Vi piace Brad Pitt? E i film superadrenalici? Allora questa è una visione che vi consglio vivamente. Se invece il bellissimo e secondo me bravissimo, attore originario dell’Oklahoma non vi sta troppo a genio e l’azione non è il vostro forte, il suggerimento è quello di stare a casa, perché direi che non v’interessano i due capisaldi di una pelliccola, altrimenti senza sussulti; anzi, oserei dire banalotta e quindi noiosona.
Dire noioso di questo film è probabilmente un ossimoro, ma in effetti se si tolgono le scene convulse ed adrenaliche legate alle gare, rimane davvero pochissimo, anzi, tantissima banalità.
Sì perché la trama è abbastanza trita, per non dire pacchiana, con tutti gli stereotipi messi al punto giusto, nel momento giusto e ostentati senza vergogna. La storia è talmente patinata e holliwoodiana da essere spesso lontana dal realismo. Ma il cinema non deve raccontare necessariamente delle verità e quindi può essere preso anche in maniera più leggera o addirittura con somma indulgenza, basta che ti faccia passare un paio d’ore di spensieratezza o di tachicardica partecipazione. Ecco, altro piccolo appunto: un paio d’ore forse sarebbero bastate. Quei trentacinque minuti in più, forse diventano un po’ tantini, proprio alla luce del giudizio prima espresso sulla trama.

Sicuramente non è nemmeno un film per gli amanti veri della Formula 1, mondo decisamente oscuro a chi vi scrive, ma non a suo figlio, che presente in sala mi sussurrava dei “ma non è così” o mi fulminava con sguardi che dicevano “ma no, ma no!”, dall’alto della sua passione adolescenziale e dunque filo fanatica per i dettagli dello sport motoristico più celebre al mondo e di cui è autenticamente “intrippato” (ancora non mi spiego perché, ma va benissimo così). Insomma troppe cose non tornavano anche a me, che per l’appunto non ci capisco quasi nulla e quando parlo di Formula 1, preferisco farlo ricordando tutte quelle volte che con gli amici siamo andati in bicicletta fino a Fiorano, dopo che avevamo sentito arrivare col vento il rombo della Ferrari di Berger o di Alesi, dritte dentro ai nostri trascinati pomeriggi al parchetto.
Le scene di gara però sono davvero spettacolari e ti fanno entrare letteralmente nell’abitacolo coi piloti. Alcuni di quelli veri sono anche fugaci protagonisti con cameo quasi sempre silenziosi, a partire da The King Hamilton (che compare anche nella lista dei produttori della pellicola).
Che Brad Pitt fosse appassionato di motori, lo sapevo e credo che abbia portato in questa storia il modo di viverla di un tifoso sognante, che forse ha poco o non ha nulla a che fare con la vera Formula 1, ma che grazie anche al suo indiscutibile (anche se qua un po’ troppo patinato), carisma, proietta i sogni quasi infantili di chi vede ancora in quei bolidi dei mostri sacri e in chi li pilota con sprezzo del pericolo, delle semidivinità. Una visione che probabilmente si sposa meglio con la formula uno dei tempi andati, che non con quella dominata dal marketing e dalla tecnologia dei giorni nostri…e credo che in tutto lo sbrodolamento di melassa morale e un po’ troppo yankee che ricopre l’intera sceneggiatura del film, questa sia l’unica cosa che noi rimastoni possiamo apprezzare. Anche e proprio perché, pensandoci bene questo scontro fra i protagonisti, con quello vecchio che insegna come si sta al mondo a quello giovane è solo biada per le fauci dei nostalgici come me, dei bei tempi andati e che per fortuna, non tornano più. Perché il giovane sa in che mondo vive, noi rimastoni invece proprio no.
Bello ricordare, anche senza mai citarlo, un pilota come Martin Donnely. Ottimo talento dimenticato dopo che la sfortuna lo ha forzatamente allontanato dalla F1, in un epoca in cui, purtroppo, su quelle meraviglie d’ingegneria, era ancora troppo facile morire. A lui andò tutto sommato bene e le scene originali del suo incidente, usate (immagino col suo consenso, altrimenti non sarebbe cosa buona), rituffano proprio in quel mondo spettacolare, sì, ma che poteva buttare all’inferno in pochi millesimi di secondo a trecento e passa all’ora.

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