Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


Oh, Canada

Ci ho rimuginato sopra un paio di giorni ed fine ho deciso che valesse la pena scrivere almeno qualche riga sulla visione del film che un paio di giorni fa mi ha riportato al cinema.

Richard Gere e Uma thurman mi suonano come ossimoro, ma nello stesso tempo mi incuriosiscono assieme e così cedo al desiderio di cinema e seppur poco convinto mi appropinquo alla solita poltrona G/7 in una sala che rimane completamente deserta, almeno fino all’inizio dei titoli di testa. Dopo un po’ saremo in 4 ad assistere alla proiezione e visto che io ero il più vicino allo schermo di tutti, che le 3 spettatrici alle mie spalle sono state perfette e non hanno fiatato per tutta la durata del film, mi pareva di essere in totale solitudine.

Nelle impressioni che avevo raccolto qualche ora prima da parte di un amico appassionato di cinema, emerge la parola “noioso” e devo dire che purtroppo non si può escludere questo aggettivo per il film di Paul Schrader, che si prefigge di “smascherare” il protagonista Leonard Fife, documentarista osannato e celebre per aver detto no alla guerra nel Vietnam diversi decenni prima dell’ambientazione del film.

Ma smascherare per cosa? È un assassino che l’ha fatta franca, un truffatore? Beh in un certo senso sì, ma di certo nessuno lo avrebbe mai detto, anzi, tutti sono profondamente convinti del contrario: quanto sinceramente o quanto per convenzione o addirittura, comodo, non si sa.

Ora è vecchio e malato, pare anche un po’ suonato oltre che evidentemente sofferente (Gere bravo ovviamente), accudito dalla moglie Emma (Thurman bella e brava). Scontroso e inacidito dalla malattia come ogni buon vecchio che si rispetti, non ha praticamente più filtri, ma la sopresa è che non li ha neppure per sé stesso, in particolare ha deciso di eliminare tutti quelli sul suo passato.

Il film è basato su flashback continui e intricati. Cambi di formato della pellicola e anche fra colore e bianco e nero. La cosa potrebbe suonare interessante, ma in realtà a me incasina la visione, che già è dura da seguire per ritmi bassi e scarso pathos anche quando forse dovrebbe o semplicemente vorrebbe suscitarne.

Pretenzioso? O forse sono io non all’altezza? Diciamo che il potenziale della storia è buono e soprattutto lo è il messaggio che vuole portare, per quanto non certo originalissimo: un vecchio alla fine che vuole confessarsi e far vedere a tutti che non solo non è mai stato un eroe, ma che è addirittura un imbroglione, che ha pensato solo a sé stesso, come il peggiore degli egoisti.Ha mai amato veramente? Chi lo ha accompagnato nell’ultima parte del viaggio (la moglie), lo difende a spada tratta e ripetutamente, ossessivamente, testardamente, dando tutta la colpa alle medicine. Lui insiste: sta solo dicendo la verità, ma forse è lei che non la vuole ascoltare, in realtà Emma sta difendendo sé stessa e la sua pace: perché quello che secondo Fife dovrebbe essere un atto dovuto di onestà, dalla parte della moglie, anziché un risarcimento pare essere preso come una coltellata alle spalle. Per alcuni a volte la verità è peggiore della menzogna, quando ormai non si può più cambiare l’esito delle cose e quindi la sostanza di esse.

Perché dunque farsi male da soli? Da atto di onestà, da regalo, la testimonianza di fine vita diviene dunque qualcosa che è semplicemente l’ennesimo e supremo atto di egoismo?

Ma magari ha ragione Emma ed è solo colpa delle medicine e della malattia: lei fa benissimo a continuarlo a credere, noi non lo sapremo mai.

Alla fine, come ho scritto sopra, è proprio vero che il film era a tratti noioso e nonostante la durata limitata (almeno per gli standard di questi tempi: 1h36′), mi sono mosso spesso sulla poltrona e non uno, ma diversi sbadigli mi hanno appannato la vista, ma se è vero che non posso annoverare questa fra le visioni che mi ricorderò (ed è questo il motivo principale per cui ho deciso di scrivere almeno qualcosa, per non perderlo completamente), è altrettanto vero che non mi ha lasciato indifferente, anzi, in certi momenti mi ha quasi inquietato, senza che si capisse bene perché. Forse perché fa fare i conti con le proprie e le altrui bugie e con il fatto che forse nessuno vuole sapere veramente la verità, anche quando per liberarsi da un peso decidiamo di raccontarla. Insomma che quando si racconta una bugia, non è più possibile tornare indietro e idem, quando ci viene raccontata una bugia, non è così importante la verità, anche perché probabilmente tutti l’hanno sempre saputa e i segreti a volte sono solo segreti di pulcinella, ma ad un certo punto è meglio lasciare le cose come stanno.

O forse semplicemente perché mi sono rivisto molto in Leonard e nel suo desiderio di verità sopra ogni cosa, anche se fa male, meglio non buttare mai la polvere sotto il tappeto: è prevalentemente un atto di dignità e la dignità a volte è l’unica cosa che ci rimane, quindi non può mai essere definita inutile. Scomoda, soprattutto in questo mondo di mitomani e di paraculi. Scomoda, sì, soprattutto per chi non rispetta la propria.



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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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