Da un po’ non descrivo più i giri in moto in giornata, soprattutto perché gli itinerari spesso si ripetono o si sovrappongono. Il bello di vivere in pedemontana è l’avere a disposizione i passi appenninici e quindi strade panoramiche, che portano in questo periodo a cavallo fra la primavera e l’estate, nel bel mezzo di tripudi di colore e quest’anno in particolare del verde che splende come da un po’ non si vedeva. Raccontare di questo giro vale però la pena, non tanto o solo per l’itinerario, ma soprattutto per ciò e chi ho incontrato lungo la strada.
Sono circa le nove del mattino e il sole arroventa già la palladiana del cortile, dove appoggio il cavalletto dell’acciaccata V85 per i preparativi. È di fatto la prima volta che torno in moto dopo quell’infausto 11 maggio in cui un ragazzino distratto ha deciso di farmi passare qualche ora in ospedale. Sono tranquillo, ma penso anche che non bisogna far passare troppo tempo prima di tornare a godersi la dolcezza delle nostre curve e così parto da solo alla volta della seconda casa di Febbio, ma penso che per raggiungerla i 60 chilometri della via più breve meritino una degna appendice.

Vado quindi in direzione Maranello, il traffico del sabato mattina mi mette addosso una sensazione di disagio mai provata prima. Ogni auto che mette fuori il muso o si muove dal parcheggio mi fa preoccupare e mi toglie un po’ la spensieratezza dell’aria sulla faccia. Sì, l’ombra della FIAT 600 che mi vedo ancora venire addosso ha lasciato oltre che una cicatrice, soprattutto degli strascichi dentro e la cosa mi da molto, molto fastidio, perché rischia di togliermi il piacere dello zingarare e perdersi come sempre nel dondolio delle curve e nei colori e nei profumi e nei ricordi…insomma quello che amo del girare in sella ad una moto.
La Giardini è piacevole, ma sinceramente non me la godo moltissimo a causa della tensione. Provo a concentrarmi sulla vista sui calanchi, ma non riesco ancora a staccare. Serramazzoni ha poi quell’incrocio maledetto…ci passo quasi fermandomi e beccandomi anche una sverniciata da tre bikers assatanati che mi spettinano le sopracciglia passando senza colpo ferire. Il peggio arriva però una volta a Pavullo. Il casino qui è infernale e inizio a chiedermi se valesse la pena passare il mio tempo libero così, in tensione. Finalmente passo quel girone dantesco di lamiere che vogliono infilarsi a tutti i costi ad ogni incrocio e carico d’ansia procedo in direzione Lama Mocogno. Lì dall’aeroporto di solito mi godo il bellissimo panorama che si apre sia a destra che a sinistra, ma c’è troppa gente a cui stare attenti per farlo.
Anche il tratto fra Querciagrossa e Montecenere, di solito divertente per le curve e piacevole per il panorama, si spegne nel posteriore di una Qubo Rossa che non mi da spazio e dietro la quale devo stare visto che sorpassare lì può essere molto pericoloso…viene con me fino a Lama e finalmente gira subito dopo il paese verso la SP40, mentre io procedo nel tracciato originale della SS12 in direzione Borra.
Ecco, qui finalmente rimango solo sulla strada. La vecchia direttrice è deserta e snoda le proprie curve fra i colori accesi della natura che esplode in queste prime giornate di caldo e asciutto dopo la primavera uggiosa e fredda che non ci ha mollato fino a poche settimane fa. Procedo piano, ma non pianissimo. Poi mi lascio andare e sempre senza correre rischi, cerco di godermi anche un po’ la ciclistica e la coppia del Guzzi che traballa di lato sotto la sella. Il sole è alto e nonostante l’altitudine l’aria frizzantina ha ormai lasciato il posto ad un tepore piacevole che si sposa perfettamente col giallo dei Maggio Pendulo, costante di questo tratto di strada…bellissimi ed effimeri nel loro colorare la vegetazione che appena si dirada lascia intravedere i pochi canaloni ancora innevati sul cono del Cimone, che chiude la visuale a sud, di fronte a me.
Finalmente riesco a farmi assorbire dalla guida e dai miei pensieri. Sono malinconici, ma almeno non sono preoccupati. Serena tristezza che appena mi si palesa alla consapevolezza, mi strappa quasi un sorriso: emozioni indecise. Sono ancora io con la moto e la paura degli altri (che qui in effetti non ci sono, perché incrocio si e no tre macchine fino a Pievepelago), non c’è più.
