Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


Trekking Anello Febbio-Vetta Cusna-Passo Vallestrina-Pianvallese – 06/07/2025

Una palla rossa nel cielo, ancora mezza coperta dell’orizzonte, ma che si alza a vista d’occhio, proprio là in fondo, nella fessura della Val D’Asta, fra il Monte Torricella e il piccolo ma rognoso Monte Penna. Guardo fuori dalla finestra sul lato est della casa, poi apro quella sul lato sud e vedo imponente il massiccio del Cusna che sale a vertigine fino alla punta del naso del gigante. Sono da poco passate le 5 e mezza del mattino e dopo un paio di uova e qualche mirtillo, finisco in mezzoretta i preparativi, poi carico sulle spalle il consunto, ma imprescindibile zaino rosso della Burton, afferro le bacchette e scendo le scale. Il silenzio del paese era stato rotto pochi minuti prima dai rintocchi del campanile, ora invece si riempie del canto degli uccelli che affollano la faggeta che attraverso nella luce tenue del mattino e la frescura dimenticata nelle roventi giornate a Piastrella Valley. Mi godo in pieno la sensazione di pace e senza forzare inizio a salire il sentiero per arrivare al rendez-vous con Daniele alla fontana del Rescadore, dove arrivo in circa 15 minuti percorrendo il CAI615. Mi tolgo subito la giacchetta da trekking, perché la temperatura è elevata anche lì a oltre 1100 metri e quando sono solo le 6 1/2. Rifornimento di acqua e via a prendere il CAI 609 in direzione Peschiera Zamboni con il mio compagno di camminata (sodale da almeno tre edizioni anche della Sassuolo/Febbio).

Il meteo dice che probabilmente ad attenderci, lassù, ci sarà molto vento e non è da escludere qualche goccia di pioggia. Per ora le nuvole paiono piuttosto innocue e rade, ma il cielo scompare quasi totalmente alla nostra vista, una volta immersi nella fitta foresta che dopo la svolta a sinistra ci immette sul CAI 617, poco prima di incocciare con l’esuberanza del Rio Grande. Se dovessi eleggere il mio sentiero preferito per salire in vetta, non avrei dubbi: è questo. Duro, severo, non molla mai la presa se non per brevissimi tratti in falsopiano, dove riprendere un po’ fiato dalla pendenza costante, implacabile e spesso molto impegnativa: ma è proprio questo il suo bello, l’impegno che ti richiede e la fatica per poter godere di posti fuori dal comune, anzi, a mio parere fra i più belli dell’intero Appennino. L’afa ci fa sudare, anche se quando arriviamo in un tratto di sentiero allo scoperto, sull’arenaria sbriciolata dalle intemperie millenarie, possiamo vedere che il sole è coperto da nuvole sottili e lattiginose, che si allargano anche a nord verso la pianura. Il profumo del ginepro si libra nell’aria che inizia a muoversi un po’, ma senza troppa convinzione. Una pausa per raccogliere qualche gallettone, cresciuto proprio in mezzo al sentiero, dove una vena tiene costantemente bagnato questo tratto di via e poi via prima che la tentazione di fermarsi a cercar funghi faccia saltare il programma dell’escursione, che al momento è si è no all’inizio.

Entrambi subiamo la durezza del percorso, che finalmente arriva all’altezza dei prati delle Mardonde. La vista qui si apre su un cielo ora sempre più grigio e su sventagliate che asciugano velocemente il sudore della dura salita che ci ha fatto guadagnare poco meno di 500 metri di dislivello nella prima oretta di cammino (giusto qualcosina in più). Beviamo un po’ d’acqua e ci riposiamo qualche istante. ” Se poi il tempo peggiora” diciamo “possiamo sempre tornare indietro”, ma lo diciamo un po’ come atto scaramantico, nella speranza che questo non debba mai accadere. A volte tocca rinunciare, ma speriamo proprio che non sia questo il caso. Ripartiamo attraversando un paio di pratoni, dove l’erba alta suggerisce di alzarsi le calze fino alle ginocchia, per evitare brutte sorprese.

