Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


La mattina scrivo

Si possono fare riflessione, critica o addirittura denuncia sociale in modo pacato, per non dire delicato? A quanto pare è quello che prova a fare Valerie Donzelli e a mio dire con ottimi risultati.

Non conoscevo la regista francese i cui avi dovettero lasciare le natie colline marchigiane, per trasferirsi nella lontanissima e certamente meno tiepida Mosa, nel nord est della Francia, per sfuggire al regime fascista negli anni 20 del 900, ma devo dire che la sua delicatezza mi suggerisce di recuperare, quando possibile e se possibile, i suoi lavori precedenti, di cui sto in queste ore leggendo cose interessanti. Funziona così, no?

Interessante è certamente questo suo ultimo “La mattina scrivo” (Titolo originale: “À pied d’œuvre“), che racconta una storia di quelle che rischiano di rimanere ormai invisibili, celate dall’interessata ottusità, insita nel paraculo perbenismo della moderna borghesia e non ultima, dalla dignità di chi senza clamori, piagnistei o teatralizzazione cerca di risolvere il problema principale della propria esistenza: vivere cercando di farlo senza rinunciare a sé stessi, anche se qualche volta la sopravvivenza prende il sopravvento, imponendo rinunce e sofferenze. Ma mai quella peggiore (che dovrebbe essere…), ovvero la sconfitta rispetto alla propria indole e alle proprie inclinazioni.

Scrivere è la cosa più importante per Paul e farebbe letteralmente di tutto per poter continuare a farlo. La sua storia di compostezza e di fermezza può apparire quella di un Don Chichotte moderno, di un eroe, di un visionario, di un estremista, ma in realtà viene raccontata come una scelta serena e probabilmente obbligata dalla propria urgenza, ma senza nessuna esaltazione o pietismo. Il tema della libertà come emancipazione dalle ipocrisie di vite agiate, ma spente o semplicemente insipide, contrapposta a quella presunta del benessere.

È una storia raccontata piano, senza colpi di scena: che non c’è bisogno di drammi per giustificare la povertà. I poveri veri non sono solo quelli che vediamo nei fugaci viaggi in terre lontane e che quindi “non ci riguardano”, ma tanti di quelli che si arrabattano per sopravvivere ad una società senza vie alternative (soprattutto culturali), al profitto e al mettersi a disposizione solo ed esclusivamente di quello. No, non sono falliti, non sono malati, non sono dei sabotatori: siamo noi che li rendiamo tali, probabilmente per renderli ripugnanti nemici, fastidiosi promemoria su ciò che può accadere a tutti e non sempre per demerito (ma di certo non a noi! finché non accade, per sfortuna su cui piangere), ma spesso per impossibilità a fare diversamente, o per la scelta di vivere diversamente. Sono persone, esattamente come noi e non sono meno poveri di quei disgraziati a cui ogni tanto mandiamo due euro di consolazione tramite un messaggino dallo smartphone.

Il rispetto degli irrimediabilmente corrotti dal sistema che viene a mancare per chi si azzarda a non comprendere l’importanza di mettere a reddito le proprie capacità è ben compensata da quello ben più profondo di chi capisce l’importanza del non affogare in un mondo che prima di privarci del respiro, ci toglie l’essenza stessa di ciò che siamo: ci toglie il senso di noi. Non tanto come messaggio individualista, ma come volontà di sfuggire alla spersonalizzazione e di poter quindi apportare alla collettività. S’intravedono anche i giovani che non hanno le aspettative d’immagine, di posa e di facciata, ma solo quelle sulla dignità. Sono la nostra speranza o causa il nostro ombrello onnipresente, accecante e invadente, sono già stati intaccati dal “buon senso paternalistico” ed è solo una questione di tempo il perdere il contatto con il reale valore delle persone? Una foto di un ricordo di vita, può emozionare meno di un paio di scarpe rosse? Oh, sono le Gazzelle!

Valerie Donzelli, racconta prevalentemente una storia di rispetto, dignità e lo fa con la dolcezza di chi li pone al centro, senza bisogno di pacchiane esasperazioni o sminuenti eroicizzazioni. Non sta facendo il banalissimo esempio del: bisogna avere coraggio per seguire i propri sogni, ma sembra chiedere di tornare ad avere un occhio di riguardo per quello che ci fa stare bene, anche se il prezzo da pagare é rinunciare a qualche agio, che sono divenuti vuoti misuratori di arrivismo sociale. Lo fa per l’appunto senza voler strappare arroganti e supponenti lacrime di pietà.

Anzi, se c’è qualcuno per cui si prova pietà dopo la visione di questo delizioso film non è certo per Paul e per la sua travagliata nuova esistenza, ma piuttosto per chi ha perso totalmente la capacità di misurare le emozioni e non fa altro che confondere realizzazione economica con realizzazione umana. Pietà forse lo fa il nostro pietismo, che è il blocco principale verso la comprensione e l’amore per le cose che riteniamo belle e che ci fanno stare bene. Non sempre è possibile fare a meno di soffrire per poter godere di queste, ma l’importante è anche non vivere con frustrazione le sfide, quanto con la curiosità, per uscirne migliori e non logorati.

Non c’è niente di umiliante nel fare lavori che non sono nel panorama delle nostre aspirazioni. Nessun lavoro è cool o umile, sono spesso solo il mezzo per permetterci di vivere. E meglio lo si fa, più senso ha. Il lavopo può essere una schifezza, ma non può fare di noi una schifezza. L’umiliante è soprattutto permettere al lavoro di soffocare chi siamo e di farci piagnucolare che a causa sua, “siamo sprecati”, che “valiamo di più”. L’umiliante è barattare uno stipendio dedicando tutto il tempo che abbiamo, senza tenerne almeno il mattino per fare ciò che ci piace.

Più che d’ispirazione, però, queste bella pellicola potrebbe già essere semplicemente la descrizione di ciò che si sta imponendo sempre più, soprattutto a ben vedere il rapporto con la vita e il lavoro delle nuove generazioni? Onestamente me lo auguro, perché pur sapendo di essere un irrimediabile cattivo esempio, non posso che provare simpatia e di tifare per questa nuova tendenza: per evitare che i notri figli buttino via la vita, come troppo spesso abbiamo fatto noi. Ma non Paul, che fa di tutto senza problemi, con serenità e meglio che può, ma non al mattino: lui al mattino deve vivere…scrivendo.



Lascia un commento

Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

Newsletter

Scopri di più da Bar Snob

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere