La valle del Dolo è giallina per il sole del mattino e il fumo Canadese o chissà perché. Linee morbide di monti distanti a singhiozzo negli scorci che permettono di allungare lo sguardo più in là, mentre affronto le curve della SP9 in direzione Civago, senza fretta. Sosta per un caffè e dopo essermi lasciato alle spalle la cortesia del bottegaio, il sorriso della barista del ValDolo e il basso campanile in sasso, salgo verso la borgata di Case Civago. Un masso enorme e la voce del Dolo avvisano che da lì si comincia. Con stupore trovo il parcheggio vuoto. C’è solo un Signore con una discutibile camicia anni ’90 e il suo cagnolino che, ostinato nell’ignorare i richiami, sfugge a ritmo lumaca: credo di averli incontrati qui almeno altre tre o quattro volte negli anni passati. Una scena buffa, al rallentatore, con movimenti in slow motion da parte di entrambi, che si concludono con la “cattura” del cane disobbediente a due metri da dov’è iniziata due minuti prima. Ci salutiamo, loro ripartono sulla sgangherata punto grigia in direzione paese, io rimasto completamente solo, sorpasso il masso e m’infilo nel sentiero facendo anche per oggi affidamento sui miei scarponi e soprattutto sulle mie energie.

La carreggiata è invasa da sassi che franano regolarmente dalla parete scoscesa, su cui s’inerpica anche la Ferrata del monte Penna, ma per fortuna il primo tratto è completamente all’ombra e rinfrescato dal fiume che romba in fondo sulla sinistra. Non mi sento particolarmente in forma, anzi, le gambe sono un po’ pesanti e faticano a prendere il ritmo e una talpina morta in mezzo al sentiero non è proprio il migliore dei presagi. L’idea è quella di salire fino al Segheria e da lì al Lama Lite, poi sul Monte Prado e fare ritorno lungo la stessa via “ce la farò?”, mi chiedo intimorito dal primo approccio alle salite che fanno guadagnare rapidamente i primi 250 metri di dislivello sul migliaio totale che il percorso idealizzato prevede. Constato con un po’ di tristezza che dove una volta c’era una piccola sorgente, con tanto di boccale del viandante, ora c’è solo un rivolo che esce dalla costa terrosa, bagnando la zona circostante e il vecchio tubo asciutto e ora inutile. Lì termina la prima parte di salita nei sassi che pretendono una marcia concentrata per evitare di scavigliarsi.

Mi stupisco anche nel dover dare il passo ad un pick-up che sale, non si sa come, dove onestamente non mi verrebbe mai in mente di portare un mezzo motorizzato: immagino siano quelli del San Leonardo che portano provviste e materiali utili all’attività del bel rifugio in riva al Dolo. Per trovarlo si deve fare una piccola deviazione dal sentiero principale, ma quando ci arrivo in alcuni minuti, al bivio procedo e lo stop me lo concedo alla fontana con l’enorme abbeveratoio in cemento che poco dopo si incontra sulla destra. Sono partito da solo una mezzoretta, ma ho già iniziato a perdere liquidi e soprattutto ho già le fauci che reclamano freschezza. Bevo avidamente dal corposo getto d’acqua fredda che uso anche come refrigerante per braccia, collo e testa.
Sono così concentrato per capire come sono messo fisicamente, che per il momento non mi sono fatto distrarre da alcun pensiero particolare, poi, due farfalle nere (ma non erano frati…chissà che farfalle erano), rapiscono la mia attenzione e mi fanno compagnia, perché dopo il signore al parcheggio, non ho più incontrato nessuno. Arrivo con loro quasi fino al ponticello sul Dolo che porta sulla sponda sinistra del torrente e all’inizio della salita che da qui sboccherà sulla forestale delle Forbici, poco sopra al rifugio Segheria. “Qui capisco come son messo”, mi dico a voce alta e per fortuna iniziando a scarpinare mi rendo conto che non sto poi così male. La frescura della faggeta e del suono dell’acqua che in questo tratto di bosco non abbandona mai, aiuta una il corpo, l’altra la mente.