L’ultimo tratto di salita per il Passo dell’Abetone è molto tranquillo. C’è qualcuno in più a farmi compagnia, ovviamente, ma se si toglie la striscia beffarda sotto cui hanno posato probabilmente la fibra e che crea un piccolo solco sabbioso e insidioso a meno di un metro dal margine destro della carreggiata e da cui è preferibile stare alla larga, si viaggia in serenità. Saluti ai Bikers incrociati e strada a quelli assatanati. Io arrivo tranquillo sul piazzale e penso che sia il caso di fare una pausa: ho qualche pensiero che mi ronza per la testa già dai Km percorsi poco fa nel bel mezzo della selvaggia SS12 panoramica e ci tengo a metterlo giù prima di perderlo nelle nuvolette che sfilacciate volano in un cielo prevalentemente blu, poi mi scappa la pipì ed ho molta sete.
Prendo un caffè, una bottiglietta di fresca acqua gasata, vado in bagno ed esco dal bar. Scrivo sulle note del telefono i pensieri ronzanti e per fortuna sono ancora lì, senza rileggerle troppo, come sempre, per fissare l’istantanea del cuore le pubblico proprio su questo blog; poi senza nemmeno sedermi scruto le decine di moto parcheggiate e quelle che vanno e vengono. Ci sono anche tante biciclette. I motociclisti si raccontano storie, parlano con gli accenti più disparati di pieghe e di accelerazioni, i ciclisti di battiti cardiaci e di integratori. Io con un orecchio ascolto la tenue brezza che mi riporta le sensazioni di primavere vicine, ma che paiono provenire da un’altra vita e con l’altro loro, senza però interessarmi troppo a ciò che dicono. Cerco solo di incamerare buonumore, quello che sgorga dalle giornate passate a curare le proprie passioni. Ma la malinconia più la vuoi cacciare e più ti scava dentro.
Ma è venuto il tempo di ripartire e così, lascio l’ombra del portichetto, per iniziare a prepararmi alla partenza seguendo i cartelli stradali che indicano Lucca. Nel frattempo, scoppiettando, arrivano due “ferri” che battezzo dei primi anni ’70. Una è una Triumph 4 cilindri, 750, l’altra non lo ricordo, ma sono bellissime. Si fermano e i due centauri schizzano giù dalla sella come se l’energia dei pistoni si fosse trasferita direttamente nelle loro vene. Uno in particolare non si tiene e saltella come un bimbo felice. Ha due baffi che pare Vittorio Emanuele III e con il fu re d’Italia condivide anche l’accento. Vengono dalla zona di Torino, avranno fra i 65 e i 70 anni. Sono vintage e spacconi, pieni di vezzi svolazzanti in una divisa da motociclisti un po’ naif. Vecchie giacche in pelle e foulard. Come usciti da un film di altri tempi. Carichi come delle molle e hanno due meraviglie: scomode ma trasudanti emozioni. Mi trasferiscono la speranza di essere così fra 15/20 anni e anche una gran voglia di avventure in moto. Il Re guarda la mia moto, nota la ferita sulla forcella e mi chiede spiegazioni con gli occhi. Brevemente gli racconto il misfatto e lui serafico: “amico mio, sei qui di nuovo a goderti la brezza e l’emozione della strada su due ruote. Ti hanno già detto di vendere la moto?” ed io “due su tre di quelli a cui lo racconto” “beh se sei qua a parlare con me e con il mio fratello di strada, vuol dire che ci hai già pensato tu a mandarli a quel paese…non sanno di cosa parlano, vero?” “Vero”. Sono fantastici, mi incantano le moto, ma ancora di più il loro spirito. Mi chiedono una foto, eseguo, salutiamo, loro vanno al bar e riparto in discesa dalla parte opposta rispetto a quella da cui sono venuto.
Questo incontro mi ha dato tranquillità e anche quel “non sanno di cosa parlano”, una risposta a qualche dubbio che inevitabilmente ti viene dopo certi episodi. Vuoi mai dire che invece io sia davvero fra quelli che non la sanno spiegare come si deve, ma sa esattamente di cosa si sta parlando?
