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SUL SERIO #4 – GODREI SE SASSUOLO RIAVESSE LA SUA SQUADRA

Il caldo è torrido ed io sono spaparanzato sul divano con il ventilatore puntato addosso nel tentativo di non soccombere alla stagione che più soffro dell’anno. Marcello mi ha chiesto se a contorno della mia ultima riflessione per Sul Serio, non potessi fargli il favore di scattare qualche foto ad hoc. Mi tiro su e mi dirigo con uno zaino verso la nostra deliziosa Piazza Piccola, coi bar affollati e i tavolini pieni di persone che cercano di rinfrescarsi con l’arietta che proprio verso quell’ora, poco prima di mezzanotte, inizia ad arrivare dal Secchia. Mi piazzo nell’angolo in alto a destra, a due passi dai tavolini del Broletto e molto timidamente tiro fuori dallo zaino un pallone. Cerco di incastonarlo nel campanone, che Bertoli citò anche nell’inno della Sassolese (ascoltalo qui). Sassuolo all’epoca aveva tante squadre di pallone, tutte legate alle parrocchie e agli oratori per ragazzi, ma addirittura due che si contendevano il primato cittadino nelle categorie dilettantistiche. Poi pare che l’US Sassuolo Calcio, con la casacca neroverde, la spuntò e addirittura negli anni ’80 del novecento, dopo circa 60 anni di storia, approdò per la prima volta al proffesionismo, in quella che allora era la ormai destituita Serie C2. Ero un bambino e vivevo a due passi dal Ricci, proprio come oggi e ricordo benissimo l’entusiasmo al Bar Luana e in tutto il paese per quel successo. Sono passati 40 anni e dopo alterne fortune fra la C2 e l’Interregionale la squadra di pallone di Sassuolo, faticava ad attrarre consensi e soprattutto ad attrarre capitali, che di certo non mancavano grazie alla prosperità del regno delle piastrelle. “Ah se volessero i Signori di Sassuolo, lo potrebbero portare in Serie A”. Cosa che poi è accaduta, ma ad opera di un industriale di Milano, glorificato per questa impresa a destra e a manca. Ma qui i pignoli come me (ne conosco tanti di quelli che hanno passato più tempo al Ricci che a casa propria), fanno notare che in Serie A c’è finito il nome della gloriosa Società calcistica sassolese, perché la città la Serie A la vede solo in TV come ha fatto da sempre. La beffa poi è che così, Sassuolo, di fatto non ha più la propria squadra di calcio, che nel frattempo s’è trasformata in una franchigia di grande successo sportivo, che addirittura è sbarcata a giocare le coppe europee, ma che gioca a 30 Km di distanza, a seguito di una speculazione (legittima dal punto di vista legale, ma a mio avviso meno dal punto di vista etico), grazie alla quale ha acquisito la concessione per l’utilizzo dello Stadio Giglio di Reggio Emilia. Solo che, cosa rimane del calcio se lo scolleghi dal territorio di cui le squadre sono rappresentanza? Se lo porti via alla gente, ai tifosi, alle folle? Solo un gioco e probabilmente nemmeno così entusiasmante. Ma il calcio è molto più che un gioco e pur sapendo che l’argomento è spinoso e soprattutto molto divisivo, ho voluto rimarcare il mio pensiero nello spazio che generosamente mi viene concesso su ogni numero di Sul Serio, dall’amico Marcello. Se volete scaricare l’intero numero potete farlo cliccando qui, intanto qui sotto riporto il testo del pezzo lì pubblicato e da me firmato:

L’U.S. Sassuolo Calcio dopo 11 anni di serie A, retrocede il serie B.

C’è chi dice che essendo io tifoso della A.C. Reggiana 1919, non dovrei o potrei parlare di questa faccenda.

Permettetemi di dissentire: chiunque ami il Calcio ha il dovere, non solo il diritto, di affrontare una questione che va ben oltre lo sport, ma la sua stessa essenza e in soldoni ciò che lo ha reso il più seguito non solo in Italia, ma fra gli sport più importanti del globo. Per questo uno degli sport con il volume di affari e circolazione di denari più imponenti.

Sta proprio qui il vulnus: i soldi. Se non ci fosse un’ultra centenaria storia di passione e di dogmatico tifo legato a questo sport, che coinvolge milioni di persone e fa sognare schiere di ragazzi, incazzare al bar orde di pensionati, si muoverebbero tutti questi soldi?

Quindi se mi chiedete cosa c’entra la retrocessione del Sassuolo Calcio in questo discorso e perché quando mi chiedono con tono sarcastico: “stai godendo eh, testa quadra?!?”, io rispondo, che: no, non sto godendo, ma in questo discorso il Sassuolo Calcio c’entra eccome, perché rappresenta tutto il contrario di ciò che da fine ‘800 ai giorni nostri ha portato il calcio ad essere una sorta di religione parallela.

Volete sapere cosa mi farebbe godere? Che la città di Sassuolo riavesse indietro la sua squadra cittadina, fosse anche nei dilettanti. Per la città e gli amanti del calcio, avrebbe certamente un valore maggiore di una serie A da franchigia, in un territorio provato a conquistare a suon di soldoni, fallendo miseramente il progetto di colonizzazione: perché il calcio rimane importante per la gente e solo grazie alla gente che lo ama e a giudicare dalle impietose foto di spalti sempre vuoti o riempiti dai colori ospitati, questo progetto calcistico non pare aver fatto innamorare se non chi con il calcio ha poco a che fare.

Un cortocircuito bello e buono, insomma.

Dopo il Teatro e a breve il Cinema, speriamo dunque che la nostra città possa riavere anche la sua squadra di Calcio.

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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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