Arrivo un po’ lungo, ma il periodo non è stato dei più semplici a causa dei soliti impegni famigliari per le festività a cui ha seguito un periodo da cui ancora si stenta ad uscire di malasalute. Va beh, scuse finite, non resta che dare spazio anche qui sul mio sempre più trascurato Blog, ai pensieri che invece sempre generosamente il buon Marcello mi chiede di mettere nero su bianco, per cercare di contribuire nel miglior modo possibile alla bellissima rivista “Sul Serio”, che poco prima di Natale ha visto uscire il 5° numero. Mi si chiede di riprendere un argomento discusso lungamente fra noi con messaggi e chiacchiere nel periodo legato alle ultime elezioni regionali del novembre 2024: il non voto. Già, perché per chi non se ne fosse accorto o semplicemente preferisca far finta di niente, l’ultima tornata elettorale in cui si è scelto il nuovo Presidente della Regione Emilia Romagna (storicamente una delle più attente alla politica e in cui la partecipazione ha sempre avuto numeri di alto livello), ha segnato una debacle clamorosa della democrazia partecipata. Se preferite possiamo ribaltare il concetto e porre l’accento sul fatto che l’astensionismo o il non voto (schede appositamente annullate o lasciate in bianco), è aumentata in maniera considerevole e a voler avere a cuore la funzionalità e il senso stesso della democrazia, in modo decisamente preoccupante. Verrebbe da dire che siamo davvero al limite o che probabilmente lo abbiamo già abbondantemente superato e che fare finta di niente sia solo un modo stolto per non prevenire la caduta in un baratro pronto ad inghiottire soprattutto chi pensa di avere beneficio da questa grottesca situazione. Un suicidio annunciato, insomma. In quei giorni ho letto commenti che spesso tornavano su una retorica stantia e ottusa (e fascistoide), del “se non voti sbagli tu e soprattutto dopo ti devi far andare bene quello che c’è”. Formula ricattatoria che non può continuare ad essere l’unica risposta, ma tant’è così pare muoversi il mondo dei partiti e soprattutto degli irriducibili, acritici, servili militanti. Se qualcuno non vota è un problema e certo, può essere che si tratti dei soliti menefreghisti; se quasi la metà degli aventi diritto non lo fanno diventa un disastro e non si può pensare che così tanta gente, fino a poco prima appassionata e coinvolta, si sia fritta di colpo il senso di responsabilità della cittadinanza attiva. Se è vero che tecnicamente decide chi va a votare, fossero anche poche unità, con che credibilità crede di governare chi vince le elezioni, quando è ormai palese che rappresenta solo una piccolissima parte della cittadinanza di riferimento? Quello che pare dunque un problema dei “menefreghisti” del non voto, io (e non solo io), lo vedo come una grave crisi dei corpi intermedi (partiti, associazioni, sindacati…), che a quanto pare non sanno più ricercare più del proprio senso di sopravvivenza a tutti i costi, ma non riescono più ad essere veramente collegamento fra le stanze del potere, delle decisioni per il popolo e il popolo stesso, che ormai li disconosce in quella che non è nobile anarchia, ma sempre più un caos totale, dove la politica è relegata a propaganda e gli istinti, gli interessi particolari e momentanei, diventano sempre più protagonisti a discapito della civiltà, della lungimiranza e in ultima istanza della tanto decantata pace sociale, mai così a rischio come in questi periodi di fuffa, mitomania e soprattutto mancanza di concretezza: ricordatevi che non basta intestarsi un concetto corretto, non basta decantarlo per essere nel giusto e nel farlo proprio, bisogna anche sostenerlo con la coerenza dei fatti della vita. Purtroppo, oramai, anche questo vizietto pare avere preso il sopravvento. Dico una cosa bella tonda e ragionevole, faccio la figura di quello che ha a cuore qualcosa, poi torno a farmi i fatti miei e qualche volta anche in contrasto col concetto che nella teoria ho difeso strenuamente, poi cerco giustificazioni al mio comportamento non coerente nella vita che funziona così, che devo pur campare anch’io… Siamo nell’epoca della fuffa, delle chiacchiere non supportate dai fatti, dell’ipocrisia, della codardia, dell’ambiguità, dei moralismi, dei particolarismi, dell’egoismo mistificato e sdoganato, se non esaltato come “saper vivere”. Manca coesione, la capacità di inserirsi nel tutto, del capire chi non la vede come noi e dargli dignità, del rendere fatti i pensieri e soprattutto mancano ormai i pensieri, perché non ci si da più il tempo di riflettere e ogni discussione deve essere contrapposizione, anziché confronto. Siamo e ci infiliamo sempre più nell’era del CAOS! E ci stiamo pure speculando sopra e in nome delle individuali libertà, ci stiamo ficcando nella prigione di una sosietà senza più senso comune e senza più regole condivise, ma solo il buon senso individuale che le soverchia. Di questo dovrebbe occuparsi la vera politica, non di vincere elezioni in cui non si discute più sulle visioni, ma solo sull’occupazione del potere. E non so come ne usciremo, perché la deriva pare davverò inarrestabile. Mi sbaglio spesso, spero di sbagliarmi anche in questo caso. Che la politica torni ad essere qualcosa per tutti e non un gioco per pochi sarebbe un buon inizio. Grazie dunque a Marcello e a “Sul Serio” che anche questo numero ha trovato il posto per la mia posizione di certo non accondiscendente, ma ancor meno supponente e indifferente. Qui potete scaricare l’intero numero 5 della rivista , mentre di seguito il pezzo da me firmato e lì pubblicato

Dopo l’ennesimo preoccupante calo dei votanti nelle ultime tornate elettorali, il non voto è stato preso di mira con la solita retorica (sbagliata e fascistoide) del “se non vai a votare non hai poi più diritto di dire nulla”, ma quello che è sempre stato un errore arrogante di chi glorifica il voto come unica via per incidere nella vita pubblica (sovente questi beniamini se ne lavano presto le mani e spariscono nei meandri dei fatti propri, subito dopo aver fatto fuoco e fiamme in campagna elettorale), diventa un errore marchiano alla luce dei nuovi sviluppi della “politica”.
Sì fra virgolette, perché quello che oggi chiamiamo “politica”, spesso si limita ad una delle parti (la meno nobile…), di essa: la propaganda.
Chi non va a votare, chi ci va annullando o lasciando in bianco la scheda, non è quindi necessariamente e oserei dire sempre più raramente un menefreghista, come con faciloneria e superficialità li si vuole liquidare, ma semplicemente qualcuno che ha finalmente il coraggio di puntare il dito contro quei corpi intermedi, primi fra tutti i partiti, che non fanno più il loro lavoro.
Capisco che chi ha la coda di paglia non abbia nessun interesse a risolvere un problema di cui è massimo responsabile, ma non capisco davvero questa militanza ottusa e acritica dei sostenitori. Proprio chi si arroga il titolo di più interessato non dovrebbe cadere nell’errore di accusare il sintomo, ma prendere le dovute precauzioni e se necessario lottare con le cure più forti contro la malattia per difendere la sua passione: perché se una cosa è chiara è che la nostra democrazia è malata e non è colpa di chi se n’è accorto e che di chi la “rappresenta” non si fida più.

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