Mentre scendo i tornanti stretti immersi nell’ombra della rigogliosa faggeta penso che non faccio da un pezzo il taglio da Pian degli Ontani. Se hai voglia di passeggiare in una cornice pazzesca quella strada può davvero ragalare molto. Purtroppo quando arrivo alla deviazione la strada è chiusa e così deluso, ma ormai sempre più avvezzo al fatalismo, continuo ad inseguire un ciclista che scende a rotta di collo per le curve fino a La Lima. Sarebbe stato bello passare di là, ma se non si può cosa ci vuoi fare? Non si può correre dietro e sprecare così tempo per l’impossibile. Sale il caldo e sotto la torretta di Popiglio mi apro un po’ la giacca, poi è venuto il momento d’infilarsi nella stretta e tortuosa feritoia scavata dal Torrente Lima. Un vero e proprio canyon dove c’è giusto il posto per la strada e qualche costruzione abbarbicata o mezzo sospesa sulla scarpata che sulla sinistra porta allo scorrere dell’acqua. Vado di passo costante ma disegnando bene ogni singola traiettoria, di modo da non dover praticamente mai toccare i freni. Un’ altra Qubo, questa volta arancione, viene un po’ a rovinare l’armonia, così come i diversi semafori per la circolazione a via alterne che costellano questo tratto di strada. Vedo anche un signore che si gode la frescura delle acque: dentro ad una buca, alcune decine sotto il livello di passaggio della strada, lui se la gode spaparanzato, mentre io inizio a sudare.

Il peggio arriva nel budello stretto di Bagni di Lucca, dove un semaforo decide chi va e chi aspetta. Purtroppo io arrivo nel momento sbagliato e mi tocca aspettare, parecchio. Dopo un paio di minuti sento l’inconfondibile clan-clan-clan della frizione a secco arrivare da dietro e mi si affianca un ducatista tutto tirato di pelle e con la pelle probabilmente molto stressata da costanti bagordi che rendono la tuta da moto un palloncino rosso. Si gira e da sotto la mentoniera, con forte accento toscano, mi dice: ci fanno alla griglia se non viene verde. Annuisco e gli sorrido. Finalmente il verde ci libera fra gli alti e austeri casolari della cittadina lui e i suoi due compagni mettono fuori il piede destro dalle pedane per salutarmi e scappano lontano, prima sotto il barocco edificio con colonnato a spigolo del centro del paese, poi lontano, quando l’abitato ridà spazio al verde. Nemmeno il tempo di rilassarsi e prima di arrivare a Fornoli una vecchia Panda 45 arriva di spinta da una stradina laterale alla mia sinistra: inchioda appena mi vede ed io lo fulmino con lo sguardo. Non ci volevi proprio pandino…ora per qualche decina di minuti la tensione torna un po’ a salire ad ogni incrocio…
Curva secca a sinistra e dal Lima ora passo a seguire le correnti azzurre del Serchio, in direzione Castelnuovo in Garfagnana. Passare l’angusta e trafficatissima Ghivizzano pare operazione infinita e anche qui, un po’ come ad inizio giro, c’è poco da godere: preferisco stare attento a cosa fanno gli altri e lo stesso accade a Fornaci di Barga. Paesotti caotici e che si sviluppano prevalentemente lungo la via principale, su cui si è costretti a viaggiare: proprio come la per me famigerata “Le Croci di Calenzano”: impossibile non ripensarci. Finalmente dopo Mologno si torna a poter godere di meno traffico e di più verde. Si torna anche piano, piano a salire, ma la temperatura è ancora alta. Eccoci finalmente nella scorrevole, e piacevole SR445. Stormi di moto incrociano, sorpassano, rombano. Io senza fretta inizio a pensare a cosa fare per risalire il Passo delle Radici: strada lunga o strada dura? Subito dopo Pieve Fosciana quasi d’istinto prendo la deviazione a destra…mi sembra che la direttrice più dolce del passo sia un po’ troppo trafficata.
Rileggo le scritte sull’asfalto lasciate dai tifosi nella recente tappa del Giro d’Italia che ha fatto inerpicare i ciclisti sulla devastante salita della SP71. Sono anni che non la faccio in moto ed ogni volta che sorpasso un’arrancante ciclista penso che sia un pazzo totale…poi ripenso al discorso delle passioni fatto prima: questa volta credo di essere io a non sapere di cosa sto parlando e mi metto a parlare fra me di altro, mentre salgo senza tirare troppo le marce e senza forzare troppo l’andatura. Negli ultimi tornanti prima di San Pellegrino faccio in modo di stare a buona distanza da una macchina con targa straniera che mi precede. Se si pianta in mezzo al tornante ed io sono troppo vicino rischio di faticare a tenere il peso della moto. Così salgo senza problemi e mi stupisco nel leggere che anche qui la temperatura è di qualche grado sopra ai 20.
