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Più che altro per non dimenticar(Si)


Marty Supreme

È davvero raro che io mi affezioni ad un attore in particolare, anche perché difficilmente riesco a ricordarmi nomi e titoli di film (uno dei motivi per cui scrivo queste due righe dopo una visione…per ricordare a me che ho visto quel film e se mi era o no piaciuto). Capra come sono raramente riesco poi a distinguere le sfumature delle interpretazioni: per me gli attori fanno un lavoro così difficile, che quando arrivano al livello massimo del cinema internazionale ai miei occhi non possono che essere bravissimi. Lo do praticamente per scontato e forse non del tutto a torto. Ci sono però alcuni attori che fanno eccezione, più a livello empatico, che non a livello tecnico, per quanto mi riguarda. Fra i visi emergenti degli ultimi anni (che anche lì, ormai gira da parecchio e con ruoli decisamente importanti: “Wonka”, il Dylan di “A complete Unknown”, “Dune” per quanto non mi sia piaciuto, ecc…), non posso non ammettere una grande simpatia a pelle per quella faccia da schiaffi di Timothée Chalamet.

Faccia da schiaffi perfetta per il ruolo in cui si immerge nell’essere protagonista di questo delizioso “Marty Supreme”, pellicola che ti porta sulle montagne russe. Ci sono momenti in cui ridi, altri in cui ti viene da piangere, altri ancora in cui non sai se sia più giusto ridere o piangere ed infine molti in cui aspetti a fare tutto, perché hai una gran paura che ti stiano fregando e quindi non sai quale sia la reazione giusta a ciò che stai vedendo.

A dire il vero la mia visione del film inizia con una piccola disavventura, su cui per decenza, tanto è ridicola, preferisco sorvolare. O meglio: inizia quando il film è già bello e cominciato da circa 10 minuti. Odiosa sensazione aver perso il preambolo e da quello che capisco leggendo la trama o facendomi raccontare quei dieci minuti da chi invece li ha visti, in cui viene ricostruito lo spiegone del personaggio e dei suoi accoliti. In effetti non riesco a togliermi di dosso il fastidio, anche se credo che tutto sommato sia riuscito a recuperare strada facendo e a capire senza problemi. Perché in effetti la trama del film non ha niente di nuovo o di non visto. La bellezza e la potenza del film sta decisamente altrove. Una storia clamorosa (ed io amo le storie! Poco m’importa se siano peddisequamente aderenti al vero), che s’incasina ad ogni piè sospinto ed in cui le finestrelle si aprono su panorami differenti in ogni istante, ma sempre nel solco di avventure di strada o di piccole truffe, ingiustizie, rapporti di forza, sogni, tipiche dei tanti film e delle tante storie che ci vengono raccontate da quegli anni (i ’50 del secolo scorso), in cui se facevi parte degli strati bassi della società e volevi emergere non potevi essere uno stinco di santo: la faccia tosta, la furbizia e le forzature erano necessarie, così come il non farsi troppe storie morali. Un’epcoa che da come ci viene raccontata, però, i sogni erano ancora qualcosa per cui valesse la pena inguaiarsi e uscire da una possibile Comfort Zone. La vita di strada degli anni in cui il fermento poteva portarti in alto, così come affogarti nei gorgloglii dell’anonimato. Non manca poi la violenza come potenziale compagna di viaggio, non come una scelta, ma come una probabilissima eventualità o come un’obbligata soluzione, per sfuggire a quella che altrimenti ti dovresti rassegnare a subire. Pochi piagnistei, poche fragilità esposte: tanta garra, come si potrebbe dire in termini sportivi.

Marty Reisman (personaggio realmente esistito e a cui il film s’ispira) e la sua storia hanno tutti gli elementi perfetti per portare alla luce la giungla di quel periodo. Quanto ci sia di vero e quanto di romanzato, ovviamente non lo so (e ribadisco, poco m’importa), ma certo è che il tutto si traduce in un paio di ore e mezza che volano (sopratutto se ne perdi un pezzo…oh non mi va giù). Il problema non è tanto aspettarsi o meno quello che accadrà da lì a poco, ma proprio il ritmo incessante con cui si concatenano le avventure del personaggio interpretato da Chalamet.

C’è anche una divina Gwyneth Paltrow a portare classe, bellezza e l’irragionevolezza dell’amore per il bello, la gioventù e per le facce da schiaffi. Irresistibili, soprattutto quando la ricchezza non manca, ma manca il frizzo della vita. Anche qui, niente di nuovo nel personaggio e nella reazione all’incontro con lo spregiudicato Marty, ma una presenza che regala momenti incredibili e che fa ancora stropicciare gli occhi.

I duelli a Ping-Pong sono anch’essi nel solco della narrativa più tradizionale delle sfide fra bene e male. Però quando vince il bene, grazie alla magnanimità del male, finisce tutto a tarallucci e vino e il bene dice al male che non è poi così male. Insomma c’è un lato che rende tutto parodia, perché in realtà non c’è un vero bene e male, soprattutto non si può intestare il primo a Marty, dopo averne seguito le peripezie continue e quasi impossibili da mettere tutte in fila in un’unica vita di quello che dovrebbe essere il Rocky Balboa della situazione. Anche perché alla fine marty pur di vincere in realtà perde probabilmente tanto. Quello che non perde è il suo sogno e lo sguardo dell’avversario, quel braccio sollevato i nsegno di vittoria vale a realizzarlo più dell’iscriversi in un albo d’oro.

Un film bellissimo, che ripeto, fa saltare su e giù per le sinuose e mozzafiato rotaie di una montagna russa che anche se prevedibile, lascia comunque senza fiato ad ogni cambio, ad ogni picchiata, ad ogni ribaltamento.

Da non perdere se si vogliono vivere due ore e mezza (li mortacci..grrrr…), di grande cinema, con quella che sì, è diventata la mia faccia da schiaffi preferita del panorama cinematografico.



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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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