Sono circa le 9,30 di domenica mattina, siamo in coda immersi nel profumo di pane del forno di Civago, in attesa del proprio turno per svaligiare il negozietto montano. Per ingannare l’attesa continiuamo a mettere a punto il tragitto che abbiamo scelto di far fare ai nostri scarponi, con un occhio al cielo, che per il momento ospita poche nuvole non minacciose. Siamo in tre, più quello che di lì a poco, goliardicamente, nomineremo nostro oracolo e stiamo per affrontare una lunga e a tratti faticosa camminata con un dislivello di circa 1000 metri: guai non concedersi una golosa (seconda) colazione a base di erbazzone, stria e pizza autoctoni.

Lasciamo l’abitato risalendo in automobile, per parcheggiare solo pochi Km più in là e metri più in alto, in località Case Civago da dove parte il CAI605. Il Dolo gorgoglia in basso, poi in fondo, infossato sotto gli schiocchi che presto ci troviamo a sovrastare, immersi nel bosco lungo un sentiero rettilineo e dalla pendenza poco marcata, almeno fino a dove un tempo sorgeva il villaggio di Case Dolo, assembramento oggi testimoniato da pochi ruderi e da ciò che resta di una delle innumerevoli carbonaie, che davano lavoro e quindi sostentamento alle antiche popolazioni di questi luoghi. Fa impressione pensare a come dovesse essere dura vivere in questi posti, anche se qualcuno di noi azzarda un: “sì ma sai che pace quando ti svegliavi al mattino?”. Vero, ma sai anche “che freddo e desolazione d’inverno?”.
Un paio di strappetti segafiato ci fanno salire rapidamente lungo l’ampio sentiero sassoso fino al Rifugio San Leonardo, piccolo gioiello immerso fra il bosco e il Dolo che burrascoso poco più in alto si arricchisce delle acque limpide e rapide del Rio delle Forbici.
La scarsità di acqua presente in questo periodo ci permette di guadare agevolmente il corso d’acqua ed imboccare così l’ostico CAI691. La faggeta che ci fagocita è immensa e meravigliosa. Raggi di sole filtrano dalle alte chiome degli alberi, giungendo fioca fino a noi. Umidità alle stelle e salita incalzante ci fanno sudare abbondantemente. Saliamo comunque di buon passo e dopo aver incontrato una stele commemorativa di una strage di partigiani ad opera dei nazisti, nel bel mezzo della macchia, affrontiamo l’ultima rampetta che si avvita con secchi tornantini e ci fa giungere alla prima tappa: circa un’ora tonda per arrivare al sacrario di Passo Forbici.
Mini pausa per coprirsi, perché l’aria qui si fa pungente e il cielo ora visibile ci appare coperto da una coltre di nubi. Imbocchiamo il celeberrimo GEA00, in direzione Bocca di Massa. Ancora una quindicina di minuti lungo un ripido sentiero rossiccio che si arrampica nel bosco, poi, usciamo oltre la quota massima a cui è possibile trovare gli alberi. Il terreno ora diviene quello tipico dei sentieri di crinale: l’erba consumata dai passi dei viandanti a scoprire la terra polverosa e le rocce millenarie spezzettate e smussate nel corso dei millenni. Imbocchiamo una costa affiancata costantemente da piante di mirtillo e possiamo tuffare lo sguardo in fondo alla lunga e profonda ferita che il Dolo ed i suoi brevi affluenti marcano fino all’abitato di Civago, ben visibile in basso alla nostra destra. La pendenza mediamente mite ci permette ora di godere serenamente del panorama, anche se spesso offuscato dalle nuvole che corrono rapide sfruttando le aperture delle selle, che si susseguono fra le cime smussate che ci troviamo a scorgere guardando lungo la nostra direzione di marcia. Il Cusna e il Prado, altrimenti ben visibili, possono solo intuirsi a tratti, sfruttando l’attimo in cui le folate di vento liberano un po’ l’orizzonte brumoso.

Continuiamo a salite piano, ma costantemente, fino al Passo di Bocca di Massa, che ci appare da lontano con raffiche di nuvole ad attraversarlo come bolidi lanciati a tutta velocità dalla Garfagnana verso l’Abetina Reale, punto di riferimento costante, in basso, sul nostro lato destro. Da qui ancora uno sforzo fino alle pendici dello sperone rappresentato dalla cima del Monte Vecchio, che ci risparmiamo tagliando bassi, a destra, appena giunti a quota 1922 al Passo degli Scaloni. Purtroppo anche qui, l’altrimenti delizioso panorama sul Parco dell’Orecchiella, ci viene quasi totalmente precluso dalla nuvole che avanzano dense e scure. Per fortuna il cielo non ci riserva brutti scherzi. L’ambiente è affascinante, anche se meglio sarebbe poter godere della vista che da qui risulterebbe veramente incantevole.

