La settimana scorsa, dopo un paio di edizioni saltate per cause di forza maggiore, sono riuscito a partecipare alla Sassuolissima Night, grande classica del podismo amatoriale, ma anche avvenimento che molti sassolesi amano intraprendere per camminare la città e da un paio di lustri cerco di non farmi scappare.
Quest’anno mi sono concesso un giro di passo, spingendo il triciclo con sopra la piccola Elena e tenendo per mano il piccolo Paolo, mentre la Mamma dei suddetti faceva la sportiva in tenuta ginnica e passo veloce. Il percorso rispetto agli altri anni era un po’ cambiato e invitava al passaggio lungo alcune zone della città che bazzico veramente poco e che men che meno mi trovo a percorrere a piedi nella quotidianità o anche solo nella consuetudine.
Ad un certo punto Paolo, con tono piuttosto stizzito, mi dice: “Papà, questa Sassuolissima non mi piace tanto: è tutta in mezzo alle macchine!”. In effetti una volta usciti dalla zona di partenza situata all’interno della bellissima Piazza Garibaldi e superato il suggestivo passaggio in Piazzale della Rosa/Palazzo Ducale/Fontanazzo, ci si trova in maniera pressoché costante a cercare il pertugio fra automobili parcheggiate, stando ben attenti a quelle sfreccianti. Già poco prima dell’affermazione perentoria del mio ometto, ammetto di aver amaramente constatato fra me e me la triste realtà: Sassuolo è una città in cui le automobili sono ovunque e castiga la mobilità dolce su marciapiede spesso striminziti e ciclabili dai percorsi incompleti, fra l’altro, da troppo tempo senza il minimo della necessaria manutenzione. Una città che mette al primo posto le automobili: mentalmente e dunque come inevitabile ricaduta, fisicamente.
Qualche giorno fa, invece, leggo attraverso i social, che sui giornali imperversa una di quelle polemichette a cui ormai mi sono abituato e che strumentalizzano, decontestualizzano e confondono, al solo scopo di creare zuffa pseudopolitica: certe persone devono pur far veder di essere vive e colgono la palla al balzo per farlo gonfiando a dismisura questioncine inique e smaterializzando la logica dell’utile, sacrificandola alla loro necessità di visibilità. Si parlava di tavolini nella già citata Piazza Garibaldi, anzi per noi sassolesi, Piasa Cèca. I tavolini in questione sono quelli dei bar che hanno trovato grande spazio nell’ultimo decennio, nell’unica vera area pedonale di Sassuolo: qualcuno si lamentava che erano diventati troppi, altri rispondevano che meglio i tavolini, dei drogati. Devo dire che personalmente quest’orda di fattoni sulle panchine o sotto i portici del nostro gioiello cittadino non li ricordo proprio e dire che l’ho spesso frequentata anche in orari indecenti per i benpensanti: non vorrei che, all’epoca di questi passaggi notturni avevo i capelli lunghi ed un look piuttosto grunge (in realtà da noi si direbbe molto più chiaramente: stramnè), io contribuissi senza titoli di merito a questa categoria.
Lo dico subito, sono in netto disaccordo con Matteo che si lamenta dei troppi tavolini in Piazza Piccola (anche se in realtà credo di aver letto nel suo messaggio una critica ad altro, purtroppo scritta male, se ho capito il vero senso…in ogni caso la sua posizione rimane legittima). A me le distese piacciono molto, anche se ne usufruisco pochissimo. Mi piace l’atmosfera che creano, anche se i locali da cui sono serviti, il look delle persone che li frequentano e la musica che offrono, non sono nel mio stile prediletto. A parte il fatto che per me non sono affatto troppi, non solo a sentimento, ma proprio paragonando la situazione ad altre piazze che ho visto in città limitrofe e in giro per il modesto scorcio di mondo che ho potuto visitare. Amo soprattutto l’aria vitale, festosa ed anche un po’ rumorosa del nostro bel centro storico nelle sere in cui si riempie di persone, di discorsi, di colori e, per l’appunto di vita, così come mi piace vedere nei giorni di festa famiglie sedute a fare colazione, mentre tanti bimbi scorrazzano, corrono, giocano fra la giostrina e la galleria dove sfavillano le vetrine di Gigindebbia…mi mancano un po’ le Canalette e mi fa soffrire vederle dietro, anzi, sotto le sbarre, ma non allarghiamoci troppo, altrimenti non se ne viene più a capo. A dispetto di quanto ho letto in alcuni commenti al post scatenante, non credo nemmeno che le sedute deturpino l’estetica della piazza, al contrario: la vita non può che essere il miglior arredo possibile per un luogo nato appositamente per adunare, mischiare, confrontare. Mi volete sentir dire le solite, banalissime, scontate frasi in cui si condannano i comportamenti incivili? Ovvio che schiamazzi e maleducazione sotto varie forme sono da me condannate, ma anche in questo caso non mi pare che esista un problema vero. Certo, la vita fa rumore: per le mie orecchie meno assordante del silenzio della desolazione. Qualche maleducato c’è e a volte magari mi sono comportato da tale anch’io o i miei figli, ma basta farlo notare, non tagliare il ramo per evitare che si secchi, quando è ancora bello verde.