Ci stiamo infilando nella gola stretta fra le verticali della Carcamogena a sinistra e il Monte Contessa sulla destra. Ancora un tratto di bosco, poi eccoci alla svolta a destra, a novanta gradi per attraversare il Fosso degli Arati, nato solo poche centinaia di metri sopra a noi e duqneu, qui, poco più che un sottile rivolo di cui si sente in sottofondo il costante gorgogliare fra le rocce levigate nel tempo. Ed eccoci allo scoperto, definitivamente, o meglio, almeno per diverse ore a venire. Il cielo è sempre più grigio, ma per ora non minaccia. Siamo preoccupati per l’evolversi del tempo e cerchiamo di consultare i meteo radar ed i siti di informazione meteo. Alcuni dicono che dobbiamo stare sull’attenti, ma che probabilmente, come al solito, il massiccio del Cusna farà da spartiacque allontanando il maltempo in risalita dal tirreno. Poi il segnale non ci supporta più e ci tocca rinunciare a questo supporto. Si ipotizzano anche eventuali variazioni sul tragitto, ma è ancora un esorcismo, più che un vero voler cercare alternative.

Proseguiamo lungo il sentiero che qui sale senza complimenti verso la Borra. Il sasso a piramide che dal basso sta proprio nel centro della piccola valle scavata dal torrente, è sempre più vicino, ma cammina, cammina non arriva mai. Basta girarsi indietro per capire che ogni passo è quasi in verticale. Si sale di quota rapidamente, ma con grande fatica. Le mie gambe corte non aiutano nei passaggi in cui i gradoni diventano alti fra il mirtillo, le margherite, il ginepro e l’erba che ora viene squassata con più decisione dalle prime raffiche di vento vero della giornata. Sia io che Daniele ammettiamo che il sole coperto e l’aria frizzante ci stanno aiutando a salire: l’anno precedente qui il caldo intenso aveva messo in crisi l’amico Cesare e anche i giovani ragazzotti che erano con noi due. Oggi siamo solo noi, ma a quanto pare la crisi è il prezzo da pagare. Azzardo nel dire che forse stiamo tenendo un passo piuttosto veloce, ma tutti i nostri discorsi e i nostri dubbi sul meteo vengono sopraffatti dalla bellezza del vallone della Borra, che si apre al nostro stupore. La vetta del Cusna è lì sopra, sulla sinistra e la salita verde e costante proprio di fronte. Ora però ci possiamo concedere un centinaio di metri sul morbido fondo erboso che sale dolcemente, prima dell’erta verso il crinalino su cui si congiungono i percorsi del CAI617 e il CAI 619.

Arriviamo dopo alcune pause per riprendere fiato, sempre molto corto, al cospetto del segnavia: a sinistra in basso si passa sotto il nasone del gingate percorrendo il CAI607/A, a destra si scenderebbe per il CAI609 e a sinistra, verso l’alto, ecco la ripida salita verso la vetta. Di fronte a noi le nuvole non permettono di andare troppo lontano con lo sguardo, ma sono ben visibili il Prampa, il Cisa, il Bagioletto e l’ha in fondo, annebbiata dalla foschia la Pietra di Bismantova. Fa sempre impressione vederla da qua, così piccola, come un sassolino piantato a guardia della Valle del Secchia e dell’inconfondibile strettoia dei Gessi Triassici qui però coperta proprio dal Prampa.

Appena giunti sul crinalino, pare evidente che il panorama non sarà il pezzo forte della giornata. La vetta è coperta dalla nebbia che turbina, lasciando a tratti visibilità più a lungo raggio, per poi richiudere la visuale in pochi secondi. Di poter arrivare con la vista alle famigliari forme del Gendarme, del Cavalbianco non se ne parla proprio: oggi ci si deve accontentare della memoria risalente alle altre escursioni lungo questa via. Ora anche il vento inizia a imporre qualcosa in più della maglietta a maniche corte, che solo una quarantina di minuti prima, nell’afa del bosco, sembrava quasi di troppo diventa così consigliabile vestirsi un po’, perché il vento fa crollare la temperatura di diversi gradi.

