.

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“Sono circa le 6,30 e una pala eolica ruota ritmicamente con un suono sordo sopra la mia testa e quella delle zanzare assatanate, che appena scendo dall’auto mi abbrediscono…”

La calura appicicaticcia fa venire voglia di scappare in fretta e facendo piano per non interrompere i sogni dei bimbi, mi appresto a buttarmi nel mio. Mi faccio fare compagnia dalle voci della radio, percorrendo la strada semi deserta, ora illuminata da una timida alba lattiginosa. L’umidità rende opachi gli orizzonti e inizia a mollarci solo dopo Castelnuovo Monti. Sono circa le 6,30 e una pala eolica ruota ritmicamente con un suono sordo sopra la mia testa e quella delle zanzare assatanate, che appena scendo dall’auto mi aggrediscono “ci sono solo io, con chi dovrebbero prendersela?” penso. Allaccio gli scarponi stretti, lego la picozza (che non si sa mai), apro i bastoncini e mi dirigo verso il bar del Passo del Cerreto, dove trovo solo un paio di avventori e l’attempato barista. Siamo arrivati tutti prima dei giornali e del fornaio: mangerò al ritorno. Mi accontento di una fetta di torta, compro un po’ di cioccolata, dichiaro il mio tragitto al barista, che me lo domanda, e giro dietro lo stabile dove parte il sentiero CAI 671, che per il primo tratto di percorso corrisponde con il tracciato del GEA 00.

 

Il sentiero praticamente pianeggiante, inumidito dalla rugiada mattutina, scorre veloce. “Vai piano!” mi ripeto, “che poi ci rimani in mezzo!”.

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“…Qui ad accogliermi nuvole basse, se preferite, nebbia. Nebbia calda da cui esce il suono di campanacci e il belare di un gregge ancora semi addormentato nel suo recinto…”

La “guazza” passa i calzettoni alzati fino alle ginocchia e arriva fino alle gambe, che rollano allegre nel lungo tratto che dopo circa 40 minuti sfocia in un vasto prato. Qui ad accogliermi nuvole basse, se preferite, nebbia. Calda nebbia da cui esce il suono di campanacci e il belare di un gregge ancora semi addormentato nel suo recinto. I cani da pastore mi accolgono abbaiando “stai alla larga straniero!“. Lascio belati e latrati alle spalle, girando verso destra, dove una tozza stele Napoleonica ricorda che lì iniziava la Repubblica Cispadana, mentre un targa avvisa che si è al Passo dell’Ospedalaccio, quindi a 1271 m.s.l.m.: solo 10 in più rispetto a quelli del luogo di partenza.

 

La secca virata a sinistra, corrisponde con l’inizio della prima rampa degna di nota. Si esce dalla boscaglia e si costeggia un canalone brullo. La nebbia copre l’orizzonte e solo a tratti mostra il verde/grigio della via che, proseguendo sul GEA 00, porterebbe agli speroni a 1904 M.s.l.m. del Monte Alto. Dopo questo primo ripido tratto il sentiero si divide ed esco dalla nuvola, prendendo a destra imboccando il CAI 671, in direzione delle Sorgenti del Secchia.

Mi concedo una sosta e qualche scatto fotografico, perché là sotto lo spettacolo è meraviglioso.

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“…Mi concedo una sosta e qualche scatto fotografico, perché là sotto lo spettacolo è meraviglioso. Le nuvole scivolano rapide verso valle, lasciandosi tagliare dalle lame dei monti…”

Le nuvole scivolano rapide verso valle, lasciandosi tagliare dalle lame dei monti e sullo sfondo alla mia destra galleggiano le cime più alte delle Alpi Apuane. Manca ancora un po’ alle 8 del mattino, ma il sole scalda la pelle e il sudore inizia ad imperlare la fronte. Bevo avidamente, perché so che di lì a poco una copiosa fonte mi permetterà di fare il pieno alle borracce. Quando la raggiungo cerco quei brividi di freddo che sognavo anche durante la notte appena trascorsa nel torrido incedere di un’estate particolarmente aggressiva, almeno quanto la rampa che proprio poco dopo inizia a salire senza troppi complimenti.

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“…sullo sfondo alla mia destra galleggiano le cime più alte delle Alpi Apuane…”

La breve discesa che segue porta fuori dal bosco e apre la vista sull’incanto che sempre offrono le sorgenti del Secchia.

