Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


Le città di pianura

Sento parlare di questo film da un amico, che è il mio principale suggeritore di nuove uscite cinematografiche, che mi dice: “questo è un film che a te piace di sicuro”. Non ci prende sempre, ma mi conosce abbastanza bene e dunque di lui mi fido e così, nonostante dopo un digiuno di mesi fossi tornato al cinema solo un paio di giorni prima e che nel mezzo ci avessi messo pure la sfortunata trasferta calcistica per seguire la mia amata Regia in quel di Monza, decido di impegnarmi per andare a vedere la pellicola di Francesco Sossai.

Dopo una rocambolesca mattinata sulle mie montagne (ah sì, anche quella ci avevo messo dentro in questo intenso fine settimana), controllo gli orari delle proiezioni, che per questo tipo di film sono spesso relegate a cinema fuori dal circuito dei multisala a cui di consueto mi appoggio, per comodità. Il più pratico è il vecchio Astra in pieno centro a Modena e così mi organizzo conscio delle difficoltà per il parcheggio, ma mi dico che vale la pena andare a gufare la Ghirlandina proprio un paio di giorni prima del derby Reggiana-Modena (che si gioca questa sera, martedì 29 X 2025…). Ma torniamo al film: due passi nell’affollata Via Emilia, già al buio per l’appena avvenuto cambio di orario, nonostante siano solo le 18.30. Arrivo alla cassa e respiro quell’aria da cinema di una volta e mi scappa un sorriso pensando a quanti film ho visto qua dentro, alla sala Smeraldo, che semi vuota langue con le luci ancora accese. Non c’è posto assegnato e come mia consuetudine mi piazzo un po’ avanti, anche se i miei posti preferiti sono già occupati da alcuni dei pochi spettatori che mi hanno preceduto. Tempo qualche minuto e alle mie spalle si crea in realtà un discreto pubblico, che rumoreggia e scartabella, ma si zittisce non appena le immagini del film iniziano a scorrere sullo schermo.

Da lì in poi ci troviamo tutti immersi in una realtà che passa velocemente dall’agghiacciante al famigliare, dallo squallido al tenero: la realtà che viaggia assieme alle facce consumate da vite impegnate e impegnative, dall’eccesso e dalla noncuranza, certamente anche dal dolore, perché no dalla gioia, ma soprattutto dall’umanità. Primi piani quasi fastidiosi, come quando ci si guarda allo specchio e improvvisamente l’immagine di noi stessi è diversa da quella che abbiamo in mente quando ci pensiamo. Quello lì di fronte sei tu, ma tu non ti riconosci. Quando e soprattutto come è successo di invecchiare così tanto e così male? Male? Siamo sicuri che sia andata male? Gli esempi non mancavano e forse li abbiamo voluti ignorare, nella solita stolta logica del “a me non succederà”: invece eccoci qua. ma se siamo così è perché abbiamo vissuto, anziché preservarci nell’indolente, passiva, apatica stasi

Pierpaolo Capovilla (che in passato incontrai e di cui grazie a quegli incontri non ho un ricordo onestamente così positivo), mi strappa subito un sorriso: onestamente non me lo sarei mai aspettato lì, anche se sta probabilmente nel posto perfetto per lui, come lui stesso dice in alcune interviste a corollario dell’uscita del film. Meraviglioso.

La decadenza del sogno del nord est (ma direi non sia strano vedere tante analogie con la mia Piastrella Valley), i capannoni che deturpano l’orizzonte, la fregatura che abbiamo subito che diventa ormai palese nella disillusione: perché non sono diventato anch’io ricco come mi avevano promesso, cos’ho sbagliato? Probabilmente nulla, stavamo solo vivendo in una bolla pronta ad esplodere e non lo vogliamo ammettere. Più facile continuare a pensare di essere stati sfortunati o addirittura a flagellarci per le nostre incapacità, piuttosto che ammettere ciò che è la verità: siamo stati fregati e non c’è più modo di rimediare. Ci hanno inculcato principii e valori sul lavoro, sulla produttività, sul come si deve stare al mondo, ma era tutta una grande truffa ed ora rimangono solo stabili dalle grandi vetrate, che un tempo dovevano sembrarci bellissime, modernissime, esempio di progresso, ma che ora crepate, offuscate dal tempo, con gli sterpi che crescono sui piazzali di asfalto, sono lì a testimoniare che la bolla è eplosa e a giudicare dallo stato dei nostri visi, ci è scoppiata dritta in faccia.