Ci concediamo una pausa proprio qui, mangiando un po’ di frutta secca e bevendo dalle borracce l’acqua raccolta alla fontana del Rescadore, ma che parte proprio da qui. Giusto una decina di minuti scarsi, prima di armarsi del coraggio necessario per salire la durissima salita su fondo sassoso. Le nuvole basse non permettono di vedere più in là di 200/300 metri e dopo il taglio a destra verso la salita finale per la vetta, vediamo spuntare gli sgargianti colori delle giacche da montagna di un gruppo di escursionisti che scendono chiassosi e pimpanti in direzione opposta alla nostra. Ci salutiamo reciprocamente senza fermarci. Poi un signore sulla settantina, che pare in solitaria, col quale scambiamo a distanza alcune battute “dai che siete su!”. Nei pressi dell’ultimo segnavia posto sulla cresta che strapiomba verso la Costa delle Veline, percorriamo le ultime centinaia di metri del CAI607. Una ventata spalanca la vista sull’inconfondibile croce metallica posta sulla vetta e dopo 2h30′ quasi esatti dalla partenza dal Rescadore, eccoci immersi nei farinelli che come una marea verde inondano la terra più alta della privincia di Reggio Emilia: quanti buoni tortelloni ad aver pazienza e voglia di raccoglierli. Siamo a 2121 m, come recita la targa apposta sulla croce, che per l’ennesima volta e a solo dopo una cinquantina di giorni dall’ultima volta, torno ad accarezzare nel mio gesto abituale in arrivo in quella che è ormai quasi casa.

Siamo solo io e Daniele e di questi tempi non è cosa da poco essere qui senza nessuno intorno. Il tempo non proprio perfetto e l’orario (non sono nemmeno le 9 1/2 del mattino), sicuramente hanno favorito questa circostanza, che ci godiamo nonostante il grigio non lasci praticamente spazio alla vista. Niente Alpi Apuane e tanto meno Golfo di La Spezia, oggi, ma nemmeno Monte Prado e Val d’Ozola…di tanto in tanto, come per magia, appare qualche spezzone della costa delle Veline e del Crinale che fra non molto percorreremo, in direzione sud/est. Ovviamente la soddisfazione non manca per essere arrivati ancora una volta fin quassù, attraverso la via più impegnativa e a testimonianza di quanto avevo detto col mio compagno di camminata un’oretta prima, con un passo davvero niente male “ecco perché eravamo in affanno durante tutta la salita”…

Facciamo le classiche foto di rito, che mandiamo in giro tramite messaggi, per far sapere che siamo vivi, per vantarci con gli amici o per dire che qui sopra è sempre bellissimo anche se il tempo non è dei migliori e che sarebbe bello poter condividere questa sensazione con le persone a cui si tiene, ma che non sono qui. Ogni tanto arriva qualche folata di vento più intensa delle altre e dopo poco più di cinque minuti, iniziamo a chiederci se non sia il caso di procedere. Normalmente avremmo preso la direzione da cui siamo sopraggiunti, per tornare al crocevia sotto la vetta e svoltare a destra per percorrere il sentiero CAI 607/A e ricongiungerci al CAI 607 , che scende a picco dalle roccette del Cusna. Sono anni che non le faccio, soprattutto in discesa, ma so anche che con la dovuta attenzione e prudenza, possono regalare emozioni senza particolari rischi. Daniele non le ha mai fatte…e così ci troviamo in pochi istanti di fronte al primo tratto superscoperto di questo suggestivo sentiero marcato EE (non ci porterei mai qualcuno che soffre di vertigini o che non sappia muoversi agilmente e con esperienza in montagna, perché effettivamente qui non è facile sbagliare, ma se lo si fa non si hanno molti margini).

Scendiamo piano, sui gradoni creati dalle rocce che calano a picco. Apro la strada e quando mi giro per capire come Daniele stia affrontando la sua prima su questa impegnativa via, vedo nella sua espressione quello che io sto provando e gli dico “Oh, magari ci danno dei matti, ma io qui sto da dio! Sai proprio la felicità…se mi chiedono cosa intendo per libertà, penso a questo” lui annuisce con un sorrisone e un laconico “Anch’io…è uno spettacolo”. Quando stiamo per terminare il primo dei due speroni rocciosi, incontriamo un altro escursionista che agile sta salendo. Avevamo preso una variante forse troppo pericolosa delle due possibili e così torniamo sui nostri passi per una ventina di metri, nei pressi di due denti rocciosi, che separano dal dirupo, coperto ora dalle nuvole che poco sotto, sfrecciano tagliandoci la strada. Il vento continua a giocare con le nuvole e nel vedo non vedo. L’aria fresca entra nei polmoni a rinvigorire un senso di libertà che come dicevo poco prima a Daniele, solo in posti e in situazioni come questo riesco a sentire. Due chiacchiere sulle condizioni del tempo con il nostro causale incontro e poi lui su, noi giù.

Non mi faccio mancare una bella botta contro una roccia appuntita, che mi procura una piccola contusione; bastava avere le gambe leggermente più lunghe, ma si deve fare con quello che si ha. In alcuni passaggi per evitare ogni rischio, mi siedo, butto avanti le bacchette e mi sostengo con entrambe le braccia, prima di saltare i gradoni più alti. Girandosi indietro la parete pare quasi verticale, anche se la visibilità non permette di andare oltre alcune decine di metri e quindi di vedere nel complesso il dislivello appena fatto. Dopo un breve tratto praticamente sul pari, parte la seconda e ultima discesa, più corta, ma decisamente più impegnativa della prima.

Una volta ai piedi del secondo sperone roccioso, eccoci a ricongiungerci con il CAI607/A che arriva dalla nostra sinistra. Di fronte a noi un po’ di salita, per arrivare fino ai piedi del tondeggiante Sasso del Morto a quota 2076 m in poco più di 15 minuti. Qui incontriamo altri escursionisti, che come noi cercano di ripararsi al meglio dal vento che sta crescendo d’intensità. Solo nei tratti che offrono protezione dal lato sud riusciamo a riposare un po’ le orecchie dal rumore costante che entra nei cappucci e a volte ci impedisce anche di parlare fra noi.

Alle 10.15 spaccate giungiamo all’ormai abbandonato Rifugio Emilia 2000, dove è ancora in piedi il vecchio impianto, che tante volte ho preso per godermi i canaloni coperti da invitanti coltri di neve fresca. Ora fa un po’ tristezza vedere tutto in rovina e il tempo lugubre non aiuta. C’è un progetto di riqualificazione che onestamente spero vada in porto: non tanto per l’inverno, ma per l’estate e soprattutto perché altrimenti non penso che nessuno verrebbe a togliere quello che ormai è un rottame. L’impianto c’è già: tanto vale ce ne sia uno funzionante, anche per aiutare l’economia certamente non florida della mia amata Febbio e dintorni.

Troviamo una porta aperta…entriamo da quella che un tempo era la cucina del rifugio. È tutto sottosopra, ma la sala coi suoi tavoloni in legno è praticamente intonsa. L’ululato delle violente folate di vento entra dalle fessure dei serramenti disastrati, ma qui si sta decisamente più tranquilli che fuori. Ci sediamo a mangiare un po’ di cioccolata e di frutta. Mi metto su una panca e mi soggiunge un flash: proprio in questo tavolo, tanti anni prima avevo bevuto una birra con un gruppo di amici, mentre si tornava proprio da un’escursione in vetta, con partenza dalla sbarra del Rio Lama. Quanti anni sono passati… Riusciamo anche a scambiare due chiacchiere, cosa quasi impossibile a causa del vento forte nell’ultimo tratto.

Ci riposiamo per 1/4 d’ora buono, prima di uscire di nuovo in balia del vento che non lascia vivere. Di fronte a noi si srotola l’intero crinale, che di lì a poco ci porta ai 2070 metri del Monte Piella (i piedi del gigante). A destra le nuvole continuano a giocare col vento e assieme a noi assiste allo spettacolo un branco di cavalli, fermi a pascolare nel bel mezzo della Costa delle Veline, poco prima del punto in cui la prateria lascia il posto alla faggeta che copre i primi zampilli del torrente Ozola. Sulla sinistra, dove è più limpido, possiamo riconoscere senza problemi le nostre case del Rescadore e di Febbio. Sopra le Spiagge Belle resiste anche una piccola chiazza di neve. Lo spettacolo delle ampie fioriture completa un quadro che lascia a bocca aperta: dominano il giallo, il bianco e il viola. Passo di qua diverse volte l’anno, ma ogni volta non smetto di stupirmi della meraviglia.

