Come mi accade spesso, rimango senza cinema per parecchi mesi, poi mi scatta la voglia di recuperare quella che per me rimane una grande passione, che tengo viva, nonostante sia tutt’altro che un esperto o addirittura un cinefilo. Mi piace l’atmosfera del grande schermo e rimango convinto che alcuni film vadano assolutamente visti in una sala e non su un TV, per grande che sia.
Grazie alle chiacchiere a distanza con un paio di persone, punto gli occhi su questo film, che devo ammettere, distratto da altri fatti stava passando inosservato alla mia attenzione, come probabilmente sarà capitato a diversi titoli da luglio (ultima mia visita al cinema), ad oggi. Il cast è di primordine e la firma sulla regia non ha bisogno di presentazioni nemmeno per un dilettante come me. Quando mi incuriosisco al punto di cercare il trailer, rimango però da questo un po’ deluso. Sarà un film per me?
Come direbbero quelli che parlano moderno, spoiler: sì. Assolutamente un film per me. Forse presentato in una maniera che convincesse quelli che cercano altro rispetto a me da un film, perché l’azione, che non manca, rimane comunque un elemento armonico nella pellicola, non certo predominante come poteva apparire dai “provini” (una volta li chiamavamo così).
La storia parte in quarta, anzi in quinta e la coppia a spingere. Ritmo, dinamicità, che catturano fin dal primo momento. Ma a fare la differenza non è la storia: la trama non presenta una linea soprendente, anzi, a tratti talmente lineare che vien proprio da pensare che non è su quella che si punta. A farla da padrona è la caratterizzazione dei personaggi e a rendere il tutto sublime l’interpretazione con i quali questi vengono messi davanti alla camera da presa.
Ci sono momenti di magia pura, in scene che ti fanno partecipare fisicamente al film: l’inseguimento nel deserto, come mi ha detto qualcuno, arriva a coinvolgere i sensi, fino addirittura a qualcosa che assomiglia al mal di mare. Scena meravigliosa, che vale assolutamente il prezzo del biglietto, anche se te lo aspetti fin dall’inizio come andrà a finire.

I personaggi, dunque: il Colonnello Lockjaw (Sean Penn), è incredibile e merita forse il gradino più alto del podio in una graduatoria, forse sbagliata da fare, perché se funziona qualcosa è per la coralità e la differenza fra i vari coprotagonisti di questa pellicola. Di Caprio è bravissimo nei panni di Bob Ferguson, che ci introduce nel succo di una riflessione sugli attivisti per caso. Sì perché c’è in sottofondo anche tanta sostanza, o quantomeno una serie di spunti che non hanno la pretesa di dare risposte o condannare apertamente i difetti della nostra società a senso unico, ma pare proprio volerci mettere in guardia su quello che per qualcuno è un dato di fatto: stiamo sbagliando tutto, sia da una parte che dall’altra. La rivoluzione che diventa uno slogan e che lascia poi il posto al cinico fatalismo e all’indole cazzona, alla nostalgia o che si contrappone allo scopo con stolte e imbarazzanti procedure fini a sé stesse, dove è più importante essere ligi, che bravi; il white power che è il capriccio puerile e ingiustificabile di ottusi, stupidi, ricchi villains, racchiusi allegoricamente nella scena dell’incontro nel bunker segreto, come nelle migliori, quanto forse improbabili rappresentazioni del più consolidato complottismo.
Il film distrugge quasi il concetto di buoni e cattivi, non generalizzando in un banale “sono tutti uguali”, quanto un più articolato “in modo totalamente diverso, facciamo tutti cagare”. Proprio tutti? Non esattamente: c’è chi rimane fedele alla linea fino in fondo e in modo onesto, per quanto velleitario, ma soprattutto c’è anche chi aiuta e sfoggia palate di empatia e umanità solo perché a quanto pare è giusto così: e qui entra in gioco un altro meraviglioso personaggio, ça va sans dire, magistralmente interpretato da un sempre immenso Benicio Del Toro. Sensei Carlos è forse quello che ti viene da definire il personaggio più puro dell’intera storia, anche più della bellissima e integerrima Perfidia Beverly Hills (Teyana Taylor), indomita eroina rivoluzionaria.
Oltre alla già citata scena dell’inseguimento nel deserto, da applausi quella dell’incontro nella chiesa del convento fra il Colonnello Lockjaw e la giovane Willa Ferguson (Chase Infinity), che ha il merito di non naufragare nelle onde dei giganti con la quale condivide la scena, ma anzi di tenerne il passo. Menzione per la telefonata di Bob al quartiere generale del French 75: fa molto ridere, finché riflettendo non ti torna familiare quel tipo di atteggiamento con cui ti sei scontrato più volte: purtroppo quasi sempre le cause importanti colano a picco nel mare della mediocrità di chi sa interpretarne solo le pose, senza capirne la reale portata, tanto da piegarla alla propria rigida ed egocentrica rappresentazione privata. Un auto specchietto per le allodole, una giustificazione alla propria mancanza di talento e di utilità, nascosto arrogantemente sotto una coltre d’inutile e paracula intransigenza verso gli errori degli altri, giusto per non pensare ai propri.
Un filmone, di quelli che se capita non è sacrilegio fare il bis a stretto giro e rigorosamente in sala cinematografica, prima di metterlo nella scaffalatura virtuale dei preferiti delle nostre piattafome digitali.
Non è la prima e speriamo non sia l’ultima, ma possiamo serenamente dire che Anderson con questa pellicola abbia decisamente cagato la viola, con eroi della rivoluzione afflitti dalle paranoie più conservatrici da genitori sciattamente e comicamente in vestaglia, che pretendono di essere autorevoli, senza preoccuparsi nemmeno un secondo di dare il buon esempio e rambo cazzutissimi, arrivisti senza scrupoli e cuore, che essere sopravvissuti oltre ogni ragionevole dubbio, si fanno fregare nel più banale dei modi dalla propria cieca e sconsiderata vanagloria.
W la revolution, ma per non fare torto a nessuno anche un po’ San Nicola, perché qui si da un colpo al cerchio ed uno alla bote, se non fosse per il viso angelico di Willa, che riporta la stadera dalla parte degli unici possibili buoni: le nuove generazioni dietro cui non si spegne l’ardore rivoluzionario, che per fortuna continua ad albergare nell’anima della sempre più bistrattata gioventù, marginalizzata e castrata, quanto unica fonte di speranza per un futuro possibile di una civiltà ormai nel pieno della più devastante decadenza.

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