Prendo il bivio a sinistra dove si è ora “consigliati” a svoltare, dopo che una piena del torrente ha abbattuto il ponte che riportava sulla costa destra e sul tratto finale per arrivare al Segheria per il sentiero classico e leggermente più breve. Salgo e poco dopo il ponticello su uno dei fossi che scendono ancora impetuosi ad ingrassare il Dolo, mi fermo un attimo. Sento il pulsare del cuore, l’acqua che scorre e si perde verso il basso, il canto delgli uccelli. Chiudo gli occhi e cerco di fissare nella memoria questo momento, perché mi sento davvero bene, tranquillo, non euforico, ma felice…sì, mi pare proprio di non voler essere in nessun altro posto e in condizione diversa, in quel preciso istante. MI punge una zanzara e ritorno in me con un improperio.
Un’ultimo sforzo ed eccomi al cospetto dei cartelli che indicano Lucca a sinistra, verso il Forbici, Mantova a destra, verso il vicinissimo Segheria da cui non proviene fiato, nonostante siano già le nove e mezza passate. La cosa non mi dispiace, anzi, mi godo da matti il suono della natura, che è dominato dallo scorrere dell’acqua, che poco più avanti passa sotto il ponte d’ingresso al complesso del rifugio. Poco prima, sulla sinistra, c’è la partenza del sentiero 681 B, che conosco abbastanza bene ma prevalentemente in discesa. Lo utilizziamo spesso per rientri da remote e lontane battute autunnali nel periodo migliore dei funghi e come folgorato sulla via di Damasco mi ci infilo. Prima di avere la possibilità di cambiare idea o anche solo di ragionare su ciò che sto facendo, ho già percorso i primi insidiosi tornantini che fanno salire rapidamente di quota rispetto alla forestale. Rallento un po’, perché mi accorgo di averla presa un po’ troppo “allegra” e che così facendo mi sarei sfiancato a breve. Penso che posso addirittura prendermi una pausa per bere un po’ d’acqua che il caldo e la salita hanno prosciugato di nuovo la gola. Non appena accenno a rallentare, ecco un altro suono della natura di cui avrei volentieri fatto a meno: si tratta del sinistro sibilo delle zanzare che iniziano ad assaltarmi con ingordigia e famelicità. Bevo svelto, ma poi dopo aver menato qualche manata e sfogato qualche parola non proprio da salotto, mi tocca scappare per evitare di essere divorato.

Qui la salita è come le zanzare: impietosa. Il sentiero stretto e umidiccio, sale con la sponda alta del bosco sulla destra e le vallatine scavate dai fossi sulla sinistra; lo fa a zig-zag con punte di pendenza che fanno digrignare denti e piantare con decisione le bacchette nel terreno, quasi a volersi aggrappare. Finalmente un brevissimo tratto piano, di fronte alle suggestive e vivaci cascatelle che il torrente alla sinistra crea gettandosi a capofitto da una rupe che spacca il bosco in due. Per aggirarla si deve oltrepassare il fosso stesso e riattaccare con la salita per aggirare l’ostacolo tenendosi ora il corso d’acqua sulla sinistra. L’umidità è pazzesca e aumenta la difficoltà del respiro sovraccarico di fatica. Ma non mollo. Fuori luogo come un’acciuga su un panino alla nutella sento vibrare il telefono…mi chiama un’amica dal paese per questioni di servizio: rispondo col fiatone e cerco di tagliare corto, seppur con la dovuta cortesia, ma ora non è proprio il momento. Non tanto perché il fiato mi serve per continuare nella ripida ascesa, ma perché lì in mezzo alla rigogliosa faggeta è un peccato non poter continuare a godersi il silenzio rotto solo dal pulsare forte del cuore e dai suoni della natura.