Di fronte a noi, spunta il profilo del Vallestrina e la lama a V che lo collega al Ravino, poco sotto il Passone. La discesa dal Piella verso la cima dell’Angelo, che ci riporta anche se di poco sotto i 2000 m, è complicata dal vento teso, che qui raggiunge la massima intensità dell’intera giornata. Le folate più violente addirittura mi spostano. Pensiamo solo a camminare, anche perché comunicare o fare altro è praticamente impossibile. Incappucciati, teniamo spesso stretta la visiera del cappello, per impedire di vederlo volare via assieme alle nuvole che ci sbattono contro veloci. Il fondo pietroso impone anche attenzione per evitare brutti movimenti delle caviglie parecchie provate. Purtroppo un incidente in moto di un paio di mesi fa mi ha lasciato strascichi proprio ad un ginocchio ed ad una caviglia, che ora si fanno sentire e non certo per ringraziarmi. Sorridendo fra me e me penso di nuovo, che meglio fare fatica e sentire un po’ di male, che non venire più qua: perché è bellissimo e le condizioni in cui camminiamo, da una parte iniziano a snervare, ma dall’altra fanno sentire tutta la potenza di questi luoghi.

Siamo ora nel verde declinare verso le Veline e quasi all’altezza del Passone. Il vento rispetto al tratto in discesa dal Piella, è quasi una carezza. Prendiamo fiato intrattenendoci per qualche istante con una coppia di escursionisti che ci chiede come sia sul Crinale. “Si vola via!”. Ringraziano per la poco confortante notizia, ma ripartono e noi facciamo lo stesso in direzione opposta e in pochi minuti arriviamo alla croce in tubi del Passone. Qui il vento torna ad essere violento e tac: ecco il mio cappello che in un attimo di distrazione, vola via. Per fortuna riesco a recuperarlo prima che una nuova folata me lo porti alle sorgenti del Fosso delle Tie. Vediamo diversi puntini colorati che salgono il duro sentiero del Passone e incontriamo fugacemente altri escursionisti appena giunti dal CAI615, il cui percorso possiamo vedere serpeggiare alla nostra sinistra. Noi decidiamo di proseguire verso il Passo Vallestrina e così ripercorro la stessa via che avevo raccontato sempre in queste pagine poco più di venti giorni fa.

Anche quel giorno in solitaria, che mi portò fino alla vetta del Vallestrina, grande protagonista era stato il vento, che non ci molla fino all’imbocco del passo omonimo alla Cima che vediamo di fronte a noi nella sua imponente striatura fra roccia e il verde degli arbusti, i mirtilli e l’erba che tenaci crescono praticamente sulla verticale. Daniele aveva epresso il desiderio di andare proprio sul Vallestrina, altro luogo inedito per lui. Vuoi per il vento che ora ci ha ormai sfiancato, vuoi per la stanchezza che dopo ormai 4 ore abbondanti di cammino, con più di 1000 metri di dislivello, pesa sulle nostre gambe, vuoi per il mio ormai palese marcare sul lato destro per gli acciacchi articolari prima descritti, insomma senza nemmeno chiedercelo, ci infiliamo nella stretta feritoia che si apre sulla bellissima conca, fin giù dove sappiamo esserci il Bivacco Zambonini, fin da prima programmato come luogo per la sosta pranzo.

Appena al di sotto della linea di crinale incontriamo un’altra coppia di escursionisti che sale: ci chiedono le condizioni del vento, che lì si è trasformato in poco più di una brezza. Anche con loro, molto onestamente diciamo che oggi si vola via. “Vi basta arrivare lì, per capirlo” e indico il segnavia del passo che è sopra le nostre teste di una decina di metri a poco meno di 30 metri di sentiero. Quando arrivano su sì sente lui imprecare a testimonianza che oggi lassù, si vola via.