Tutto è finito in malora, anche le lumache della Mery non ci sono più, nonostante google maps e l’ostinazione a rimanere attaccati ad un passato che sembra meraviglioso, ma che se ha lasciato così tante cicatrici e così tanta amarezza forse così bello non era. Comunque non meglio del possibile presente. Il Genio (Andrea “Pojana” Pennacchi), torna per vivere a pieno questa grande fregatura e a differenza dei suoi storici amici , ha perso anche un sacco di “ultime bevute”, che sono quelle che forse accorceranno la vita biologica di Dori e Carlobianchi, ma hanno reso la loro vita qualcosa di accettabile e ancora degno di vivere. Almeno per loro, che essendone titolari, forse sono gli unici che possono decidere se vale la pena o no. La disillusione per i sogni infranti, che si affranca nello stare ostinatamente e sgangheratamente insieme: distrutti, strafatti, orrendi, ma assieme a qualcuno con cui condividere l’incedere dei giorni, che meglio se non finiscono mai.

Giulio, un timido e ingessato studente si fa tirare nel gorgo dei due scalcagnati e a tratti grotteschi personaggi e grazie al loro esempio capisce che “non c’è mai un’altra volta”, ma grazie al loro onesto e disinteressato affetto, mantiene la speranza nel suo futuro e nella vita che ha davanti, perché “- avevamo trovato il segreto del mondo, ma ce lo siamo dimenticati – quale mondo? In generale o il vostro? – E che differenza fa?”. Già che differenza fa: ognuno vive il suo mondo e l’importante è non farsi fregare da quello che ci vendono gli altri, ma in fin dei conti non è nemmeno giusto farsi scoraggiare da quello degli altri. Il cinismo dei vecchi, del già vissuto non ha alcun diritto di togliere il gusto di crearsi il proprio con l’esperienza diretta: lentamente, con gli anni, che non sono acqua fresca, ma vita.

Come scrivevano sui giornali: “un film profondamente locale e sorprendentemente universale”. Dico io: un film amaramente stupendo, che merita di essere visto, sempre che non si abbia paura di vedere sé stessi e la propria decadenza, ma, perché no, guadagnando una speranza, un’indicazione per una possibile via d’uscita: la condivisione del proprio dramma con chi ne vive uno simile, anziché in solitudine o ancor peggio contro gli altri poveri cristi che affollano le nostre scalcinate città di pianura. Ci puoi guadagnare di avere a che fare con qualcuno che si è preso la briga di capirti e sbilanciarsi nel consigliarti un film che secondo lui a te poteva piacere e che ti è piaciuto davvero tantissimo, ma che senza di lui avresti perso, come chissà quante cose perdiamo ogni giorno nel pensare che lo faremo la prossima volta: che non ci sarà mai. Perché non c’è mai la prossima volta, quindi vale sempre la pena dire sì, quando qualcuno ci chiede di andare a farsi l’ultima, ma anche l’ultimissima, se non la si vuole perdere per sempre…anche se scopri dopo che è analcolica, perché l’importante è con chi, non cosa.

Stupendo, se non hai paura di guardardi con onestà allo specchio e soprattutto di riconoscere la speranza di non sprecare la vita, anche quando la vita sembra non servire più a niente, ma in realtà c’è sempre l’ultima da bere con qualcuno, da qualche parte, dove magari conosci qualcun altro e insomma vivi sul serio, non nelle promesse interessate dell’ipocrisia di orologi consegnati di corsa, dopo una vita al servizio dell’interesse altrui.



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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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