Vedo le prime piante di mirtillo, belle carnose e verde intenso, pronte a regalare l’oro nero ai raccoglitori che fra qualche mese si chineranno a pettinare in lungo e in largo i pratoni che d’improvviso mi si aprono davanti agli occhi, quasi come un miracolo. Il sole, da cui fino a quel momento mi aveva riparato la foresta, mi investe d’improvviso, così come il blu del cielo che stacca netto poco sopra sulla linea del crinale, con il verde di cui sono ricoperti i Prati di Monte Vecchio. Faccio alcune centinaia di metri su una sottile traccia quasi scavata in queste rigogliose mirtillaie, fino all’incrocio con il CAI 633. Alla mia destra si prenderebbe direzione Lama Lite, alla sinistra Bocca di Massa. Ci penso su meno di un secondo e dopo aver immortalato lo spettacolo in cui sono totalmente immerso, mi avvio verso sinistra.

Ho già fatto questo sentiero alcuni anni fa, ma onestamente non ricordo quanto sia la percorrenza fino a Bocca di Massa: so che si deve girare intorno alla collina che ho di fronte per andare a prendere il sentiero zero-zero, che passa proprio poco sotto la linea di crinale sopra la mia testa. So anche che ci sarebbe un modo per tagliare, ma anche se oggi la modalità avventura pare aver soverchiato nettamente la modalità filosofia e saggezza, decido di non eccedere e procedo. Lo faccio pur sapendo che così facendo mi metto in condizione di avere almeno due ore di cammino e diversi metri di dislivello in più rispetto all’idea originale, già boicottata circa tre quarti d’ora prima nell’imboccare l’appena abbandonato CAI 681B.
Sono solo con il sole che randella e inizia a bruciare sulle braccia. Il verde è commovente, così come il ruscello largo circa un metro che devo oltrepassare per procedere verso le ombre dei monti dietro la foschia, che si stagliano sullo sfondo. Mi metto a cavalcioni con un piede di qua ed uno di là del flusso impetuoso e mi bagno per benino. L’acqua fredda dona immediato sollievo per la calura fuori stagione (o meglio quelle che erano le stagioni fino a qualche tempo fa, prima cioè che il riscaldamento globale iniziasse a presentare il conto i nmodo pesante e palese), specialmente qui a oltre 1700 metri di altitudine. Rinfrescato e rinfrancato dall’acqua riparto nel falso piano che prima costeggia una buca da scioglimento neve ormai prosciugata e a tratti passa negli avamposti estremi di faggeta e per sassaie che mi suggeriscono di fare rumore per evitare incontri con eventuali rettili: vedo muoversi la piantina di mirtillo davanti a me, a fianco del sasso che sto per utilizzare come appoggio e con apprensione mi freno; a correre via è però solo una bellissima, ma innocua lucertola: “peinsa té…n’argiantela!” sghignazzo prendendomi in giro e torno a godermi il verde penetrante, il canto incessante degli uccellini e la solitudine.

Da lontano inizio a riconoscere il segnavia di Bocca di Massa, con la costa che sto percorrendo che si va a fondere con il crinalino nella sella dietro la quale svettano inconfondibili le Alpi Apuane. Con un po’ di dispiacere vedo che si stagliano controluce anche alcune figure umane. Una sgobba sui pedali di una bicicletta, l’altro s’incammina con passo sicuro verso lo stesso segnavia che sto puntando io, ma arrivandoci dal lato sinistro, poi cambia idea, torna sui suoi passi e s’inerpica in senso contrario sul crinale che arriva dal Passo del Giovarello. Lo colgo da lontano in una foto di cui vorrei ringraziarlo per avermi fatto da modello inconsapevole, perché mi piace molto.

Quando arrivo vedo altre sagome in basso, sul sentiero che percorre il versante toscano. Fine della solitudine, insomma. Il ciclista va oltre l’incrocio nella stessa direzione che devo prendere io, ma dopo un po’, probabilmente scoraggiato dalla fatica, gira il mezzo e torna indietro e nell’incrociarmi saluta. Ricambio e vado oltre salendo per il sassoso sentiero. Poco sotto posso vedere la traccia evidente di quello dove stavo camminando in senso opposto prima di arrivare a Bocca di Massa ed ecco anche la pozza prosciugata, in basso a destra, che da qui sembra più grande. Di fronte ancora tanto sentiero, che ha come prima tappa il Passo degli Scaloni. Prima di arrivarci m’imbatto però in una vecchissima croce di ferro, con al centro una targa. Sono passato diverse volte di qua, ma non ricordo di averla mai notata. Mi arrampico sul masso sopra a cui l’hanno installata e leggo “Il 25/7/1959 rimaneva uccisa da un fulmine la Signora Longhi Estere a soli 34 anni lasciando il marito con 2 due figli” .

