Come si fa a parlare di un Noir senza rischiare d’incappare in un drammatico e imbarazzantissimo spoiler? Questo è quanto mi sono chiesto incessantemente un annetto fa quando ebbi il privilegio di condurre la presentazione de “L’odore del Sangue” di Fabio Manelli (di cui potete leggere qui), che fra l’altro fu per me la prima esperienza come moderatore per un evento del genere. Beh, alla mia seconda volta, le cose non sono cambiate moltissimo e la domanda ricorrente mi ha tormentato a lungo.
Per fortuna quel simpaticone dell’autore mi ha fatto praticamente un’imboscata, chiedendomi di bissare l’esperienza, solo una decina di giorni prima rispetto alla data fissata per l’evento. Dico per fortuna perché così ho dovuto correre nella lettura, ma ancor di più nella preparazione della cosa, quindi tempo per rimuginare con paturnie e elucubrazioni varie, non ce n’è praticamente stato.
Altra fortuna che ho avuto era legata alla location, che rimaneva la solita: l’accogliente e ormai familiare Emily Bookshop. Un piccolo incanto, gestito dalla sorridente e dolce Elisa. Rassicurante ritorno in una libreria dove appoggiare anche le membra oltre che la mente e l’anima, per sorbire una bevanda calda o un caffè, e quindi sentirsi davvero a casa, mentre si sfogliano libri e si dialoga con la padrona di casa.
La fortuna più grossa è stata però dover lavorare su “L’Odio”, che aiuta e non poco nell’arduo compito dettato dai tempi stretti da ritagliare in una quotidianità già intensa. Le pagine infatti scorrono rapide e sopo un inizio che può assomigliare a ciò che avevo conosciuto con il predecessore, quindi un po’ lento, partono a raffica, concatenandosi rapidamente le storie che piano, piano si avvicinano fino ad intrecciarsi, fino ad un incastro perfetto, che arriva naturalmente nel finale.
Alla cinematografica attitudine de “L’odore del Sangue” e ai suoi intarsi barocchi, si contrappone una storia con pochi elementi. Che non vuole assolutamente dire povero, perché sarebbe la lettura sbagliata. Ingredienti poco misurati per un piatto meno opulento, ma dal sapore deciso, netto, esplicito. Tagliente.
Personaggi che richiamano la purezza dell’autore (se lo conoscete o lo conoscerete, mi darete certo ragione), che si fanno portavoce di autentici “fuori onda” per conto dell’autore, slegati dal contesto, ma importanti per dare umanità alle pagine e per entrare in sintonia con chi scrive, quindi con ciò che scrive.
L’odio non è l’unico sentimento che passa nelle pagine che vengono raccolte sotto il suo nome. Rassegnazione ed ansia sono forse il preludio ideale per portare i personaggi ad annegare nell’odio. Non quello cruento e a tratti splatter che arrotondava gli spigoli del dolore interiore nei precedenti scritti di Fabio, che qui sintetizza dolore asciutto e cerebrale.
Dopo il fiume in piena dell’esordio, carico di entusiasmo e di sana, giustificata e soprattutto viva smania di farsi notare, penso che si possa leggere questo nuovo romanzo più minimale, ma anche più ficcante ed intenso, come un passo avanti nella maturità artistica di Fabio Manelli, che attenua i colori troppo sgargianti, ma allarga gli orizzonti della pelle d’oca.
Semplice, ma estremamente coraggioso, anche per la virata che non è di stile nella scrittura e nemmeno d’impostazione generale, ma di sviluppo, “L’Odio” convince anche me, che. mi pare obbligatorio ribadirlo, certo non sono un innamorato del genere.
Ce ne fosse!

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