Ho la gola che brucia, ma l’idea di fermarsi a San Pellegrino decade quando vedo il casino che c’è. Saluto da fuori il Santo e il suo compare Bianco e tiro dritto, lasciandomi la bolgia velocemente alle spalle. Ancora qualche centiniaio di metri prima di arrivare al Gran Premio della Montagna, poi giù a picco nella ripida discesa verso il Passo delle Radici.
Purtroppo l’Albergo/Bar/Ristorante Lunardi è chiuso da anni, ma per fortuna come capita da un po’ di tempo c’è un ambulante che vende prodotti tipici, fa panini e sopratutto ha l’acqua frizzante. Prosciugo la bottiglietta che non avevo finito al Passo dell’Abetone e noto Ezio, che in quel momento non lo so che si chiama così. Alto poco più di me, calvizie incipiente e un riporto spettinato, è in piedi al fianco di una bellissima Guzzi Nevada 750 beige. I cilindri escono dai fianchi luccicando al sole, grazie alle cromature scintillanti. Ad occhio e croce deve avere 20 anni la moto e 80 Ezio: sulla moto scopro che più o meno ho ragione, su di lui non mi azzardo ad indagare, anche perché in capo a pochi minuti siamo…”fratelli”.
Anche lui mi chiede subito di quel brutto silacco sulla forcella e con il suo accento bolognese mi racconta che lui di moto ne ha due, ha anche un Honda Shadow, ma la Guzzi è quella che si gode di più quando dalla bassa decide di salire in montagna. La moto è del 2002 o giù di lì (non si ricorda mica bene), ma lui ce l’ha solo da dopo il Covid: “soccia l’ho presa che aveva 30000 Km, adesso ne ha 110000”; faccio un rapido conto mentale e spalanco la bocca un po’ per l’ammirazione e un po’ anche per l’invidia. “Oh le mie fìiiglie quando parto mi dicono…Babbo fai ben a modo veh, ma divertiti tanto: soccia se mi diverto io! vado piano, ma non mi fermo mica mai veh! Che invece a mia moglie non piaceva che andassi in giro, e mi diceva che se cadevo lei non ci veniva poi mica a prendermi, che mi arrangiavo…mo io non sono mai caduto! Valà!”

Sono letteralmente incantato. Volevo fermarmi solo per comprare una bottiglietta d’acqua frizzante alla baracchina ed invece eccomi lì di nuovo davanti all’energia pura di chi ama girare in moto. Ezio mi fa il pugnetto, mi stringe la mano e dopo quasi un’ora che siam lì che ce la raccontiamo nell’arietta che scende dalla Toscana e s’infila verso il Dragone, all’ombra dell’ex Albergo, si presenta. “Antonio, mi raccomando, son cose che capitano, fai bene a non spaventarti e non ascoltarli mica quelli che ti dicono di smetterla, che sennò cosa fai? Stai sul divano o vai al Centro Commerciale?” Va beh, io ascolto e basta e assieme a me due Bikers con un’Africa Twin che è bella, “Mo vacca s’è grossa!” dice Ezio e io concordo. Vengono da Vicenza e lui è alto come me, ma dice che con tutti i sistemi elettronici tocca perfettamente. Solo che costa troppo dico io e lui stringe il labbro superiore fra i denti, la moglie ridacchia e dice: sì ma è poi tanto bella…
Dopo più di un’ora riparto. Sono passate le due del pomeriggio. Ezio è stato l’incontro più bello della giornata e non me ne vogliano gli altri, soprattutto il baffuto torinese. Parto e all’imbrancamento giro verso Piandelagotti, poi disegno i bei tornantoni impegnandomi a non sbavare il tratto. Sono in giro da tante ore, ho già fatto circa 170 Km, quasi tutte curve, ma quell’incontro, quegli occhi vivi, quella pacata e serafica energia mi hanno rinvigorito e ora girerei fino a sera. Sono tentato di scendere lungo la valle del Dragone ancora un po’, ma poi svolto per la solita strada che da Piandelagotti porta verso Civago, che purtroppo l’amico Emiliano è ancora chiuso, sennò una porcinella ci stava proprio. Passo sotto i Prati di San Geminiano e rifaccio quella strada che ho fatto decine di volte. Fa fresco sotto i faggi rigogliosi. Posti carichi di ricordi anche quelli, li lascio passare e senza paura commuovermi. Nostalgia senza speranza che accetto senza più rabbia, ma che non lotto più per reprimere: fatica sprecata. Sottofondo che mi sono rassegnato a dover tenere con me per sempre: dice qualcosa di bello di me, almeno a me, perché la moda tira altrove, ma il prezzo è alto dell’essere giusti nel momento sbagliato. Il sole ora s’è un po’ nascosto sotto nuvole che disegnano nel cielo i ricordi e i sospiri. A Roncatello, all’incrocio che porta verso Frassinoro, svolto trascinato proprio dalla nostalgia, senza pensarci: l’ho fatta solo una volta quella stradina, ormai diversi anni fa, quando il bicilindrico a farmi vibrare era firmato Harley-Davidson. Stretta e con l’asfalto non proprio fresco, dura giusto il tempo di godersi le meravigliose fioriture che in questo periodo colorano di giallo, di viola, di rosso in varie sfumature il sottobosco. Pochi chilometri ed ecco la SP32, più ampia e guidabile. Come quella volta di ritorno dall’isola d’Elba in sella al Dyna.
