Premessa: se il teatro della tua città riapre dopo anni di chiusura forzata e tu sei stato uno dei più veementi assertori della necessità di uno spazio culturale così importante per te e per i tuoi concittadini, ma non ci vai mai: sei un coglione e uno dei tanti parolai, che amano parlare, ma non sanno mai come far seguire le parole ai fatti.
Guardo sempre il programma del Teatro Carani, perché spero ci sia qualcosa che mi possa convincere a frequentarlo. Assicuro che non è pigrizia, ma proprio scarsa affinità (presunta?), con la programmazione che mi ha portato a frequentarlo saltuariamente, anziché assiduamente come nelle vere, ma tradite intenzioni. Questa sera parlano di montagna. Non conosco il duo che mette in scena lo spettacolo, ma capisco che questa volta non ho scuse. Non so nulla di nulla, ma soddisfatto, poco prima delle 21.00 mi siedo in prima fila sulle poltroncine rosse a pochi metri dal palco.
Due sedie in fondo al largo spazio vuoto di fronte a me. Sono gli unici strumenti di scena che il duo Mattia Fabris e Jacopo-Maria Bicocchi, in arte Compagnia Slegati, si concedono, oltre ai propri corpi, che utilizzano intensamente per interpretare Jim e Mike, due amici che si ritrovano nella passione per la montagna.
Mike è uno spirito libero e una guida alpina esperta: il suo sogno è andare sull’Everest; Jim è sposato con Gloria e sta accettando l’idea di una vita più ordinaria, ma proprio mentre con l’amico stanno bevendo una birra in un locale, scatta la scintilla: il monte Rainier, dalla cui cima, quando il cielo è terso, si può vedere Seattle. Un compromesso a cui Jim non sa resistere, nonostante le preoccupazioni della moglie. L’Everest è troppo, ma il Raineier (che è l’Everst degli alpinisti Americani), si può e si deve fare. Perché? Perché per Jim scalare quella montagna è importante e non è giusto chiedergliene il motivo. Bisogna solo accettarlo, capirlo e non impedirglielo, se non lo si vuole castrare. Jim però non sarebbe salito su quella montagna con altri se non con l’amico Mike. Non tanto o solo per la sua esperienza conclamata come guida, ma perché in montagna si deve andare con chi sentiamo affine, vicino: solo con chi sentiamo in sintonia spirituale, d’intenti. In montagna si va non chi può essere con noi, per farci compagnia, ma con chi fa parte di noi. Un qualcosa che va ben oltre la fiducia o il semplice andare d’accordo: queste non bastano, ci vuole di più. La montagna come banco di prova dei rapporti fra esseri umani.
Sul palco i corpi dei due attori si intersecano, le sedie si smontano e diventano tutto ciò che serve per aiutare la fantasia dello spettatore. Forse non è necessario amare la montagna per capire ed apprezzare lo spettacolo (come verrà poi detto a chiosa dello spettacolo vero e proprio), ma durante la performance e anche ora mi sono convinto che capire certe situazioni aiuta, aiuta eccome.
Come tutte le rappresentazioni, trovo anche qui un livello generale, un significato universale di chi comunica, poi però chi guarda ha sicuramente il diritto di mettere le proprie emozioni e le proprie valutazioni. Di partire per il proprio viaggio e interpretare a suo piacimento (credo che questo valga per tutte le forme d’arte).

Non andavo a teatro da molto tempo e in generale ci vado pochissimo, ma al di là del significato e della contestualizzazione di questo spettacolo, mi è stato impossibile non provare ammirazione per la performance del duo. Il non frequentare se non sporadicamente, non mi mette certo nella posizione di critico affidabile, ma secondo me sono bravissimi. Ho provato a pensare a quanto tempo e quanto lavoro sono stati necessari per oliare quegli automatismi, per imparare quei dialoghi serrati, quei movimenti, per ideare la riproposizione di una storia che è vera. Mi sono perso nei calcoli ed ho smesso quando mi sono accorto che era una cosa straodinaria: fuori dalla mia portata. Come per Jim l’Everest. Bisogna ammirare chi sa fare cose straordinarie, dove il talento ha sicuramente un ruolo fondamentale, ma l’abnegazione è ingrediente di non meno importanza. Proprio come per chi ama la montagna: ci vogliono le gambe, ma la testa è assolutamente padrona del tutto: del riuscire o non farcela; del mollare quando non è il caso di insistere, perché farlo ci può mettere nei guai, ma solo allora, non per comodo, non per pavidità o ancor peggio per pigrizia.
Ah, sì, è assolutamente vera la storia di Jim e Mike, su cui non vi voglio dire oltre, perché spero proprio possiate prima o poi vedere questo spettacolo. La storia vera risale al 1992 e come ha detto un amico (molto amante della montagna), all’uscita, mentre si asciugava le lacrime di commozione (sì ci si commuove): in montagna se qualcosa non va storto non c’è storia da raccontare, ma solo una delle tante escursioni, che per quanto meravigliosa sia per chi la fa, ha il potere di fare innamorare solo chi la montagna la ama. Ha ragione il mio amico: se in montagna fila tutto liscio, non c’è una gran storia da raccontare, perché quello che chi va in montagna vede e sente non può essere raccontato, ma solo assaporato e goduto. Questo però funziona solo per chi guarda in su e non può fare a meno di sognare e di sentirsi attratto da quel mondo tanto ostile, quanto unico e fantastico per chi ci vede la meta. Forse è per questo che quando guardo le foto che faccio durante le escursioni, anche quelle più belle, mi sembrano sempre troppo poco rispetto a ciò che ho visto, anzi vissuto.
“Un alt(r)o Everest “fa parte di una trilogia, dicono. Il primo episodio, “Slegati”, non l’ho visto e chissà se avrò occasione di poter godere di una replica. Il terzo se potrò non me lo farò scappare. Fabris e Bicocchi portano i propri spettacoli anche in mezzo ai monti, proprio nei luoghi in cui le storie che hanno deciso di raccontare hanno il suo palcoscenico naturale. Io che adoro la montagna per quello che è, lo ammetto, ho preferito vederli in teatro. In un bellissimo teatro. Diamo alle città ciò che è delle città, alle montagne (che non sono un parco giochi), quello che è delle montagne: soprattutto il silenzio. Ma questa è un’opinione di un vecchio orso, che proprio per quello che si diceva all’inizio, fa escursioni quasi esclusivamente in solitaria e sempre di più ne farà senza legarsi a nessuno. Perché, sì, questa è una storia che parla di legami e, ribadisco, in montagna i legami della vita comune, non sono sufficienti.
Leggo dalla biografia di Bicocchi: “…la Pietra di Bismantova e il monte Cusna sono i suoi più grandi amori…”: ecco cos’era quel legame e quell’affinità che mi ha convinto fin da subito a seguirlo con passione mentre si muoveva nei panni di Jim…

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