Quando mi decisi a scrivere un commento alla visione della pellicola “A Complete Unknown”, in cui si narravano le gesta di Bob Dylan, decisi di usare come incipit proprio una frase del musicista/poeta statunitense che racchiudeva le sue aspettative sulle visioni cinematografiche:
“Quando vado a vedere un film mi aspetto di venire commosso. Non vado al cinema solo per passare il tempo o perché il film mi mostri qualcosa che non conosco. Voglio essere commosso, perché questo è il senso dell’arte e anche il senso di tutti i grandi teologi. L’arte deve trascinarti via dalla tua sedia. Il suo compito è trasportarti da una dimensione all’altra.”
Questo aforisma torna non semplicemente comodo, ma decisamente perfetto anche come incipit del commento che mi appresto a fare sulla visione di “Springsteen – Liberami dal nulla”. Ad essere particolarmente centrata ed emblematica è la prima frase, dove si parla di commozione. Ecco questa pellicola è profonda, a tratti emotivamente impegnativa, molto diversa da quello che mi aspettavo, riflessiva, ma soprattutto, commovente.
I primi lusgoni mi arrivano non per empatia, come quelli che seguiranno per il resto del film, ma come mi capita sempre più spesso nel recente, per ammirazione. Sì, perché ci sono nomi che diamo per scontati e con essi le gesta che da questi vengono firmate. Come se la nostra vita avesse diritto a ricevere in dono i capolavori che ci hanno accompagnato e hanno contribuito a formarci nel gusto artistico, nella sensibilità, nei ricordi. Ma la verità è che noi godiamo di ciò che spesso emerge da fatica, tormenti e a volte vera e propria sofferenza. Cercai di spiegarmi in questo senso anche quando parlai qualche tempo fa di Antonio Ligabue. Ma la verità è che non possiamo fare errore più grande che dare per scontato qualcosa che ha un lungo percorso, impegno e dedizione, ma soprattutto un enorme talento e una capacità che tutto sono, fuorché comuni e dunque scontate. Si tratta di piccoli miracoli, che non possiamo non riconoscere come tali.
Ma torniamo al film: la lacrimuccia mi scappa quando in una sala d’incisione si sente un rullante cadenzato iniziare a martellare su uno dei riff che non posso che ricordare come eterno per la mia esistenza, quello che apre la celeberrima “Born in the U.S.A”. Un momento potentissimo di una pellicola che al contrario di quanto mi aspettassi, non viaggia su quelle che credevo essere le caratteristiche principali di un personaggio che ammetto di non aver mai seguito da fan e addirittura per lunghi anni di aver snobbato. Al rock sanguigno e molto americano di Bruce Springsteen ho sempre preferito l’iconoclasta tendenza punk, il suond londinese, la viscerale e tagliente sperimentazione newyorkese, suoni più rarefatti e sofferenti e nel recente la classica, il jazz. Con un po’ di stupore trovo però un punto di accordo col Boss, a mia insaputa fino a qui e mi viene detto nella stupenda scena con “Frankie Teardrop” dei Suicide, quando lo stesso protagonista interpretato da un superbo Jeremy Allen White (la benedizione di Springsteen in persona sulla sua interpretazione zittisce ogni tipo di possibile critica o la rende capziosa e insignificante), dice del disco del duo Vega/Rev “è il disco più incredibile che puoi ascoltare”. Siamo d’accordo!

Ma facciamo un po’ di ordine: il film si basa su un periodo abbastanza ristretto della vita di Bruce Springsteen e quindi credo che non lo si possa definire un vero e proprio biopic. Il lasso di tempo in questione è quello che corrisponde con la genesi dell’album “Nebraska”, le cui malinconiche e riflessive atmosfere sono anche ora in sottofondo, mentre scrivo, per cercare di dare quell’attenzione ad un’opera che forse non ho mai ascoltato come avrebbe meritato. Nel film prendono il sopravvento la scrittura, le immagini in flashback che lo ispirano, dove si racconta di una ferita mai rimarginata ed ora pulsante di un dolore profondo e apparentemente insanabile. Un disco che non c’entra molto con l’immagine che chi come me ha seguito le gesta del Boss con forse troppa superficialità ha sempre avuto dell’artista americano. Per me Springsteen è sempre stato sinonimo di potenza diretta. Un pugno in faccia di energia, che è proprio quella che ti arriva nella scena iniziale con la classica “Born to run” live. E lì che ammicco, perché credo che le mie aspettative sul film saranno rispettate, ma proprio poco dopo la fine di quella scena inizia una storia stupenda, ma totalmente diversa da quella che mi aspettavo, soprattutto qualcosa di più coinvolgente da quanto credessi e quindi in definitiva qualcosa di migliore rispetto alle mie più convinte aspettative.
Sentimenti profondi: amore, depressione, lealtà, amicizia, paura, rispetto. Commozione che ingloba in una spirale emotiva fortissima. L’empatia per la persona a cui per forza vuoi bene, vista l’energia che ti ha saputo regalare nel corso degli anni e che come si diceva all’inizio, con presunzione e arroganza si tende a dar per scontata. Ora la persona ha diritto di essere ascoltata mentre confessa le sue umane difficoltà. Ora “Nebraska” merita di essere ascoltato con il rispetto che si deve ad un amico che ci ha fatto compagnia senza mai chiedere nulla in cambio, ma che ora ha bisogno di noi, ma soprattutto il diritto di essere conosciuto per ciò che è e non solo per ciò che ci fa comodo.
Il precetto dylaniano sulle aspettative riguardanti la visione di un film è stato dunque rispettato in pieno: mi sono commosso, fino anche a qualche lacrimone davanti allo schermo; mi sono emozionato e mi sono fatto trascinare via dalla sedia in una dimensione che non era quella in cui mi aspettavo di essere catapultato, ma che alla fine mi ha lasciato un senso di soddisfazione e di pienezza emotiva per me difficile da trovare dopo una visione, almeno nel recente.
Come ho già accennato diverse volte, pur apprezzandolo e volendogli bene, non sono un fan di Springsteen, non conosco i suoi album e le sue canzoni a memoria, tantomeno i dettagli della sua storia artistica e privata. Non so dunque se la fedeltà storica della pellicola sia da considerarsi affidabile al 100% , la già citata benedizione dello Springsteen originale, mi varrebbe come garanzia totale, ma la verità è che non m’interessa: il punto di questo film non è quello. Non ci viene chiesto di fare le pulci ai nostri ricordi e alle nostre pretese: qui ci viene chiesto di ascoltare, non di ricevere. Di stare vicino ad un amico, di capirlo e restituire quello che ci ha dato, anche se noi non ce ne siamo resi conto a dovere. Un eco breve…che serve a farci capire che è un dovere che ci viene da lontano. Ed esco dal cinema che “I’m on fire” (eh la mia preferita di sempre dovevo trovare il modo di infilarcela…).
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🎶Nebraska – Bruce Springsteen🎶

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