 

Purtroppo l’acqua anche qui è scarsa e i vari rivoli che normalmente si debbono saltare per proseguire il cammino, sono pressoché asciutti. Salendo verso sinistra, sbatto il muso sulla parete che mi attende. Appoggio una mano su un masso “conosciuto”, come fosse la spalla di un amico, con cui posso condividere bei ricordi di passaggi passati e saluto con un cenno dell’altra mano una coppia che esce sonnacchiosa da una tenda, piantata proprio sotto il ghiaione che chiude alla mia sinistra il circolo glaciale. Non so se le braccia si alzano per rispondermi o per stiracchiarsi nella frescura del mattino a 1565 m.s.l.m. .

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“…La breve discesa che segue porta fuori dal bosco e apre la vista sull’incanto che sempre offrono le sorgenti del Secchia…”

Lo scrosciare delle prime acque del neonato Secchia mi accompagna per qualche minuto e il bosco torna a chiudersi sopra la mia testa, proteggendomi dai raggi del sole che ormai arrivano decisi a fendere l’aria fresca della mattinata.

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“… Prima d’intrufolarmi nella profonda spaccatura della roccia mi giro a guardare verso il basso, dove il verde dell’erbosa distesa in cui posso vedere il mio “amico” masso, viene sferzata dall’argentea e sottile linea del Secchia che tumultuoso scende verso il bosco sottostante…”

Una leggera brezza mi accoglie all’inizio della serpentina stretta, ripida e brulla che seguendo il CAI 671 mi porterà non senza fatica all’arcigno, austero, crudo e, come testimonia la targa dedicata a Moira, crudele Passo di Pietratagliata. Prima d’intrufolarmi nella profonda spaccatura della roccia mi giro a guardare verso il basso, dove il verde dell’erbosa distesa in cui posso vedere il mio “amico” masso, viene sferzata dall’argentea e sottile linea del Secchia che tumultuoso scende verso il bosco sottostante.

 

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“…il CAI 671 mi porterà non senza fatica all’arcigno, austero, crudo e (…) crudele Passo di Pietratagliata…”

Siamo al punto più duro, al momento che rende la sfida vicina al mio limite massimo. Siamo al momento che nei miei sogni preoccupava e tante volte mi aveva fatto desistere dall’affrontare l’impresa. La scelta è semplice: o una breve ferrata per scavalcare una parete a picco di almeno 3 metri, o un sentiero stretto, a ridosso della parete rocciosa, su cui è stato assicurato un cavo di acciaio utile appiglio, che termina sul precipizio. Lego i bastoncini, m’inerpico sulle prime rocce dai facili appoggi e arrivo a questo bivio.

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“…la targa dedicata a Moira…”

Provo ad alzare un piede appoggiando lo scarpone sulla staffa metallica che esce dalla roccia, sento un crack: i pantaloni si rompono e con essi gli indugi. Non sono scaramantico, ma il segnale è chiaro: questa ferrata non s’ha da fare.

 

Passo senza tentennamenti le poche decine di metri del sentiero che aggira a destra l’ostacolo di roccia. Mi chiedo perché avessi così timore di questo tratto e del perché me lo ricordassi così pericoloso. “L’idealizzazione fa brutti scherzi“. Sorrido mentre esco sulla pietraia seguente e capisco che mi sbaglio ad idealizzare persone, luoghi e momenti molto spesso. Ultimamente un po’ più spesso del dovuto. Sono però felice, perché ora so che è “solo” una questione di gambe.

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“…Siamo al punto più duro, al momento che rende la sfida vicina al mio limite massimo. Siamo al momento che nei miei sogni preoccupava e tante volte mi aveva fatto desistere dall’affrontare l’impresa…”

Il sentiero è impervio e le roccette si susseguono senza creare però particolari problemi nella risalita. Mi faccio aiutare dalla picozza che come appoggio corto è perfetto in queste condizioni. Sono solo e come da aforisma sopra riportato di Bonatti, tutto dentro me si amplifica. L’unica cosa che pare scomparire è la fatica, sopraffatta dall’emozione della solitudine in un luogo così impervio, difficile da raggiungere e meravigliosamente selvaggio. Una delle domande ricorrenti che mi viene posta, mentre impezzo qualche sprovveduto che mi chiede delle mie camminate, è “Ma non hai paura ad essere solo in quei posti?”. La domanda, ora, mi gira in loop nella mente e sorrido. Sorrido perché capisco, che certe cose non si possono spiegare.