Ormai procediamo spediti e ben coperti con le giacche anti vento, il cui fruscio è l’unico rumore, assieme al fischiare del vento sferzante che ci fa spesso piombare addosso le nuvole basse. Rallentiamo solo quando nel bel mezzo del sentiero troviamo un gregge di pecore nere. Non tanto per loro, pacifiche e troppo intente a brucare la soffice erbetta, ma per il loro zelante guardiano: un magnifico maremmano che ci scruta fin da lontano. Abbaia e corre nervosamente a disegnare un immaginario recinto di protezione tutto intorno al gregge, che nel frattempo non si scosta nemmeno per un istante dall’unico pensiero degno di nota: sgranocchiare erbetta.
Cerchiamo di rasserenarlo girando al largo dalle sua amichette lanose, usciamo di qualche metro dal sentiero e procediamo per alcune decine di metri fra i mirtilli, prendendo di costa la scoscesa scarpata che precipita incessantemente per centinaia di metri, fino a fondersi con gli abeti. I guaiti si dissolvono alle nostre spalle dopo lungo tempo. Ha fatto bene il suo mestiere e non possiamo che rendergliene atto, per quanto ci abbia costretto a questo piccolo supplemento di fatica e un po’ di ansia, che tutti avremmo volentieri evitato. Soprattutto alla luce dell’ultima rampa con cui coprire i restanti 100 metri di dislivello fino alla vetta del Monte Prado. Li affrontiamo di buon passo, scarpinando senza sosta, lungo i gradini naturali che migliaia di passi affannati hanno scavato col proprio calpestio, lungo la ripidissima ascesa. Una volta in cima, sempre avvolti nelle nuvole, buttiamo subito un occhio dalla parte opposta al punto da cui ci siamo appena guadagnati la vetta, per salutare il lago Bargetana, incastonato nell’abbraccio del monte, qualche centinaia di metri più in basso.

Giusto il tempo di scambiare qualche battuta con altri camminatori che giungono solo pochi istanti dopo di noi dal crinale opposto, qualche foto e lasciamo alle nostre spalle la lapide su cui è incisa la scritta “Monte Prado 2054 Mt”, poco prima immortalata in un’istantanea in cui omaggiamo anche il nostro oracolo.
Iniziamo la discesa fino a Sella di Prado che raggiungiamo in poco più di quindici minuti, dove abbandoniamo definitivamente il GEA00 per seguire ora il CAI631. Continuiamo per la serpentina rocciosa fino a (re)incontrare il Lago della Bargetana. Le soffici rive del piccolo specchio d’acqua di origine glaciale sono molto affollate dai tanti turisti che fortunatamente stanno scoprendo le meraviglie del nostro appennino. Per due di noi è con lui il terzo incontro in poco più di un mese, quindi dopo aver colmato le borracce alla fonte che sgorga sopra al lago,
verso la parete del Monte, salutiamo con lo sguardo e ci dirigiamo rapidamente a prendere la forestale sempre lungo il CAI631 (qui abbinato al CAI633). Da qui in poco più di quindici minuti raggiungiamo il crocevia presso il Passo di Lama Lite. Sono passate circa cinque ore da quando abbiamo iniziato la camminata e le gambe, complice la discesa impegnativa dal Prado, iniziano ad agognare riposo, così come le gole secche non sanno più accontentarsi della fresca acqua di montagna, ma sperano in una più gustosa e luppolata birra. Il cielo è finalmente clemente e ci concede ora la visuale sull’intera silouette del Cusna, che perdiamo alle nostre spalle non appena c’infiliamo a destra lungo il CAI605. Il sentiero attraversa in discesa un’ampia prata che deriva, addolcendola, dalla discesa a picco nel quale declina fra rocce e mirtillaie, sulla nostra destra, il Lama Lite. Un po’ più di luminosità data da qualche raggio si sole, mette in evidenza i colori della vegetazione che paiono già virare verso quelli caldi, tipici dell’autunno.

Ormai non ci resta che immergerci nuovamente nel bosco e costeggiare il Rio Torto lungo la Valle dei Porci, lungo l’ampio sentiero sassoso. Più in basso la via mostra evidenti quelli che ormai sono poco più che i rimasugli di una lastricatura. Venivano coi carri fin qua a raccogliere i tronchi tagliati nell’Abetina Reale, dentro la quale poco sopra ci siamo immersi. Non più di una quarantina di minuti in discesa ed eccoci sentire in lontananza il vociare delle diverse persone che affollano le panche ed i prati del Rifugio Segheria, destinazione finale dei tronchi di cui sopra.
Dopo circa sei ore di cammino, possiamo finalmente goderci un po’ di meritato riposo e soprattutto la tanto agognata birra (anzi, due…).
Il fresco scende dalle cime degli abeti che intorno a noi si muovono piegando delicatamente la cima al vento, seguendo in un balletto corale, morbido la musica che il corso d’acqua produce saltellando lungo le varie cascatelle, lungo le quali, dopo essersi unito al Rio Lama, si allontana rapidamente alla ricerca del Dolo nel quale più in basso si andrà a tuffare per rinvigorirlo. Una superlativa torta di riso completa la lunga merenda. Poco prima delle 17, rifocillati e riposati, riprendiamo il cammino per l’ultimo tratto di discesa, a brevi tratti piuttosto impegnativa, ma mediamente blanda. Un paio di ponticelli ad incrociare ancora il tumultuoso torrente Dolo, sempre più robusto, che qui esce da una suggestiva e stretta gola rocciosa; eccoci di nuovo poco sopra il San Leonardo e da lì, passando ancora a fianco dei ruderi di Case Dolo, poco dopo, al parcheggio. Chiudiamo questa lunga e meravigliosa escursione ad anello in cui abbiamo incocciato ripetutamente nelle tante “lame” che lo solcano, in compagnia del nostro neo nominato Oracolo da montagna: lo zainetto Gufo.


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