Giro lo sguardo verso il sentiero alto che discende fino ai miei piedi e visto che oggi siamo in vena di avventura, mi dico “perché no” e sono già lì che cammino in senso opposto a quello da cui arrivo, ma nel sentiero parallelo, che sale prima ad un anti cima, poi a quella effettiva del Monte Cella. Qui qualcuno, sul masso piantato proprio nel punto più alto, ha deciso di mettere una finta spada, per emulare la fantasiosa, ma celeberrima Excalibur. Fino a qui ero venuto anche l’anno scorso, a fine agosto, ma salendo dalla salita più ostica, cioè quella che prima ho schivato tenendo la via bassa. Inevitabile ripensare a quella magica giornata e anche ai bei momenti proprio lì. Ma non c’è troppo da starsi a perdere in pensieri, la strada è ancora tanta, soprattutto dopo questa deviazione fuori programma (come se ne esistesse ancora uno…).

Ridiscendo e arrivo finalmente al Passo degli Scaloni. Incrocio il modello della foto che come me ha deciso di salire sul Cella dalla parte più morbida. Ormai i cartelli che indicano le percorrenze (decisamente esagerate rispetto a quelle reali), sono sbiaditi e rovinati. Sono invece brillanti e meravigliose le genziane che sempre più spesso trovo a colorare il mio passaggio nel sentiero altrimenti brullo, sassoso e asciutto. Proprio qui un paio di folate di vento importanti, che accolgo con favore, visto il gran caldo e il sole a picco. Non c’è praticamente una nuvola e mi dico bravo nell’aver pensato di mettere una seconda borraccia d’acqua nello zaino, perché serve stare idratati.

Proprio ai piedi dell’ultima, impegnativa salita verso il Prado sento però una punturina in un polpaccio…oh no! Non qui. Il ginocchio e la caviglia destra dolgono da un po’, ma quello riesco a sopportarlo. Un eventuale infortunio muscolare, però, nel punto probabilmente più lontano della camminata di oggi vorrebbe dire essere davvero nei guai. Per fortuna così com’è arrivato, quel fastidioso pungiglione se ne va dopo meno di dieci minuti e senza mai far di più che preoccupare. Torno a guardare avanti a me, dove due escursionisti stanno arrancando sulla salitona che fra poco toccherà anche a me. Forse sono pazzo, ma mi scopro a parlare con una persona che non è lì con me, anche se probabilmente vorrei ci fosse, a quanto pare. Forse il passaggio al Monte Cella mi ha un po’ “stancato” e suggestionato. Quando me ne accorgo, mi metto a ridere da solo e, appunto, mi do del matto da solo.

Finalmente la salita finisce e ripenso a quando 10 minuti prima pensavo che ci avrei messo mezz’ora almeno per arrivare in vetta, ed invece eccomi lì quando il mezzogiorno è suonato da poco. C’è un po’ di gente, compresi i due escursionisti che avevo sempre come riferimento davanti a me. C’è inoltre un gruppo rumoroso che discute sul fatto che il Prado sia il terzo 2000 reggiano o il monte più alto della Toscana: ovviamente entrambe le cose, passando proprio sulla vetta il confine di Regione, ma li lascio scannare, perché di parlare con chicchéssia non ne ho voglia: mi sono già sprecato a parlare con chi non c’era e a richiamare giù santi e angioletti durante la salita appena fatta. Il sole brucia (e me ne accorgerò già dalla sera, sul collo, dove non ho messo creme protettive), ma mi concedo una pausa: sono veramente troppo stanco. Appena sotto la vetta resiste una chiazza di neve e nei pressi si sono accampati due escursionisti in relax. Il laghetto della Bargetana è una macchia blu con la solita riga scura nel mezzo, mentre il gigante dorme beato di fronte a me e io non lo posso ancora sapere, ma proprio in quel giorno mi serberà una sorpresa. Mangio un po’ di cioccolata, anche se il caldo l’ha sciolta e il pezzo di focaccia comprato alla bottega di Civago prima di partire: altro con me non ho, ma non ho nemmeno troppa fame, più che altro sete e bevo avidamente seccando di botto una mezza borraccia.

