Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


La San per noi dei Fratini

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Qualche giorno fa, mentre sistemavo un cacciavite nell’armadietto nell’angolo in fondo al garage, mi è caduto l’occhio su un vasetto di Nutella impolverato. Forma inconfondibile, nonostante fosse completamente privo di etichette. Era lì su una mensola tempestata di inutili orpelli, di quelli che non si sa come mai non ti va di buttare via, ma che non servono a nient’altro che prendere polvere e sollevare l’istinto feticista, ma ogni tanto anche un’ondata di nostalgia canaglia.

Lo afferro riempiendomi i polpastrelli di una scura pellicola a base PM10 vecchie almeno un decennio e scruto l’interno trasformato in porta oggetti, riconoscendo inconsciamente il contenuto, ancor prima di realizzare lo stupore.

Medaglie. Tutte o comunque parecchie fra quelle che in famiglia abbiamo collezionato nella nostra vita sportiva. Con vanto, constato ogni volta che il mio mucchietto è decisamente e per distacco quello più numeroso. Quella d’oro della gara di resistenza dei giochi del Plesso in Quarta Elementare, la rigiro ogni volta che mi capita fra le mani con grande e malcelato orgoglio e se qualcuno è per sua sfortuna nei pressi, deve sorbirsi la storia di come andò quel sabato mattina di maggio 1984. L’ho vinta a sorpresa per tutti, soprattutto per me. Ricordo che la Maestra mi chiese di partecipare per fare numero, visto che erano veramente pochi coloro che desideravano schiantare i polmoni correndo intorno al campo sportivo dell’allora pista munito Stadio Ricci di Sassuolo. Poi ho un altro ricordo di quella gara che mi fa venire i lacrimoni anche adesso che scrivo, ma se lo volete condividere, mi sa che vi tocca ascoltarmi con la voce rotta, di persona, perché sennò diventa troppo lunga. Magari ci scrivo un post, ma non lo so se sono capace…

Capita uguale anche questa volta. Mio figlio me la prende di mano per ammirarla ed io mi raccomando, che ci tengo. Lui guarda i miei occhi commossi e secondo me capisce davvero l’importanza che ha per me, così, intimorito la rimette nel vasetto che fu pieno di nutella, ora di metalli decorati e dice che è meglio se ne prende un’altra, una di quelle del calcio. Incunea la sua manina dove io probabilmente avevo infilato la mia per degustare la prelibata crema di nocciole piemontese in una merenda di chissà quanti lustri orsono ed estrae una medaglietta colorata di verde intenso e lucido,  nel mezzo lo scudetto rosso brillante, tagliato in due da una striscia verde. Nei due riquadri prendono posto alcune decorazioni che per noi dei Fratini è impossibile non riconoscere al volo, sopratutto quella raffigurante il profilo del Ricreatorio che è proprio dietro qualche muro rispetto a quello a cui è appesa la mensola, su cui sta il vaso della nutella pieno di medaglie.

Con poco garbo ed in maniera totalmente diseducativa, istintivamente strappo dalla manina del mio pargolo la medaglietta e lancio un “oooh…pensa te!”, di stupore e inizio subito a perdermi, fra il polverone, i calci, il sudore, le campane, le grida festose, gli spogliatoi umidi e puzzolenti dopo il tunnel a fianco del bar, il gol al Cibeno, il lutto al braccio, che “chi è morto?” ed io mentre l’arbitro fischia l’inizio della partita e scatto avanti per raccogliere il primo lancio vicino al muro di cinta “mio padre” e un sacco di altre cose che sono la mia infanzia e la mia prima giovinezza.

La manina ha pescato nel mucchio la medaglietta della Società Sportiva San Francesco. Rosso-verde. I nostri colori, quelli con cui ci scannavamo nei derby contro il bianco rosso del Braida e l’arancio-nero della San Giorgio. Mi viene in mente che me la diede nella sede sotterranea, il mitico e marzialissimo Marzari. Era un caldo pomeriggio e ci eravamo trovati in un po’ nella frescura di quello scantinato pieno di gagliardetti, coppe, foto (mi perdevo ore, sognando nel guardare quella scattata ad una formazione giovanile sul prato di San Siro, già allora tanti anni prima…). Eravamo lì per guardare la finale degli Europei dell’88: quelli che l’Olanda vinse 2-0 contro la Russia. Quella del Gol impossibile di Marco Van Basten con in porta un certo Dasayev. C’erano anche il Jack, il maestro Poppi e il Nano Casarotti se non ricordo male.

