Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


Enrico Rava – The Fearless Five – Live Teatro Carani Sassuolo 21 III 2024

Il solo fatto di mettersi a scrivere di un concerto Jazz mi mette nella condizione di essere giudicato uno sconsiderato, perché di Jazz io non ne capisco praticamente nulla. Qualcuno potrebbe obbiettare che in realtà di Jazz nessuno ne capisce nulla ed allora riformulo: io non conosco il Jazz. Ho passato alcuni anni in cui seguendo l’amico Cimba, ho visto suonare autentici guru di quella scena musicale. Per fortuna sono un feticista e conservo i biglietti dei concerti in una scatola di metallo, nella mia camera dei dischi, perché altrimenti non ricorderei nemmeno chi ho visto: per dire. Come tutte le volte che parlo di cose di cui non so praticamente nulla, è proprio per non dimenticar(si) e quindi il motivo per cui sono qua a buttare giù quantomeno due righe, in cui di certo non si potranno trovare giudizi tecnici o analisi musicologiche sullo spettacolo a cui ho assistito ieri sera, ma semplicemente qualche impressione per fissare un momento speciale della mia vita, prima di perderne traccia, nell’affogare della quotidianità e dell’ordinarietà. Un racconto al mé stesso di domani, come nel senso di questo blog (basti leggere la breve introduzione in home page).

Anche in queso caso c’è lo zampino del Cimba che dopo aver bestemmiato per l’ennesimo pareggio casalingo della nostra Reggiana, ancora lì sugli spalti del Giglio, mi dice che nel rinnovato Carani a Sassuolo suonerà un trombettista fra i più grandi di tutti i tempi nella storia del Jazz mondiale: Enrico Rava. Io ovviamente cado dalle nuvole, ma mi s’accende la scintilla (per fortuna succede ancora…) e mi s’insinua il tarlo della curiosità. Poi per qualche giorno non ci penso più, fino al giorno prima in cui è programmato il concerto.

Cerco il nome del Jazzista sulle piattaforme musicali e mi metto ad ascoltare. M’imbatto in cose molto dilatate e difficili, poi in altre più ritmate e abbordabili. Leggo poi di lui: ha ottantaquattro anni. Sì, 84. Ha i capelli bianchi, lunghi e un paio di baffetti sornioni, ma ama suonare coi giovani.

Sono le cinque del pomeriggio del giorno del concerto e non ho ancora preso una decisione, ma la curiosità frigge dentro e soprattutto anche il senso di responsabilità verso la mia passione per la musica, troppo trascurata da tempo. C’è anche un altro senso di responsabilità: quello verso il rinnovato Teatro Carani di Sassuolo. Sì, perché con che faccia magari mi vado a lamentare che a Sassuolo non c’è mai niente oltre a bar per fighetti e negozi di abbigliamento, se poi appena passa qualcosa di imperdibile, interessante, bello, regolarmente io lo perdo: perché ero stanco, perché dovevo fare da mangiare, perché sono un pigro coglione? Rispolvero dunque il vecchio motto del Bar Snob Radiofonico e decido di schiodare il culo dal divano. Trovo un biglietto fra i pochi rimasti in platea, anzi, proprio nel palchetto sul fianco destro del palco, nell’unico dei tre posti rimasto disponibile. Speriamo che le altre due persone non siano dispiaciute dalla mia presenza, penso.

Ero già tornato al Carani dopo la riapertura, per assistere al concerto di Alberto Bertoli: il mio regalo di Natale. Quella sera mi ero divertito ed anche emozionato nel tornare dentro al teatro cittadino. Bello non dover prendere la macchina e potersi godere uno spettacolo a poche centinaia di metri da casa. La sensazione si rinnova mentre, dopo le solite corse dovute alla routine, esco dal cancello di casa e nell’aria tiepida con il sentore di temporale, m’incammino verso Via Mazzini.

