Vi piacciono i film di banditi, anzi di Gangster? Allora cosa ci può essere di meglio che averne uno con l’interprete (Robert De Niro), che mel mio immaginario, ma oserei dire in quello di molti , è il Gangster per antonomasia degli ultimi decenni di cinema e per giunta al quadrato? Beh sulla carta pare tutto perfetto, anche grazie alla presenza dello sceneggiatore, del direttore della fotografia, del produttore che hanno messo le mani su molti dei capolavori del genere (per citare il più celebre “Quei Bravi Ragazzi”).
In realtà se si pensa al potenziale espresso e al risultato finale non c’è esattamente da esultare, anche se i veri amanti del genere credo che al netto delle cose che non funzionano benissimo, non possano uscire delusi dalla sala dopo la visione di una pellicola fatta bene, che ha qualche pecca evidente e alcune caratteristiche che possono contrastare coi gusti contemporanei, ma di fatto possono essere visti anche come una citazione proprio ai grandi cult movie di genere.
La trovata di far intepretare a De Niro entrambi i protagonisti su cui ruota la storia, che di fatto è basata sulla storia vera e sul loro scontro costante, sia ideologico che “fisico”, pare funzionare abbastanza bene, anche se a volte pare di vedere vecchi personaggi interpretati dal grande attore interagire in un surreale mix di citazioni. Forse la cosa peggiore sta un po’ nel trucco adottato per creare differenze, ma che tolgono espressività alla recitazione (specialmente nel personaggio di Vito Geneovese che è il più pesante a livello di machillage). Nei faccia a faccia, poi, la mimica di De Niro pare un po’ a specchio e anche questo fa un po’ a cazzotti con l’idea ambiziosa di fondo del film.

Per il resto ci si trova dentro ad una storia di grandi dialoghi (a volte mi vien da sentirci Tarantino…ma forse è solo voglia di qualcosa di nuovo da parte sua, una crisi d’astinenza, insomma), battute azzeccate e che strappano sorrisi di approvazione sarcastica (meravigliosa, anzi oggi direbbero in molti “iconica” quella in cui De Niro “Frank Costello” si chiede retoricamente e appunto sarcasticamente, come sia possibile che un branco di immigrati analfabeti, sbarcati vestiti di stracci siano riusciti a conquistare l’America).
Si spara poco e si parla moltissimo, dunque non ci si deve aspettare una storia ricca di colpi di scena, ma anzi, sono continue le incursioni di vita reale, discussioni su argomenti futili (“fanculo gli Amish, ma che cazzo ti viene in mente di parlare di Amish”), che danno il giusto tono di cialtronaggine a quelli che sono semplicemente cialtroni, ma con un potere immenso. Gentaglia che con caparbia e nel caso di Genovese, brutalità scalano le arcaiche e ingessate gerarchie malavitose, diventandone i boss, pur essendo persone disgustose, violente e volgari.
Se nelle pellicole storiche i Gangster ci sono stati quasi esclusivamente dipinti come uomini d’onore, dal grande coraggio e pieni di sagacia, quindi sì cattivi, ma con il loro grande fascino e carisma, insomma il loro “perché”, qui pare proprio che si voglia dare risalto all’altra faccia della medaglia e avvicinarsi probabilmente a ciò che è realmente: via il mito romanticizzato dei grandi criminali, guardiamo in faccia senza filtri e senza retorica a degli zoticoni dalle idee arretrate e che possono uccidere perché impermalositi da un gesto o da quella che intendono o vogliono per forza intendere come una mancanza di rispetto e che non sanno far altro che stare fanaticamente e acriticamente dentro una struttura in cui il boss è sovrano assoluto (“Frank lo sai che se lui diventa il capo, noi poi dobbiamo ubbidire ai suoi ordini e non possiamo fare diversamente, lo sai come va a finire”) e reagiscono istintivamente, come animali e appena sentono la parola sbirri scappano impanicati, per finire più comodamente e nel più stupido dei modi proprio nelle grinfie del nemico…un branco di adulti che comandano una grande organizzazione criminale, ma che non si sa togliere di dosso la puzza di strada e l’istinto che in essa li aveva fatti emergere, ma che ora non basta per districarsi nel complicato mondo col quale si sono trovati a dover avere a che fare.
Lento e privo di guizzi, vero, ma onestamente me lo sono goduto moltissimo. Una lunga storia che punta forse più a ridare realismo a miti sopravvalutati e che suona a tratti in modo documentaristico, ma soprattutto che punta a sdrammatizzare questa banda di cialtroni, più che a mitizzarli in una grande produzione da saga epica alla “Padrino”.
Con me si vince facile quando si parla di banditi e De Niro, ma pur non potendo gridare al capolavoro, devo ribadire che per gli amanti del genere e per i nostalgici di un cinema meno tronfio, ci sono buoni motivi di soddisfazione e compiacimento.

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