Amore, vendetta, multietnicità, ma soprattutto tanti pugni. Questa potrebbe essere la sintesi in poche righe del nuovo film firmato Gabriele Mainetti. A dire la verità e con un po’ di cattiveria oserei dire che non c’è poi molto da aggiungere, ma ci proverò ugualmente.
Un film che, dopo la premessa storiografica sulla questione del figlio unico in Cina, parte in quarta con un bel combattimento di arti marziali (Kung Fu, direi…). Spettacolare e movimentato, coinvolgente e a tratti molto realistico. Quando senti le ossa troncarsi vengono i brividi e ti viene da pensare, “vacca boia che male! Ma sono matti!”. Ecco a vedere una cosa del genere secondo me se non ti passa la voglia di fare a botte vuol dire che sei uno psicopatico. Poi il colpo di genio: una rotolata per la strada e un “ma li mortacci tua!” che ti stende all’istante e ti fa ridere per almeno metà film.
Una trama abbastanza scontata per il resto, con un Giallini che fa il solito banditello romano e dalla battuta pronta, una Sabrina Ferilli che ti fa dire che son passati tanti anni da quando prometteva spogliarelli per lo scudetto della Roma e quindi ti fa sentire vecchio, mentre lei però rimane oggettivamente bellissima e uno Zingaretti che di fatto fa poco più di quello che si potrebbe definire un cameo. Enrico Borello fail suo e lo fa benissimo, assieme alla coprotagonista interpretata dalla bellissima Yaxi Liu.

C’è tanta bellezza con Roma sullo sfondo a brillare meravigliosamente (“nun ce venivo da ‘na vita”, come a dire che ci perdiamo il bello a portata di mano, perché troppo in fissa con le nostre preoccupazioni e le nostre occupazioni), ma ripeto, soprattutto botte da orbi e qualche citazione importante (quella di Vacanze Romane, poi…eh Audrey Hepburn…sospirone) a tenere su la storia che purtroppo si riduce a molti cliché prevedibili, come se la trama in sé non importasse all’autore del film, ma il suo scopo fosse solo quello di mettere in mostra la bravura, oggettiva, nel girare scene di azione, in un modo che in Italia, probabilmente, non avevamo mai visto, se non sempre da parte sua.
Poi c’è tutta la sottotraccia della tolleranza e/o dell’intolleranza razziale, con un finale, che onestamente a me ha ricordato la pubblicità del Mulino Bianco (forse era un’altra citazione?). Magari nell’Italia becera che sembra proprio stiamo vivendo di questi tempi, serve davvero buttare lì cose così semplici e quasi puerili per farsi capire: ormai inizia a venirmi il dubbio, visto che non è la prima volta che mi trovo in sala a commentare fra me e me, che sì, ok, ci sta, ma magari non mettiamola giù così banalotta, che il rischio è poi diventare quasi…volgari.
Non si fanno i paragoni fra film? Già detto anche recentemente, ma per chi non lo sa il politically correct non è esattamente la mia tazza di té, dunque chissenefrega e in sintesi devo dire: Lo chiamavano Jeeg Robot (di cui raccontavo qui) – La Città perduta 3-1 (sì il gol della bandiera se lo merita, dai!).
Divertente, ma un po’ prevedibile e anche lui destinato a non lasciare il segno (a me), anche dove da messaggi positivi, utili, condivisibili, ma onestamente in modo troppo, troppo scontato e banale.

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