Una volta al teatro una gentilissima maschera (oppure oggi dovrei dire hostess?), mi accompagna al palchetto, entro e c’è una persona seduta nella penombra, lontana dalla balaustra che da direttamente sul palco: è Luca! Una vecchia conoscenza. Penserò poi che non conoscere qualcuno a Sassuolo, almeno di vista, dopo poco meno di cinquan’tanni, si fa quasi fatica. In ogni caso siamo solo io e lui, perché la terza persona era sua figlia, purtoppo indisposta e quindi impossibilitata a venire.

Parliamo a lungo di moto e di giri possibili, ma io non mi azzardo a parlare del concerto, per paura di dover ammettere che di fatto non conosco l’artista. Ad un certo punto lo dico e lui risponde: “vedrai che non te ne pentirai”. Mentre siamo immersi nelle nostre chiacchiere, la luce si abbassa e come un fulmine a ciel sereno ci troviamo immersi nel primo lungo brano, anticipato solo da una sommaria presentazione della band.

Il leader si siede nel mezzo, su uno sgabello alto, a fianco a lui un ragazzone (avrà 20 anni?), con in mano un trombone e una vistosa camicia e dei grandi risvolti ai jeans. Poco dietro l’imponenza del contrabbasso e a suonarlo un ispirato morettino (forse lui arriva a 25…). Di fronte a me, l’unico altro componente coi capelli bianchi imbraccia una chitarra e si siede su una poltroncina. Sulla destra del palco è posizionata la batteria: purtroppo dalla mia posizione vedo solo i tom, i piatti e la grancassa e il piede che tamburella sul pedale, di sfuggita il rullante. A muoversi dietro lo strumento che un tempo anch’io provai a strimpellare un’altra giovanissima componente della band.

Mi chiedo come mai abbiano montato gli strumenti così indietro sul palco, tanto da rendere lontanissima la band dalla platea. Ci saranno sicuramente motivazioni tecniche: non penso proprio abbiano fatto un dipetto gratutito agli spettatori. Pensiero fugace, perché di lì a poco mi trovo completamente immerso nel sound che arriva dal palco.

Un inizio vivace e lineare. Rava alterna due strumenti: la tromba e quello che scoprirò solo poi chiamarsi flicorno, poi il secondo pezzo è qualcosa da selezione. Di quei brani che o ci entri dentro e ti fai trasportare, oppure ti segano le gambe. Mi va bene e vengo preso in braccio dalle melodie dissonanti e da quello che più tardi sento gli intenditori definire “puro Jazz”. Insomma una cosa oggettivamente difficile da catalogare e soprattutto da seguire se provi a capirla davvero. Un viaggio altalenante e in profondità. Un volo colorato in cui perdersi. A me dona un senso di rilassatezza, di abbandono alla musica e di tranquillità. Era da tanto che non mi sentivo così tranquillo, ma soprattutto spensierato. Non c’è niente fra me e la musica: NIENTE! Ed è bellissimo. Quando il brano finisce mi sento leggero e riposato. Sì, davvero: sento la testa finalmente riposata. Le evoluzioni musicali dei cinque artisti, hanno fatto da filtro e reso limpido il piacere di ascoltarli. Una magia. Autentica magia.

Solo alla fine del pezzo io e il mio compagno di palco ci diciamo due parole. Lui dice “oh…ostico questo” ed io non so dire altro che “bellissimo!”. Subito lui mi guarda come a dire “se va beh…c’hai capito un cazzo”, poi però appena vede nei miei occhi la sincerità, credo si convinca. In ogni caso ha perfettamente ragione: non c’ho capito un cazzo, ma me la sono goduta da matti e forse certe cose non vanno capite, ma solo godute: come i profumi.