Pensavate che in questo racconto non ci fosse almeno una polemica o una riflessione? Eh, qui giunge il momento. Per chi non c’è mai stato, sul Prado c’è una lapide alta circa 30 cm e larga 50 con la scritta semplice: Monte Prado 2054 Mslm. Meraviglioso. Dietro le Alpi Apuane e da qualche anno a questa parte, di fronte, s’è venuto a creare un montarozzo di sassi, grazie agli escursionisti che piano, piano ne hanno appoggiato uno ad uno in modo spontaneo al proprio arrivo (fino a qualche anno fa, lo feci anch’io). Da un piccolo mucchietto , si è evoluto presto in un vero e proprio totem alto circa un metro e oltre ai sassi hanno cominciato a comparire bandierine e l’ahinoi immancabile crocefisso. Ora, ovviamente non ho nulla contro il crocefisso, perché Gesù mi sta anche abbastanza simpatico, pur non credendo che sia il figlio di qualsivoglia dio, ma ciò che non sopporto è l’arroganza di chi si prende la libertà di marchiare con un simbolo religioso un luogo che è di tutti. Passino le croci storiche, comprese ad esempio quelle a cui sono molto affezionato, come quelle del Cusna e del Ventasso: ma perché dover aggiungerne una anche qui? Mi pare davvero maleducato e appunto arrogante, perché per quanto il simbolo sia positivo, è comunque di parte e non rappresenta tutti. Non ci vorrei nemmeno una statua del Buddah per lo stesso motivo ed anche lui mi è simpatico, sia chiaro, ma chissà come mai non si trovano mai simboli di altre religioni, ma sempre crocefissi o madonnine (per la quale invece non ho poi tutta questa simpatia), anche dove non c’erano: i Cattolici che le hanno imposte hanno un problema e si chiama appunto arroganza, mancanza di rispetto di un luogo che vogliono marchiare, ma che dovrebbe rimanere neutro. Sono poco intelligenti, come tutti coloro che non sanno limitare le proprie convinzioni alla sfera privata, ma pretendono sia affermata universalmente.

Mentre penso tutto questo, guardo i bellissimi fiori bianchi che svolazzano col vento, che adesso porta un po’ di sollievo (ma in realtà ti frega, perché il sole non scotta di meno) e inizio a prepararmi alla discesa. Mi alzo, raccatto le mie cose e i due escursionisti di cui sopra, unici rimasti sulla vetta assieme a me (anche se il vociare annuncia l’arrivo di un nuovo gruppo), mi chiedono in Inglese di scattare loro una foto, con la lapide e il sottofondo delle Apuane. In realtà sono tedeschi e così ci scambiamo ringraziamenti e saluti in tre o quattro lingue. Divertente. Faccio il mio dovere con la foto, mi guadagno un dolce sorriso dalla Signora della coppia e prendo verso il lato opposto da cui sono arrivato, cioè in direzione Ovest. Le gambe stanno ancora abbastanza bene, ma so che la discesa fino al Lago mi farà soffrire. Già alla Sella di Prado mi godo una pausa, anche perché da questo lato è più ventilato, dunque un po’ meno caldo.
Do uno sguardo al Monte Castellino, poi però procedo nella parte più dura della discesa. Quando davanti a me non mancano che le ultime centinaia di metri per i riflessi dell’acqua del sempre più sofferente Bargetana, saluto un ciclista che spinge in su la biciletta e mi dico solo un laconico “Mah…”. Nel frattempo un gruppo a cavallo lascia le sponde inoltrandosi nella mirtillaia che prelude ai primi faggi dentro cui è immerso il bel rifugio omonimo al Lago. Mi vorrei fermare, ma c’è troppa gente per i miei gusti, anche se in realtà non così tanta. A quanto pare sto diventando un po’ misantropo, almeno per quanto riguarda la montagna, oppure sono solo invidioso di quella giovane coppietta che sdraiata in riva al piccolo bacino si tiene teneramente la mano, mentre sogna guardando dritta verso il cielo blu che ci sovrasta.