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“…Il sentiero è impervio e le roccette si susseguono senza creare però particolari problemi nella risalita. Mi faccio aiutare dalla picozza che come appoggio corto è perfetto in queste condizioni. Sono solo e come da aforisma sopra riportato di Bonatti, tutto dentro me si amplifica…”

Paura? No, non ho paura! Sono semplicemente nel momento di me più lontano possibile dalla paura ed anche se dal Passo di Pietratagliata (1753 m.s.l.m.) e la vetta dell’Alpe (2017 m.s.l.m.) il dislivello richiede ancora energia, mi pare di volare. Scorro le ripide ascese che declinano precipitosamente verso il basso sia a destra, che a sinistra dello stretto crinale su cui cerca spazio il sentiero, perdendo lo sguardo verso il panorama che mi fa stare ancora sopra le nuvole a prendermi in testa il sole che

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“… “Ma non hai paura ad essere solo in quei posti?”. (…) Paura? No, non ho paura! Sono semplicemente nel momento di me più lontano possibile dalla paura…”

ora scende quasi a picco sulla testa. Uso una bandana come cappello (che ho scordato a casa) e la inumidisco con un po’ d’acqua, prima di dissetarmi e mangiare un po’ di cioccolata. Calpesto tutte le rocce che è necessario calpestare e vedo luccicare al sole la sferica gabbietta metallica in cui è racchiusa la statuina della madonnina: fra me e la vetta, solo l’ultima erta, fra le pietre antiche e spigolose, dalle quali esce coraggiosamente e testardamente una scarna vegetazione, che si abbellisce con fiori i cui morbidi petali cercano di compensare la durezza dei 2000 metri…2017 poco dopo.

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“…fra me e la vetta, solo l’ultima erta…”

 

Soddisfatto allargo le braccia e butto l’occhio sul crinale opposto a quello da cui provengo. La striscia sottile su cui viaggia il sentiero fino al Casarola pare il filo di un rasoio, subito dopo l’omino di pietre che segna la via a chi nella nebbia dovesse rischiare di perdere l’orientamento. Due gambe veloci stanno arrivando e dopo circa 3 ore di pensieri solitari, scambio rapide frasi con un altro solitario della montagna. Sono arrivato per primo, ma non pare che ciò lo infastidisca, come non avrebbe infastidito me se fosse accaduto il contrario.

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“… la sferica gabbietta metallica in cui è racchiusa la statuina della madonnina…”

Se ne va veloce, agile e mi lascia di nuovo solo, proprio quando penso che certi momenti sarebbe stato bello condividerli, ma non con tutti. Anzi. Non mi vengono in mente molti nomi e allora preferisco ricordare che l’impresa del terzo 2000 in solitaria è cosa fatta e festeggio con un affaticato sorriso, mentre ingollo l’acqua ancora fresca, che diverse centinaia di metri più giù, continua a sgorgare. Tutto laggiù continua ad andare come se nulla fosse. Anche se sono quassù non cambia niente, per tutti, ma per me sì. Solo a 2000 metri.

“Chi più in alto sale, più lontano vede. Chi più lontano vede, più a lungo sogna.”

Grazie ancora Walter…bello dare un senso concreto alle tue ispirazioni filosofiche.

Rido un po’ sbruffone ed irriverente di tutte le paure che si erano messe fra me e il ritorno su quella che è di certo la vetta più severa fra quelle che i miei trekking appenninici mi hanno portato a raggiungere.

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“…l’impresa del terzo 2000 in solitaria è cosa fatta…”

Scatto foto al mare di nuvole che insistono ad ostruire lo sguardo verso quello d’acqua che poco più in là bagna Liguria e Toscana. Mi giro verso la via che dovrò fra poco percorrere. Non lascio che la malinconia mi colga e prima che io abbia il tempo di pensarlo, sto già guardando la vetta dalla parte opposta rispetto a quella che me l’aveva rivelata pochi minuti prima.