Arrivo a Madonna di Pietravolta. Mi viene in mente la sosta del Trekking Toano/San Pellegrino di tanti anni fa, leggo nomi di posti che ho visto, di camminate che ho fatto e tanti di posti in cui mi avrebbero dovuto portare, ma purtroppo non s’è fatto in tempo o probabilmente non lo meritavo poi mica davvero. Mi chiedo se valga la pena allungarla ancora verso Romanoro, ma decido che è meglio non strafare. Sono le tre o giù di lì. Il sole scalda e anche i colori che continuano a farmi compagnia come i pensieri e i ricordi, i sogni e l’amarezza della disillusione. Scazzottata continua che prende il ritmo dai pistoni del V85, regolari e affidabili, scoppiettano prima fino a Fontanaluccia (con quel cartello che indica il negozio della parrucchiera, sempre lì da anni), poi d’un balzo di là dal lucente Dolo che zampilla allegro. Benvenuti nel Comune di Villa Minozzo, siamo ormai nei prati di casa. Gazzano, l’Ok Club e un flash nel parcheggio di qualche tempo fa di ritorno da Civago, curve da fare a memoria da Cervarolo fino in Asta, poi via a passare il Rio dei Balocchi e quello di Pra Grande, che cascano a formare il Secchiello poco sotto, a Case Stantini, unendosi al Rio Macchia, al Rio Grande e al fosso delle Tie. Il cartello Febbio arriva in un attimo e così il momento di spegnere il due cilindri a V e sistemare in Garage moto, casco e guanti, dopo l’ultima svolta a sinistra.

1482 curve, 204 Km, quasi sei ore in giro, sempre sotto ai 100 all’ora. L’ansia sembra passata, il desiderio di aria in faccia rinvigorito. Incontri che sembrano fatti apposta, che fanno dubitare nel caso o semplicemente sperare in qualcosa di voluto per me e che spero proprio di non dimenticare mai. Modelli a cui ispirarsi se non bastasse la propria voglia di viaggiare e pensare: al passato, al futuro; canticchiare Battiato ossessivamente e poi Lucio Corsi, i Massive Attack ed Emiliano Mazzoni, che però quella porcinella ci sarebbe proprio stata bene. Visi sconosciuti che son diventati amici in un batter di motore e altri che mancano, ma chissà se sono come li ricordi te (guarda il caso visti di sfuggita in incroci fortuiti fra la prima stesura e la revisione di questo pezzo dietro vetri surriscaldati di auto in corsa…sarebbe bello davvero pensare che non è un caso, ma meglio non cedere di testa a ciò che il cuore stupidamente ama credere…non ci perdo tempo a litigare: tanto non mi ascolta). Grazie Ezio, grazie Moto Guzzi V85 e grazie all’Appennino, per tutte le emozioni che non mi andava di perdere ed ho provato a fissare, seppur caoticamente in queste poche righe. E grazie anche al mio cuore, che con tutto il male che mi voglio, alla fine merita tutta la stima del mondo per la capacità di resistere a tutti i tentativi di sedazione e resta la cosa di cui sarebbe quasi giusto andare fieri, anche se senza, forse, starei meglio…ma se dico così, non so di cosa parlo ed io lo so benissimo ed è il motivo per cui non seguo i consigli di chi pare proprio non saperlo…come per la moto: meglio rischiare di farsi male che rinunciarvi.

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- Che cosa resta – Franco Battiato
- Volevo essere un duro – Lucio Corsi
- Flowers – Cinematic Orchestra
- Il cielo è di tutti – Emiliano Mazzoni
- Senza perdere nessuno – Emiliano Mazzoni
- Teardrop – Massive Attack
- The complete works Volume One – Spiritualized
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