Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


The Brutalist

Se siete degli architetti o comunque degli amanti dell’architettura, immagino sapeste che il Brutalismo fosse una corrente architettonica, ma per me l’argomento era (e di fatto rimane), qualcosa di sconosciuto.

FORMA, ecco che parola mi verrebbe istintiva se qualcuno me ne chiedesse una secca, ispirata da questo film: la forma degli edifici, la forma delle conversazioni, la forma dei visi…

Il film, oltre che da un necessario intervallo di 15 minuti (che non serve solo per andare in bagno, ma anche per sedimentare…), è nettamente diviso in due dall’approccio in cui si sviluppa. Sintetizzando: la prima parte più pura narrativa, quasi piatta, cinematograficamente più lineare e curata nell’estetica, volutamente priva di sussulti (quasi); la seconda parte più spirituale e caotica, con trovate anche di regia e montaggio che a volte lasciano qualche punto di domanda, ma che sicuramente non lasciano indifferenti (e questo lo vedo già come un grandissimo pregio).

La prima parte è dunque, semplicemente un racconto, o quasi solo questo. Una bellissima storia di sopravvivenza e di rinascita. Poi ci sono gli istinti che piano, piano si fanno strada ed esplodono in una seconda parte che scava profonda e a volte mette ansia, angoscia, fa paura e arriva anche a disgustare. Se la prima parte nonostante la lunghezza passa senza picchi particolari, trasportando chi guarda come fosse immerso in un fluido caldo che scorre placidamente, assorbendo pensieri e mettendo a proprio agio, la seconda fa davvero pesare la sua lunghezza, anche se paradossalmente è la più movimentata e caratterizzata spesso dalla brutalità, dall’esplosione nervosa, dalla droga, dal razzismo, dalla violenza e dal dolore. Pesare, nel senso che ti accorgi che c’è tanta roba a differenza di prima, non certo perché noiosa. Ecco diciamo che sarebbe più appropriato dire che risulta mentalmente più impegnativa, meno confortevole e a tratti ficcante al punto di sperare che la smettano di urlare o di farci vedere quanto possa essere barbaro e squallido l’uomo.

L’anima del film è quindi contrastante, ma l’elemento di speranza della prima frazione non si esaurisce nella seconda, così come l’elemento della disperazione non è caratteristica solo del post intervallo, ma ogni tanto fa capolino, quasi a tenere svegli e a suggerire di non assopire troppo l’istinto di sopravvivenza, anche nella prima ora e quaranta di film. Sì perché il film dura quasi tre ore e mezza (3 ore e 35 minuti compreso l’intervallo). Una follia a pensarci prima, una scelta discutibile, ma sinceramente per me azzeccata. Almeno questo m’è parso chiaro fin da subito a fine proiezione, anche se non avrei saputo spiegare il perché (ma ci tornerò sopra più tardi a questo).

Il film è basato su una storia verosimile, ma non vera. The Brutalism sembra davvero un biopic, ma non lo è: Lazlo Toth (che bravo Brody!), Harrison Lee Van Buren, Attila, Zsofia, Erszebet, Audrey, Gordon: non è mai esistito nessuno di questi meravigliosi personaggi, ma in realtà sono tutti così possibili da essere sicuramente stati qualcuno nella storia del mondo, che dal secondo dopoguerra agli anni ’80 del ‘900, racconta di esuli, grandi imprenditori, reietti e persone semplici. Magari qualcuno di loro assomiglia tanto a qualcuno che fa parte della nostra vita.

Brutalismo puro portato nel cinema dunque: pochi svolazzi, anche quando i dialoghi deliziosi e complicati accarezzano la vanità di chi ama le parole (tipo me); pochissime cose lasciate all’interpretazione e quelle poche chiarite in un finale che, beh, forse non mi è piaciuto molto, ma è assolutamente in linea proprio con il Brutalismo: diretto, spiccio, quasi banale, scarno, essenziale, plateale. Poche sovrastrutture, quindi, tanta crudezza, tanta umanità, tanta semplicità della malvagità. Perché la malvagità non ti spiega, non si spiega: agisce e lo fa senza remore e soprattutto senza rimpianti. Spesso senza memoria di sé.

C’è anche una lettura politica, con la condanna esplicita all’america, o meglio al sogno americano, che rimane tale solo finché il volubile potente di turno non decide il contrario (Abbastanza attuale, che ne dite?). Vale lo stesso per Israele? Pare di sì: non esiste nessun paradiso terreno in cui essere liberi e in cui contano solo la bellezza e l’arte; non esiste nessuna ricchezza senza che ci sia una povertà estrema a fare da contraltare; non c’è merito che tenga di fronte alla casuale fortuna o all’altrettanto imprevedibile sfortuna di cui non siamo meritevoli o responsabili, ma di cui dobbiamo prepararci a raccogliere i frutti o nel caso di nefandezze di prenderci la merda che ne scaturisce; non c’è verità certa e quindi tanto vale non sprecare energie per tentare di far valere per senso di giustizia la propria.

Ieri sera, a caldo, in risposta ad una story postata sui Social durante l’intervallo (avevo forse bisogno di tornare coi piedi per terra e “brutalmente” l’ho fatto nella maniera più pacchiana possibile), qualcuno mi ha chiesto cosa ne pensavo del film ed io ho letto la domanda quando ero ancora nel parcheggio del cinema Emiro, pochi minuti dopo aver lasciato il fedelissimo posto G7 della sala 7 (a volte il caso…). Non ho saputo rispondere lì per lì ed ho detto che sì, mi era piaciuto, ma non ero ancora in grado di spiegare perché. Forse stavo cercando messaggi sottotraccia, letture particolari, ma qui direi proprio che la cosa migliore è lasciarsi ispirare da una storia normale (ma mica noiosamente banale!), tanto normale che è piena di… brutale originalità.

A distanza di quasi 24 ore posso dire quindi che il film è davvero bellissimo. Perché? Semplicemente perché bello da vedere, fin dai titoli di testa e quelli di coda, spettacolari…ed ora ho una gran voglia di andare a Venezia, che ognuno di noi ha bisogno di bellezza e di toccarla con mano, senza creare eventi, ma semplicemente vivendola. Cosa c’entra Venezia col film, beh: finisce lì; cosa c’entra con me, lo so io e tanto basta. One for you one for me!

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🎶One for you One for me – La Bionda🎶



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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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