Sul discorso più complicato “politico” sinceramente non m’interessa ora dilungarmi, anche perché ci vorrebbero dei dati precisi di cui al momento non dispongo, quindi mi limito a dire che, altra ovvietà, tutto deve essere regolamentato e sfuggire al caos, aggiungendo che chi ha benefici notevoli da questa situazione (e mi paiono evidenti!), deve sentire il dovere di offrire in cambio qualcosa alla collettività, senza la quale nemmeno i suoi affari esisterebbero.
Uscendo un secondo dal tema principale, un accenno sul wi-fi, citato sempre in quella polemica: una città moderna che vive molto la notte (a dire il vero più che nei locali, nelle fabbriche che non si fermano mai), non solo non deve spegnere un servizio, ma lo deve implementare estendendo le zone di copertura. E se qualcuno per ragioni “di sicurezza” vuole una sorta di coprifuoco, dico che la piazza non si chiude alle persone: fra l’altro certe lune la rendono davvero mozzafiato. Io in piazza voglio poterci andare a qualsiasi ora, con qualsiasi tempo e sempre restando nel rispetto dell’educazione e delle regole del civile convivere (oltre che della legge), farci quello che voglio. Se qualcuno che abita lì si sente insicuro a causa della mia presenza, mi spiace, ma non limito la mia vita e vorrei che non fosse chiesto a nessuno di farlo, secondo percezioni e/o convenzioni culturali in cui non mi riconosco e che quindi rispetto, finché non collidono con le mie.
“Se tu ci vivessi, non parleresti così”. Forse, non posso saperlo. Ma non chiederei mai alla città di zittirsi per accontentare me: mi parrebbe un tantinino egocentrico e ridicolo. Posto che se la situazione davvero m’infastidisse a tal punto dal viverla male, farei di tutto per spostarmi, per quanto immagino non per tutti sia una scelta semplice o addirittura fattibile: ma una città di 40000 abitanti non può limitare i più, per l’interesse di pochi.
Oggi, cambiando di nuovo focus, leggo di lamentele per una strada che, per motivi che conosco relativamente poco, è stata riservata per un tratto ai soli autobus e mezzi di soccorso, quindi di fatto, chiusa al traffico. Siamo appena al di fuori del centro storico, in una delle zone residenziali più tranquille della città. A parte un locale, già silenziato brutalmente, le strutture più rumorose sono rappresentate da un paio di scuole ed un asilo nido, che conosco bene, in quanto quello che accoglie mia figlia e nel recente passato ha fatto lo stesso con mio figlio maggiore. Molti si lamentano del fatto che era la via più comoda per raggiungere il centro della città in automobile. Un taglio secco verso il cuore di Sassuolo, dal lato ovest della circonvallazione. Poi si aggiungono le inevitabili polemiche legate al fatto che i residenti di quella zona avrebbero un potere enorme sull’Amministrazione e che quindi vengano trattati da privilegiati: non saprei, non credo, ma in realtà non m’interessa moltissimo questo tipo di approccio. Credo che il problema e qui provo ad unire i tre punti apparentemente slegati che vi ho appena citato, sia l’arroganza di chi pretende di andare in automobile ovunque.
Cercando a questo punto di tirare una riga, vi vorrei confessare che ho un sogno: una città che abbia il coraggio di ribaltare la mentalità e dunque le proprie priorità sulla mobilità; che si accorga finalmente che le automobili ci rubano troppo spazio e troppo ossigeno per continuargli a permettere di essere dominanti. Mi dicono “Ah, in Olanda!, Ah, in Scandinavia!”: giusto; luoghi in cui le città (non tutte, ma molte), si sviluppano intorno al concetto di mobilità dolce, limitando ed adattando la presenza del motore a scoppio agli spazi lasciati liberi dalle ciclabili e dai marciapiede, non il contrario. Posti in cui sono le “macchine” le intruse, non le persone e le biciclette. Sogno una città in cui i tavolini e la vita per le strade, la socialità siano talmente importanti da tollerare a cuor leggero e con gioia un po’ di chiasso, il colore degli artisti di strada e i bambini che giocano a palla…e magari anche quello stronzo ubriacone che sta urlando (purché lo facciano smettere presto), che non è la norma come qualcuno ci vuol far credere, ma un’eccezione assottigliabile fino a renderla caso raro, facendo semplicemente rispettare le regole base dell’educazione civile, magari riprendendo ad insegnarla e a pretendere sia rispettata fin dai piccoli: anche se sono i più belli e bravi del mondo, perché tuoi. Ho un sogno che tutte le volte che ci sono i giovedì di luglio o le fiere d’ottobre, pare fare prove di fattibilità, seppur limitandosi al centro storico. Poi, basta provare, per una volta, a pensare un po’ in grande e come collettività e magari si arriva anche alla Serie A della civiltà, che sposta i canoni e rivede gli errori del passato, per migliorare la normalità ed elevarla per il bene di tutti e dispiace (a me personalmente non dispiace affatto), se sfavorisce il privilegio o l’iteresse particolare di qualcuno. Un esempio: guardate e mettete a paragone le foto qua sotto.
Come la preferite?



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