Mentre scendo lo scosceso sentiero verso la forestale incontro un gruppone di persone che discute animatamente: non si danno nemmeno il tempo di salutare (che anche questa cosa di non salutare in montagna mi fa capire che qualcosa d’importante nel turismo montano è stato lasciato indietro: anziché portare il bello della montagna dentro la gente, mi sa che la gente porti tendenzialmente il brutto della città su in montagna…). Calpesto un po’ rigido i massi che fanno da gradoni ed eccomi nel tratto in lieve salita che mi porta al Lama Lite. Poco prima un’ultima strenua lingua di neve, che non si capisce come possa resistere alla canicola: mi infilo nello stretto corridoio d’ombra che le prime piante proiettano sul lato destro della strada. Qui c’è anche un’altra targa alla memoria. La più recente delle tre viste oggi (ah sì, non ho parlato di quella che sempre mi fa più impressione appena sopra alla Sella Prado che ricorda Gianni e Tiziana, vista un’oretta prima). Risale al 2020 e ricorda Stefano Bonazzi. Scioccamente penso che anch’io vorrei una targa in questi luoghi, ma poi che m’importa: tanto mica lo vengo a sapere…

Il Passo di Lama Lite è sempre uno dei luoghi più suggestivi di questa zona. Il crocevia che apre lo sguardo sulla Valle dell’Ozola e tutti i monti che si susseguono sul filo del Crinale 00, la collinetta che copre il celeberrimo Rifugio Battisti e sulla destra l’imponenza del massiccio del Cusna con le sue Spiagge Belle (si chiamano così davvero eh…) e la Costa delle Veline che arriva, laggiù fino ai Prati di Sara. Qualche innocua nuvola rompe il dominio dell’azzurro e a farla da padrone è per ora ancora il verde intenso, anche se un po’ di “arsura”, inizia a notarsi soprattutto qui, dove nulla ripara dal sole. Come al solito qui è un via, vai di persone e così io mi dico “Via! Vai!”.

Eccoci di fronte ad un’altra scelta: che strada fare ora per rientrare a Case Civago? Mi fermo un attimo sull’imbocco del sentiero che porta diretti al Segherie passando per il Vallone sotto il Cipolla e poi lungo la valle dei Porci. Qui però, lo so bene, c’è una discesa di quelle che non mi sono mai state troppo simpatiche e così, dopo aver buttato un passo in quella direzione, lo ritraggo e procedo per andare ancora qualche decina di metri lungo la forestale ad infilarmi nel CAI 631 i direzione Ponte Rio Lama.