I duetti fra Rava e l’indiavolato Matteo Paggi al trombone sono da capogiro. Gli sguardi fra i due tradiscono la dolce stima del musicista coi capelli bianchi per il giovane ricciolone, che invece pare in costante adorazione per il suo mentore…quasi in soggezione quando non saltella, trasportato dal suo talento e dalla musica, nei momenti di pausa. Evita Polidoro ha una delicatezza e una precisione, ma soprattuttto pare avere 8 mani, tanti sono i tocchi di tamburi e piatti a riempire l’aria in alcuni momenti. Non la posso vedere, giusto le bacchette che ogni tanto spuntano e ammetto che questo mi spiace moltissimo: so che mi sarei perso nell’ammirarne la leggiadria, che pare evidente e inconfutabile al solo sentirla. Abbiamo anche il piacere di sentirne l’angelica voce. Un live come questo è anche gesti ed espressioni che arricchiscono l’ascolto. Francesco Ponticelli sembra fare l’amore con il proprio contrabbasso. Si contorce, lo accarezza, lo fa vibrare intensamente. Non mi pare ci sia mestiere e sceneggiata nel farlo: sembra tutto così autentico.

Il grande capo si concede invece lunghi momenti di pausa, in cui pare dirigere la band con occhiate, sguardi e cenni. Quando soffia nei suoi strumenti tutti gli altri lo guardano con lo sguardo di chi sta imparando qualcosa. La sua età viene tradita solo quando deve fare i pochi passi per cambiare lo strumento. Passi incerti che cozzano con la limpidezza e lo squillare delle sue evoluzioni. La chitarra è spesso in sottofondo e viene suonata con discrezione e leggerezza. Non me ne voglia chi l’ha imbracciata, ma forse è lo strumento su cui mi sono concentrato meno e che meno mi ha rapito: è ovviamente una questione totalmente soggettiva di uno, che, ricordiamocelo, non ne capisce niente, anche perché riascoltando la brevissima registrazione video che ho fatto (eh, un paio e solo 3/4 scatti me li sono concessi verso fine concerto), si sente invece quanto la chitarra impasti alla perfezione il resto degli ingredienti.

Un’ora e quaranta in cui l’altalena continua. Un altro brano di quelli ostici, ma purtroppo non mi fa l’effetto di quello precedente. Forse inizio a difettare di concentrazione e di energie. Di solito sono già a letto a quest’ora. Guardo l’orologio e mi rendo conto che mi sono astratto dal tutto per un tempo lunghissimo, senza nemmeno rendermene conto. Con il mio compagno di palco praticamente non ci scambiamo che velocissime frasi di circostanza nelle millimetriche pause fra un brano e l’altro. La potenza si alterna alla dolcezza e si finisce con un filo di malinconia e in un tripudio meritato da parte del teatro quasi sold out.

Un saluto a Luca, che ha visto il concerto a fianco a me, ma io in effetti ero troppo preso e per i miei e non sono stato di certo di gran compagnia. Sì dai, ci sentiamo per fare un giro in moto assieme, presto. Speriamo proprio di di sì. Esco dal teatro, qualche chiacchiera con i tanti conoscenti, compreso l’amico Cimba che ha assistito al concerto a poche decine di metri da me, al centro della platea. Certo che mi è piaciuto. “eh, ho visto che applaudivi”. Ci salutiamo vicino ai portici di Piazza Piccola, dopo aver constatato assieme anche la bellezza e la positività della riapertura del teatro cittadino. Davvero una bellissima cosa. E davvero la scelta giusta schiodare il culo dal divano, sperando di ricordarsene la prossima volta che una ghiotta occasione tornerà a solleticare la curiosità. Cammino lungo via Menotti deserta e mi rendo conto di essere ancora perso negli svolazzi di quel secondo brano meraviglioso, anche se inevitabilmente la serenità di quei minuti inizia ad essere castigata dai pensieri che tornano e che la solitudine dei marciapiede amplifica. In lontananza si vede un lampo imbiancare il cielo senza stelle. La serata è finita e lascia la voglia di viverne un’altra.

🎶 Enrico Rava – The Fearless Five (Live) 🎶



Lascia un commento

Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

Newsletter

Scopri di più da Bar Snob

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere