Non sempre fare le cose nella maniera più facile e lineare è la scelta migliore. Non se hai voglia di fare confidenza con una moto nuova, agognata e finalmente sotto il tuo…controllo.
Innanzi tutto meglio sfatare il mito delle Harley -Davidson che non sarebbero adatte ai tragitti di montagna, perché con questa fanno tre diverse signorine dal petto a V quelle che ho avuto la fortuna di sferragliare fra le curve dell’appennino e nessuna delle tre ha deluso il mio desiderio d’infilarmi sulle toruose provinciali che collegano gli abitati fin poco sopra Piastrella Valley.
Questo giro parte con l’obbiettivo minimo del Passo del Cerreto, ma troppo comodo prenderla dritta per dritta e fin da subito chiedo alla Low Rider di farmi sentire a mio agio fra curve strette e strade “poco curate”. Ho voglia di lasciarmi alle spalle immediatamente camion carichi di mattonelle e l’inconfondibile geometria standard dei capannoni che costellano questo scorcio laborioso, polveroso e cementificato di Emilia. Raggiunta Roteglia tramite la SS486 salgo rapido verso Baiso percorrendo la SP17 e da lì imbocco la SP7: una strada che sa di antico, con curve secche e strette a ripetizione, parate da vecchi muretti mai sostituiti coi più moderni guard rail. A tratti faticosa, ma anche ricca di panorami che si stagliano sulla valle del Secchia ad est e quella del Tresinaro ad Ovest. Passato Carpineti, procedo fra i verdeggianti colli fino a Felina, dove s’incoccia nella SS63 e nell’imponente massiccio della Pietra di Bismantova, che offre da questo punto d’osservazione la sua più caratteristica e verticale impronta sullo skyline, con l’inconfondibile forma ad incudine.
Passato il centro di Castelnovo nei Monti, inizia il bello, per ora su ampi tornanti e curve su strada larga e quindi scorrevole, per quanto in ripida ascesa fino a Cervarezza, dopodiché la carreggiata si stringe fino a divenire una linea sottile che pare doversi aggrappare al monte, spaccato per far posto alla via e che poco dopo il guard rail di sinistra (per chi sale), si tuffa a precipizio sugli schiocchi del Secchia, da poco sgorgato dalle sorgenti ai piedi dell’Alpe di Succiso, che imponente saluta l’arrivo al Passo del Cerreto.
Il 103 inch romba scoppiettando talmente bene che decido di catapultarmi in terra toscana senza dare più che uno sguardo alle miriadi di moto e macchine in sosta presso il bar del passo. Scalo una marcia e nell’arco di pochi metri mi trovo a scendere veloce attraverso altrettanto strette e numerose curve, rispetto a quelle che ho da poco percorso in salita. La SS63 procede in direzione Fivizzano su un fondo appena rifatto e quindi lasciando il tempo di godere anche del panorama che anche da questo versante l’appennino regala. Antiche cime smussate, ma ancora piene di austerità a far da cornice a strette valli, in questo caso quella scavata dal Torrente Aulella, che mi accompagna sul fianco destro fino ad Aulla, dove si getta nel Magra. Giunti fin qua sarebbe davvero una sconfitta non concedersi di gettere uno sguardo sul mare.

Scendo fino a La Spezia e non vedendo altro che gru di cantieri navali, mi sposto fino a Lerici, dove riesco a godermi scorci di autentica magia della natura. Sotto di me si apre brillando il Golfo dei Poeti e visto che la temperatura è piuttosto elevata vien quasi voglia di andarsi a fare un tuffo. Purtroppo l’affollamento e il traffico non mi permettono di concedermi questo lusso; anzi, complice la stanchezza, mi confondo e così mi accontento di una foto e riprendo la marcia tornando verso l’entroterra. Ora devo solo decidere che via intraprendere per tornare al di là dell’appennino. Dopo una breve sosta lungo la strada per Sarzana, decido di tornare ad Aulla tramite autostrada (A12+A15), per evitare lo snervante traffico subito negli ultimi Km di ascesa verso il Mar Ligure.
Da qui alcuni Km lungo la SS62 mi portano a Ponte Taverone, dove l’omonimo Torrente si tuffa a sua volta nel Magra, dopo aver accompagnato la SP 74 Massese, che inizio a percorrere controcorrente, oltrepassando i numerosi borghi e paesi che in questo primo tratto si susseguono a breve distanza uno dal’altro. Civiltà semplice ed un po’ scrostata, che da lì a pochissimi Km diventeranno un pallido ricordo. La strada si restringe e si fa di color sale e pepe. Selvaggia, immersa e a tratti invasa dalla natura, che sgorga prepotente dai boschi, che alimentati dal Torrente crescono come una piccola foresta impenetrabile. Per diversi Km non vi sono praticamente cenni di civiltà in particolare dopo Licciana Nardi. Fino a qui mi accompagna un rumoroso Guzzi 450 arancione, che però alle prime curve strette rallenta eccessivamente. I Km da percorrere sono ancora molti e preferisco prendere un ritmo più vivace, con il quale mi porto nell’ultimo tratto dell’ascesa verso il Passo del Lagastrello. Dopo aver passato il fedele Taverone attraverso un vecchio ed affasciante ponte con una secca sterzata a destra, improvvisamente il panorama muta: uscendo dal fitto bosco ci si trova a dover affrontare una scalinata di tornanti completamente scoperti e sovrastati da monti austeri e dalle ruvide rocce in bella vista. In men che non si dica si arriva a scollinare e a rientrare in terra Emiliana, dopo aver attraversato il lungo ponte che s’imbocca lasciando la Provinciale Massese, per immettersi a destra sulla SP 15, godendo anche della vista del caratteristico Lago Paduli. Una comitiva di 4 o 5 Harleysti fermi per foto di rito, mi salutano col classico gesto a V. Penso un attimo se fermarmi, ma ormai l’inerzia mi porta a procedere.
La strada ora viaggia in costa ed è larga quanto basta per permettermi di prendere un ritmo deciso, per quanto prudente. Il Dyna si mangià le curve come uno slalomista e dopo una ventina di Km posso sentirmi definitivamente e di nuovo a casa impattando con la parete sud della Pietra di Bismantova e con quella ovest del Ventasso. Sulla mia sinistra si staglia la Valle dell’Enza e dopo Ramiseto, bastano pochi Km per tornare sulla SS63 a metà strada fra Cervarezza e Castelnovo nei Monti.
Ora sono davvero stanco e inizio a perdere la voglia di avventura. Dopo circa 250 Km quasi tutti di curve, mi dico che posso concedermi indulgenza e resisto alla tentazione di allungare ulteriormente il tragitto, prendendo verso i Gessi Triassici. Ci sarà modo in altra ocasione. Così mi concedo la famigliare e quindi rassicurante SP 9, che mi porta a ritrovare il Secchia ed il Secchiello nei pressi di Gatta, e la Sp 19, che percorro rapido e lasciando andare il potente motore fino a sentire di nuovo il caldo di Piastrella Valley, che come il solito ti piomba addosso dopo l’autovelox di Roteglia, per crescere ad ogni Km messo a referto. Incrocio per l’ennesima volta la mia traiettoria con quella del Secchia, sul vecchio ponte de La Veggia ed eccomi a casa dopo essermi tolto la seppur fugace soddisfazione di vedere cadere il tortuoso Appennino nel mare, dopo averlo tagliato a fette attraverso i suoi passi.

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