Prima d’addentrarmi nella faggeta, che proprio lì ricomincia rigogliosa (di solito la meraviglia è quando si sale e si esce dalla foresta e ci si trova di fronte alla parete del Cipolla e poco dopo allo spettacolare panorama prima descritto, giunti al Lama Lite), mi fermo a rispondere ad un paio di “escursionisti”. Paiono una coppia sui 40 anni: lui aitante e lei sofferente con palese odio per chi l’ha portata lì quel giorno. Dall’abbigliamento da passeggiata in centro città, pare palese che soprattutto lei non si aspettava quello che ha appena vissuto. Immagino la scena “dai andiamo al Rifugio a mangiare un pezzo di torta, hanno detto che è vicinissimo”, “ma sei sicuro? Mi sono messo la magliettina carina col pizzo, non vorrei rovinarla”, “ma no! vedrai che sarà lì dietro l’angolo: se ce l’ha fatta quel signore anziano non ce la facciamo noi?!?”. Mentre mi faccio questo (probabilissimo), film, lui con fare spavaldo ma gli occhi che chiedono “aiutami amico, sennò questa mi ammazza!” mi domanda (con la voce), se manchi molto al rifugio. Io chiedo se è il Battisti che cerca, lui annuisce, quindi lo conforto rispondendogli che sono quasi arrivati. Lei, che ha sudacchiato tutta la sua dolce maglietta coi pizzi, ringhia qualcosa tipo un “grsbr era ora…dbbmp…speriamo che sia vero”. Probabilmente hanno ricevuto informazioni che non hanno saputo rendere l’idea della reale entità del cammino che dovevano fare o le hanno volute sottovalutare (cosa che purtoppo in montagna succede ormai troppo spesso e costringe a soccorsi e recuperi di chi non ha capito dove stava andando e soprattutto che non era all’altezza di farlo). Comunque la zona non è pericolosa e il Rifugio è ormai davvero vicino, ma onestamente non vorrei proprio essere in quel ragazzone che ringraziandomi procede verso il Lama Lite, mentre io scappo velocemente all’ombra del bosco.

La temperatura, entrati nella faggeta, si fa finalmente sopportabile. Una leggera brezza asciuga il suduore sulle braccia cotte dalla violenza del sole. C’è ovviamente un po’ di umidità, ma finalmente tiro un po’ il fiato. Inizio ad essere veramente stanco, ma so che manca ancora un’oretta e mezza alla chiusura dell’anello. Avrei anche voglia di riposare qualche minuto e mi do come riferimento il Passo Diacciarini, che raggiungo non senza fatica in circa 20 minuti. Provo a sedermi su una radice dopo essermi tolto lo zaino dentro cui riposa la oggi inutile giacca (ma mai dire mai in montagna!) e non faccio in tempo a portare la borraccia alla bocca che, eccole tornare: le zanzare!
Niente, oggi non c’é pace, meglio continuare. Torno così sulla forestale dove incontro tantissimi che salgono con le loro biciclette, ma davanti e dietro me, nessuno. Torno un po’ ai miei pensieri e d’istinto butto di qua e di là un occhio per capire se il bosco è quasi pronto per regalare i preziosi frutti del sottobosco di cui sono ghiotto a tavola e appassionato nella ricerca. Ritorno poi ad imboccare il sentiero che si infila nel bosco a sinistra, poco dopo un faggio che ha fagocitato un cartello contro gli incendi: penso che ricordo abbastanza bene quando quel cartello lo avevano appena messo. Insomma, vengo da queste parti da più di tanto tempo. Flash di vecchie camminate su e giù da qui. La prima volta con mio figlio quando aveva appena 6 anni; tanti anni prima, in novembre quando le lacrime si mischiarono alla pioggia e quella ragazza che mi aveva incrociato stava quasi per chiedermi se avessi bisogno di aiuto, ma poi scappammo io di qua e lei di là per non vederci mai più (o forse sì, ma senza riconoscerci).

Arrivo finalmente al passaggio sul Rio Lama, dove si forma una buca trasparente in cui passando noto la mia immagine specchiata…chi è quel vecchio? Come avevo fatto ai Prati di Monte Vecchio, approfitto dell’acqua per rinfrescarmi: in pratica faccio una doccia. L’acqua fredda mi aiuta a riprendermi un po’ e mi da la spinta per proseguire. Manca ormai poco al parcheggio della sbarra, che è stato spesso il punto di arrivo delle mie camminate: questa volta no, anche se ammetto che mi piacerebbe.