La discesa oggi mi fa penare più del solito ed anche Daniele inizia ad essere provato. Non vediamo l’ora di poterci riposare un po’, ma mancano ancora almeno 150 metri di dislivello da fare in poche centinaia di metri di percorrenza. Per fortuna arriva presto il fondo meno sconnesso e il sentiero inizia a spianare dove da i suoi primi vagiti il Fosso Pra Grande. Riempio una borraccia alla fonte, mi godo i mazzi di spettacolari margheritone che svolazzano nel vento che ha ricominciato a spirare con forza. Tempo una mezzoretta ed eccoci finalmente al Bivacco. Ci sediamo sulla panca esterna e finalmente prendiamo dagli zaini quanto ci eravamo preparati per il nostro pranzo al sacco.

Anche qui, riparati dalla rigogliosa foresta, c’è un po’ di vento, ma entrambi concordiamo che una bella pausa ci sta proprio bene e così, cullati dal rumore dell’acqua che scorre a pochi passi e dalla pace che ci circonda, dopo aver finito di mangiare, ci concediamo un po’ di relax, finché le nostre leziose chiacchiere non vengono interrotte da un boato che arriva proprio da dietro il Vallestrina. Il cielo s’è inscurito e questo tuono, per quanto all’apparenza non vicinissimo, ci mette in allarme. Abbiamo ancora una quarantina di minuti di cammino prima di arrivare almeno al Rescadore e avendola schivata fino a quel momento, preferiamo evitare la lavata quando ormai siamo a chiusura di giro. Raccattiamo le nostre cose e con netto anticipo rispetto alle intenzioni ci rimettiamo in cammino. Scegliamo per il rientro di proseguire lungo il CAI611, fino alla deviazione lungo il CAI611/bis. Il primo tratto di discesa è davvero antipatico, per la pendenza e il fondo sconnesso, ma dopo alcune centinaia di metri possiamo goderci una discesa più morbida e all’interno della bellissima faggeta. Impossibile non ripensare al fatto di averla percorsa anche poche settimane fa, anche in quel caso con il tempo che minacciava pioggia, ma soprattutto con grande felicità.

Chiacchiere rilassate e il passo aiutato dal percorso senza mai strappi o sussulti particolari, sull’ampia carreggiata che ci porta così fino alla bellissima area di Pianvallese. Qualche goccia ogni tanto, che però non c’impenserisce, anche perché la cupola della vegetazione ci protegge da questi timidi piovaschi intermittenti. Un taglio nel bosco di quelli da “local” ed eccoci sulla strada che scende verso la zona della partenza degli impianti. Quando siamo a poche centinaia di metri dall’agognato Bar, la pioggia inizia a prendere intensità, ma noi, ormai siamo in salvo. Ordiniamo le prime due birre a Vanessa quando alcuni stanno ancora finendo il pranzo ed una combricola di ragazzi festeggia sguaiatamente un compleanno, occupando tutta la terrazza, a cui agognavamo. Poco male: ci mettiamo a sorseggiare IPA e sgranocchiare noccioline seduti sui gradoni dell’ampia scalinata in palladiana, che immette al rinnovato salone di Mony & Micky e godendoci la frescura che scaturisce dal temporale ora in atto. Ci perdiamo guardando le gocce pesanti cadere sul piazzale di fronte a noi. Qualche chiacchera con un conoscente di Sassuolo, che solo pochi mesi prima avevo incontrato proprio al Bivacco Vallestrina, tutto intento a grigliare con un paio di amici. I pensieri di quella bella giornata dello scorso inverno, si mischiano a quelli di quella appena trascorsa. Chissà a cosa pensa Daniele, che come me guarda nel vuoto, ma una cosa è certa e basta vedere il sorriso e la soddisfazione che abbiamo negli occhi: facciamo sempre lo stesso giro, ma ogni volta è davvero bellissimo e anche oggi non ha fatto eccezione. Chiudiamo con una seconda IPA, che “non vorrai mica dimagrire un etto, eh?”

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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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