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“…Scatto foto al mare di nuvole che insistono ad ostruire lo sguardo verso quello d’acqua che poco più in là bagna Liguria e Toscana…”

Ancora roccia. Ancora vento che affievolisce la potenza del sole. Ancora erba che fruscia nel silenzio del crinale, che declina lentamente fino ai 1945 m.s.l.m. della Sella di Casarola. Mentre mi avvicino al bivio penso che potrei anche allungarmi sulla tozza vetta della cima minore di questo lungo, ondulato crinale, ma assieme all’euforia dell’impresa che scema lentamente dal suo picco di poco prima, inizia a tornare la consapevolezza della fatica. So che mi attende una discesa massacrante, lungo il vallone che attraverso il sentiero CAI 675 mi riporterà alle sorgenti del Secchia, chiudendo l’anello che nella loro magia troverà congiunzione.

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“…La striscia sottile su cui viaggia il sentiero fino al Casarola pare il filo di un rasoio…”

Proprio in corrispondenza del segnavia che marca l’incrocio intravedo fra l’erba un altro trekker solitario; sdraiato si gode il venticello, la pace e il panorama che si perde lungo la valle del Secchia. Non voglio essere invadente, ma nemmeno maleducato: raccolgo in risposta al mio, un rapidissimo cenno di saluto, che mi giunge da dietro la schiena, quando sto già muovendo i primi passi nel lungo traverso che inaugura la discesa.

Alla mia sinistra il vallone erboso corre a rotta di collo verso il basso e poco dopo il sentiero lo imita.

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“…Alla mia sinistra il vallone erboso corre a rotta di collo verso il basso…”

Solo poche rocce a dare qualche punto di riferimento nel verde ondeggiare dell’erba, sovrastati dagli imponenti torrioni del crinale che piano, piano si allontanano, dimostrandosi in tutta la propria rigorosa imponenza. Mi fermo spesso. La discesa è davvero un piccolo, costante massacro. La parte più dura della prova, lo dovrò ammettere alla fine. Un’ora nel nulla di cui però vedi la fine…ed è lontana: la situazione peggiore ed ora il sole spacca le pietre, giusto per completare l’opera. No, nessuna paura nemmeno ora, ma un desiderio irrefrenabile che le fitte alle dita dei piedi e alla muscolatura possano cessare.

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“…sovrastati dagli imponenti torrioni del crinale…”

So che perché ciò avvenga devo arrivare in fondo: non c’è altra soluzione e a quella mi attrezzo. La vedo bene, la strisciolina scura tagliare senza troppi ghiri-gori la prateria, fino ad immergersi nel boschetto che chiude il vallone. Quando arrivo in fondo, alla grande pietra che mi serve da appoggio, la prima cosa che faccio istintivamente è voltarmi verso il vallone, fissarlo con una sorta di risentimento e imprecare contro di lui, che rimbalza le parole ed allora non posso che prendermela con me stesso, perché già sapevo cosa voleva dire percorrerlo. Però se anche ciò non mi ha impedito di infliggermi quella piccola agonia, un motivo ci sarà, anzi: c’è. Perché bastano ancora pochi passi ed ora la soddisfazione supera il dispetto che la sfida inevitabilmente fa insorgere contro

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“…Solo poche rocce a dare qualche punto di riferimento nel verde ondeggiare dell’erba…”

l’avversario. Nel godermi una pausa alla prima ombra dopo ore di esposizione totale, da cui continua a difendermi solo la fedele bandana, allungo la mano, quasi a stringerne una immaginaria e lasciandomi sfuggire un  “ti ho fregato anche questa volta, stronzo...”, ma il tono è quello bonario, con cui si rende onore agli avversari, con cui non si può non essere ormai amici. So anche che fra poco molta acqua fresca sarà a mia disposizione e non resisto all’istinto di utilizzare quella che mi rimane senza troppa parsimonia. Bevo sorsi profondi e mi bagno la testa bollente di sole e pensieri, calcoli e imprecazioni. Dopo pochissimi minuti riparto.

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“…dimostrandosi in tutta la propria rigorosa imponenza…”

Il bosco declina rapidamente con il sentiero che viene scalinato dalle pietre e dalle radici dei faggi rigogliosi, che ringrazio per l’ombra che mi regalano. Un ultimo balzo e un lungo rettilineo semipiano riportano dentro alla conca da cui sgorga il nostro fiume. Inizio a sentire molte voci. Bimbi che giocano, ragazzini che incantati dallo spettacolo chiamano i genitori, come se si dovesse essere riportati all’attenzione per accorgersi dello spettacolo in cui si è immersi, anche se irrigiditi dall’età adulta. Ricordo di avere i pantaloni rotti e di non essere proprio del tutto presentabile in società, quindi butto un occhio ad angoli famigliari e densi di vita passata, ma passo oltre rapidamente, salutando e cercando di stringere le gambe.

