Da qualche anno a questa parte ho scoperto la mia passione per i film di fantascienza e in generale di ambientazione spaziale. Dopo una delle mie solite lunghe assenze dalle sale cinematografiche, decido di rompere l’astinenza con la visione di “Project Hail Mary”, che già dal Trailer mi aveva suscitato, certo curiosità, ma più istintivamente, simpatia. Questo direi grazie alla faccia pulita di Ryan Gosling, ma anche da Rocky, che come qualcuno di più esperto di me sulle cose del cinema fa notare, viene stranamente svelato fin dal lancio promozionale del film e così, indirettamente, il succo del film: l’amicizia.
Certo, come nella miglior tradizione, alla base della storia c’è la tragedia che il pianeta terra si sta preparando a vivere, ma il fulcro della storia è proprio l’amicizia fra il Prof. Ryland Grace e l’extraterrestre Rocky, tanto che quando la terra si vede o il film sta per finire o è prima che qualsiasi cosa sia veramente accaduto.
La cosa bella del film è che non c’è alcuna pretesa di dare credibilità scientifica alla storia e questo è reso palese da quasi pacchiane, impossibili questioni, così ci si può concentrare sulla storia e non perdere tempo a sentire le stucchevoli polemiche sul “quello non sarebbe possibile”, “ma perché gli oggetti volano così, anziché cosà”. Sempre i già citati esperti dicono che il libro omonimo da cui è tratto il film, è invece più preciso da questo punto di vista, ma io non l’ho letto e non credo che lo leggerò, quindi non mi resta che godermi la storia senza remore, anche nel riviverla oggi, nel post visione.

Perché la storia è a dirla tutta abbastanza banale, semplice, lineare, ma altrettanto ben raccontata, coi continui flashback che spiegano piano, piano, come mai il Prof. Grace si trovi in un’astronave lontanissima dal pianeta terra e così possa incontrare il suo nuovo amico. Ci sono momenti di semplice e simpatica commozione, altri più spettacolari, naturalmente non pochi drammatici.
Empatia e coraggio sono le parole d’ordine, non so se per ispirare o solo per far girare la storia, ma naturalmente è bello pensare che ci sia almeno un tentativo sulla prima ipotesi, visto che ormai si è in tanti concordi sul definire il mondo un covo di glaciali individualisti. La riscoperta di sentimenti di affetto e riconoscenza, di amore per la socialità e per la condivisione.
I colpi di scena sono potenzialmente tutti prevedibili, ma messi al posto giusto, proprio perché servono anch’essi a far girare il tutto nella miglior maniera possibile e c’è da ammetterlo: funziona tutto perfettamente, anzi talmente bene che le due ore e mezza abbondanti su cui si slega la trama del film volano via senza mai richiamare il minimo sbadiglio o sguardi fugaci all’orologio per capire quanto manca.
No, non è un film che mi ha attaccato alla sedia, ma semplicemente un film che è stato bellissimo godersi al cinema e che alla fine mi ha fatto uscira dalla sala con il sorriso e con la convinzione di aver usato bene il mio tempo. Le già accenante riflessioni che stimola, sull’importanza dell’amicizia, sulla presa di responsabilità, sono possibili, ma talmente base che mi viene quasi da relegarle in secondo piano.
Spettacolo, fantasia, sentimenti, avventura, qualche risata: la cosa bella del film è semplicemente che è un bel film da guardare, che porta lontano e riesce pienamente nell’intento di rimarcare la magia del cinema, che ieri sera (quando sono entrato in sala), era forse l’unica cosa di cui speravo di poter godere.

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