Nella foto di San Siro, c’era anche Padre Sebastiano. A dire la verità lui c’era in tantissime delle foto appese ai muri intonacati di bianco e ieri sera, in Consiglio Comunale, abbiamo votato all’unanimità la cittadinanza onoraria di Padre Sebastiano, frate a lungo di stanza in quel della San e probabilmente per un po’ il più celebre d’Italia, grazie alla sua partecipazione a tele Mike. Vinse un sacco, mi par di ricordare, ma soprattutto quell’esperienza gli servì come trampolino per conoscere e intrufolarsi in un mondo che poi pare gli permise di fare un sacco di altre cose tipo la nazionale Frati e un ricovero per anziani sul nostro appennino. Ma io queste cose non le so bene, quindi non m’interessa molto parlarne. M’interessa di più riconoscere a questa persona, oltre all’applauso chiamato dalla Sig.ra Severi ieri sera in Consiglio Comunale, il fatto che alla San tenesse molto, causa alla quale ha dato parecchio, donando di fatto moltissimo a noi che la frequentavamo. Io avrei anche qualche aneddoto sui nostri incontri nella seconda sua avventura sassolese, che essendo mio vicino di casa (molto, molto vicino) erano frequenti, ma poi mi dicono che sono dissacrante e allora, quelli li tengo per quando mi va di fare risaltare anche più del vero, il mio rinfrancato anticlericalismo.

In queste settimane, poi, a Sassuolo si fa un gran parlare dell’inaugurazione della nuova San. Perché la San, da anni, era in stato di abbandono e quella vecchia non esiste più da un bel po’. La Società Sportiva s’è fusa più di vent’anni fa con una delle nostre vecchie rivali e le maglie Rosso-Verdi hanno dovuto cedere un po’ di posto al blu dell’Ancora. Il campo ha funzionato ancora a lungo e ci giocavamo anche con il Bar Luana F.C., ma poi ormai da una decina d’anni tutto era andato in malora, regalando allo squallore un altro angolo di Sassuolo.

Il campo era circondato da un muro di cinta in mattoni faccia vista e qualche anno fa è stato abbattuto anche quello. Impossibile contare quante pallonate gli avevo tirato contro. Mi ricordo che i miei primi allenatori, Claudio e Carlo Alberto, mi mettevano a drizzare i ferri da stiro che avevo al posto dei piedi che cercavo di abbellire calzando le sfavillanti Puma di Maradona, giocando a muretto per ore ed ore contro quel vallo. Devo dire che un po’ ha funzionato. Non abbastanza per diventare uno forte, ma sufficientemente per divertirmi per tanti anni col giuoco del calcio. Forse erano state proprio le migliaia di ragazzini che come me venivano messi a fare muretto per affinare la tecnica calcistica di base ad averlo nei decenni reso pericolante, dunque a decretarne l’inevitabile abbattimento? Sarebbe bello e romantico se fosse andata veramente così, anche se temo che l’abbandono e la mancata manutenzione per troppi anni siano i veri responsabili. Verità molto più plausibile, seppur meno romantica e soprattutto disgustosa al solo pensarci. Era un pezzo di storia quel muro, un segno distintivo di quello scorcio della nostra città. Mi è un po’ dispiaciuto, lo ammetto, non trovarlo più una volta girato l’angolo della via di casa mia verso Via Agnini, nonostante la parte esterna, quella che dava sulla strada, fosse spesso presa di mira e insozzata dalle scritte dei fasci o i pacchiani manifesti del circo (un muro per i pagliacci, se si vuole sintetizzare).

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La cosa che però mi rattristava di più era che con l’abbattimento del muro si apriva l’occhio sullo sfascio. L’angusto, severo e inespugnabile campo da calcio in terra cementificata era già in abbandono da alcuni anni, come detto, ma quel muro mi proteggeva dalla squallida verità: occhio non vede, cuore non duole. Ora, passare senza il muro, impediva di illudersi: era tutto finito davvero. I ricordi di quegli interminabili pomeriggi passati a rincorrere un pallone, delle tante battaglie sportive con la maglia rosso-verde addosso, venivano insultati dallo scempio a cui si era lasciato decadere il nostro campo.

La nuova San, dunque: un giorno passo e pronto ad abbassare la testa per non soffrire troppo, come ormai facevo d’istinto da un po’ e vedo che le voci di lavori di ripristino del campo trovano finalmente fondamento in una ruspa e attrezzi vari, a due passi dalla porta da calcio dove segnai il mio primo gol in una partita ufficiale e vinsi quella gara di rigori che durò fino alle 10 di sera dopo l’allenamento che era finito alle 8. Pochi giorni dopo sento l’inconfondibile clamore che accompagna una caotica partita di pallone fra bimbi: al posto del glorioso campo della San ora c’è un campo a sette in erba sintetica, che occupa circa metà della vecchia struttura e dalla parte opposta fervono altri lavori. Mi si apre il cuore! L’erba alla San pare proprio fuori luogo (chi ci ha giocato sa di cosa parlo), il muro non c’è più, sostituito da una più agile inferriata in alluminio sovrastata da una rete per fermare i tiri fuori misura,  ma chissenefrega! Bello! Bello! Bello!

Sono talmente felice di sentire di nuovo le grida ad un gol direttamente dal mio cortile, che mi viene da non pensare per un attimo e con infinito disprezzo a chi per miopia, stupidità, avidità ha permesso che decenni di gioia finissero assieme ai rifiuti e l’erbaccia. Ma qualche domanda vorrei farla a questi signori. Perché se è vero che bisogna dire grazie a chi oggi si sta impegnando per ridare vita a questa realtà, sarebbe anche il caso di chiedere spiegazioni a chi ha preferito curare interessi, anziché una delle realtà più vive del comprensorio e per causa loro, decaduto nello scempio per anni. Quanti bimbi e ragazzi non hanno potuto godere come me, della San? Nessuno li risarcirà mai di questa mancata possibilità e dei ricordi che non hanno potuto vivere. Il ridare al quartiere questo spazio è forse un risarcimento minimo per chi arriverà a goderne. Vantarsene è fuori luogo, se prima non si è in grado di vergognarsi dell’averlo lasciato decadere.

Spero che oltre al campo, la San riviva anche nello spirito di pluralità e di socialità disinteressata e libera da qualunque laccio culturale, perché all’epoca era così. Alla San nessuno mi ha mai avvicinato chiedendo qualcosa in cambio per l’utilizzo che ne facevo in maniera compulsiva: non parlo di soldi, sia chiaro.

Che la San sia come allora, veramente di tutti, che continui a donarsi senza chiedere e sopratutto che non metta barriere, non cerchi tornaconto, rispettando anche quello che ho sempre pensato (ma direi ampiamente supportato dai fatti, dall’esperienza e dalla storia), fosse il volere dei Fratini, quelli col saio marrone che passando anche per Frate Sebastiano ci guardavano storto se ci scappava qualcosa di storto dopo aver sbagliato un gol, ma che mai ci hanno allontanato o ostruito il passaggio, perché non ci vedevano che lì sul campo. Che come allora la San voglia stare lontana dal proselitismo e dalla propaganda, continuando a rispettare quello che per tutti noi dei Fratini era la regola: a parte il sabato e la domenica, che sennò si rovinano le righe di gesso con cui il campo era stato segnato per le partite ufficiali, la San era sempre aperta a tutti e nessuno ti chiedeva altro che condividerla con gli altri bambini e ragazzini del quartiere in armonia e rispetto.

Purtroppo un paio di anni fa c’è chi mi ha apostrofato perché gli sembrava fuori luogo la mia presenza alla sagra: forse tale idiozia nasce dal fatto di non aver capito che alla San nessuno è mai stato fuori luogo. Nemmeno i tossici negli anni ’80. Figuriamoci un banale e innocuo anticlericale. La San, grazie all’intelligenza, alla genuinità, all’amore per la condivisione dei Fratini era la cosa più lontana da una parrocchia che mi viene in mente sia mai esistita a Sassuolo. C’era anche quell’aspetto ed era naturalmente fortissimo. Ma chi aveva creato quello spazio non pretendeva l’esclusività (anche se avrebbe potuto a rigor di logica). Io come altri ci chiediamo se sia questo il motivo per cui i Fratini, ad un certo punto, siano stati “estirpati” da quello che loro hanno battezzato “Ricreatorio”, parola molto diversa seppur assonante da un po’ più classico “Oratorio”.

Alla San era preferibile dare una bella cavata sulla fascia che escludere qualcuno. Che così sia di nuovo, se non vogliamo infangare la memoria di ciò che è stato, ancor peggio di quanto non sia stato fatto negli anni dell’abbandono!

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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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