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“…”ti ho fregato anche questa volta, stronzo...”…”

Riprendo a ritroso il percorso che solo poche ore prima percorrevo carico di dubbi sulla riuscita della mia impresa. Rivedo alberi, rocce e frasche dalle quali slego i pensieri che avevo lasciato ad asciugare al sole, che arriva attenuato dalla vegetazione, mentre la rampa che riporta alla sorgente torna ad arricchire la mente di imprecazioni. Per fortuna, il sentiero mi riporta sulla terra e ai problemi ai polpacci. Molto meglio così!

Incontro un piccolo gruppo di escursionisti attempati e decisamente sovrappeso, che gentilmente mi lasciano il passo, trovando così una buona scusa per prendersi una sosta. Ansimando pesantemente, mi salutano e mi buttano lì una battuta; io sono talmente assorto nei miei pensieri ed in un momento di piccolo scoramento, che mi limito a sorridere come cenno di saluto. Poco dopo mi pento di non aver aperto bocca, ma ormai è troppo tardi per rimediare. Qualche volta succede, in questo caso, per fortuna il danno non è così grave.

Come un marchio di fuoco sento che qualcosa di grave si sta imprimendo nel mio animo.”

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“…GEA 00…”

La testa è avvolta dal freddo dell’acqua che sgorga fra le rocce attraverso il tubo che convoglia la sorgente, la nebbia si è alzata parecchio di quota ed ora regala un imprevisto tocco di spettralità al cammino. Una signora mi chiede quanto manca, io dico circa 15 minuti, lei ribatte “e per me che vado piano“, secco e forse un po’ indelicato ribadisco “allora mezz’ora“. Spero che il mio ghigno che voleva essere sorriso sia stato ben interpretato, perché le ore di solitudine, la stanchezza e l’essere assorbito nei miei pensieri, mi hanno reso decisamente poco galante. Per non sbagliare, nella rampa che riporta a Passo dell’Ospedalaccio, ricongiungendo il CAI 671 al GEA 00, sotto la linea che porta a quel monte Alto che non molto prima io potevo ammirare con soddisfazione da più in alto, saluto con un cenno della mano l’ennesima comitiva che sale. Una bimba fa la tigna, mentre un’altra dorme nello zaino del papà, che schiuma fatica, rabbia contro la figlioletta piantata e promette che manca poco. La tentazione di dire che son tutte balle, la ingoio, capendo che farei lo stesso.

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“…torno a distrarmi coi ricordi delle passate camminate, delle soste vicino alla stele dell’Ospedalaccio…”

Mi scordo di loro velocemente, torno a distrarmi coi ricordi delle passate camminate, delle soste vicino alla stele dell’Ospedalaccio, dei cani la mattina che ora, come il gregge, non ci sono più. Cerco distrazioni per non sentire che le gambe non ne hanno proprio più da un po’ e che anche la testa inizia a raschiare il fondo del barile. Cerco di godermi l’allungo nel saliscendi che riporta al Passo del Cerreto, che finalmente appare, anticipato dal primo rombare di moto. La nebbia limita la visibilità e rende l’aria più pesante da respirare.

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“…Cerco di godermi l’allungo nel saliscendi che riporta al Passo del Cerreto…”

Sfuggo il brusio e il via vai del piazzale, qualcuno strabuzza gli occhi guardando i miei pantaloni, arrivo alla macchina, la pala eolica volteggia ora invisibile, tradita solo dal rumore.

La gambe sono sfinite, ma ciò che conta è che la sfida sia vinta. Mi cambio e metto in moto la Panda: sono pronto a tornare a Piastrella Valley per elaborarne una nuova, che per chiudere sempre con le parole dell’immenso Bonatti: La montagna più alta rimane sempre dentro di noi.”

 

 

 



2 risposte a “Solo a 2000”

  1. […] per poter già vantare il giro dei tre duemila Reggiani, con il ritorno all’Alpe di Succiso (qui raccontato), che dopo anni raggiungevo addirittura in solitaria e le classicissime per toccare le vette di […]

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  2. […] Per chi volesse rileggere il ben più dettagliato report della stessa escursione fatta l’anno scorso può trovarla cliccando qui! […]

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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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