Sfilo le macchine parcheggiate su bordo della strada e decido che per il rientro il sentiero più adatto sia il propseguimento del 631. Il tratto da qui a Case Civago lo feci solo una volta, talmente tanti anni fa che non lo ricordo quasi per niente. M’infilo a destra nel bosco quindi alla cieca e nella speranza di ricordare bene, che questo sentiero può risultare lungo e monotono, ma che non presenta discese troppo antipatiche, che in questo momento sono la cosa che mi preoccupa di più. Inizio il saliscendi lungo un sentiero che in effetti non ha mai particolari sussulti. Viaggia in costa seguendo la linea del monte, che lì scende verso la valle del Dolo. Poco dopo l’incrocio con il CAI 681 che porta verso il Passo della Volpe e Case Cattalini, finalmente un punto che rompe la monotonia, con il bosco che si apre su un terrazzino di grigia arenaria sbriciolata. Il sentiero procede virando a novanta gradi sulla sinistra, mentre di fronte si apre la vista sulla sponda opposta della valla del torrente, che ora si può sentire bene scrosciare sotto al verde dei faggi, laggiù, dopo il burrone che si trova a pochi centimetri dai miei scarponi. Da lì arriva anche un venticello ristoratore, ma anche la consapevolezza che per arrivare laggiù ne manca ancora un bel pezzo: forse più di quanto pensassi, ma per fortuna un po’ meno dell’ora e un quarto indicata sulle ultime tabelle segnavia. Ah Ettore! Guarda che se cerchi le tue cesoie le hai lasciate qui, veh! Appoggiate ad un albero vedo questo strumento di lavoro con su scritto il nome del proprietario, che mi riporta alla mente l’omonimo amico di Febbio scomparso da poco. Ettore Bianchi a cui dedico un pensiero e a cui ripenso per un po’ mentre scendo e mi dico che magari vado anche a trovarlo nel piccolo cimitero poco lontano dalla nostra nuova casa, visto che non ho potuto presenziare al suo funerale.
Quando il sentiero affianca i ruderi di quella che era la periferia di Case Dolo, mi metto a pensare a chi aveva il coraggio di vivere qui, abbarbicato sulla sponda di un monte. Conoscendo abbastanza bene la storia di questi luoghi e avendo letto alcune cose su questi insediamenti, immagino che qui si siano consumate le primavere/estati di carbonai, visto che si è troppo alti per le castagne e dunque per i metati e i pastori solitamente avrebbero scelto zone meno impervie e più vicine ai pascoli per i propri greggi. Vite di altri tempi: altro che non prende Internet…

Un pratone dall’erba lunghissima mi suggerisce di alzare il più possibile le calze, per arginare il rischio zecche e prendo anche un piccolo spavento quando alle mie spalle spunta in sordina un altro escursionista: chissà da quanto ce l’ho dietro. A giudicare dal passo nettamente più veloce del mio non molto: mi supera e lo vedo scomparire davanti a me prima ancora di arrivare al vicinissimo innesto sul sentiero 605, lo stesso che ho percorso ormai diverse ore fa in salita. Siamo a poche centinaia di metri dal Rifugio San Leonardo, quindi a circa venti minuti dall’arrivo, ma su una di quelle discese che come dicevo sopra, preoccupano…e giustamente.

Soffro come un cane per il fondo duro e sassoso. Cerco di non pensare a nulla, canticchio una canzone di Johnny Cash che suonava in macchina al mio arrivo e alla fine e con gran sollievo vedo finalmente le avvisaglie di fine sentiero: prima il cartello che avvisa della caduta massi su cui sono appiccicati adesivi di ogni sorta (compreso l’assenti presenti che sventola in Curca Sud ogni volta che la guardo dal mio posto allo stadio), poi una panchina e dopo aver ignorato la nuova deviazione del sentiero verso il fiume e l’area pick-nick, ecco il sassone, ancora ben piantato lì e poco più in là il giallo della Panda, ora attorniata da decine di altre macchine. C’è anche un po’ di via, vai di chi come me torna e di chi parte. Sono quasi le tre e mezza del pomeriggio e sono sfinito. Mi siedo su una delle malconce panchine a lato via, di fronte al muso dell’auto e prosciugo con avidità una bottiglietta d’acqua che avevo riempito al mattino: è miracolosamente ancora fresca, come l’aria che sale dal Dolo e che mi godo per qualche minuto a piedi scalzi (anzi, come avrebbe detto mia nonna “in scapinasc“), poi mi metto le scarpe e sistemo tutto in macchina prima di ripartire, verso la “mia” Febbio e il bel regalo del Gigante.

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