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Più che altro per non dimenticar(Si)


Trekking da Monteorsaro a Vetta Cusna – 16 III 2024

La prima volta che andai sulla vetta del Cusna risale ormai a parecchi anni fa e da allora non saprei contare le volte che ho deciso e sono riuscito a raggiungere la Croce posta a 2121 metri sul livello del mare. Qualche volta l’ho fatto per puro agonismo, altre volte per amore, per dimostrare alle mie gambe che potevano ancora farcela, per dovere, per piacere, per passione…tanti motivi che un po’ si sono mischiati in questa occasione. Ma meglio partire dall’inizio, anzi, dal preambolo.

Dopo una settimana difficile, in un periodo particolarmente ostico, m’è venuto in automatico pensare che fare qualcosa di speciale poteva darmi uno scossone e farmi bene. Sfumata all’ultimo momento, per motivi indipendenti dalla mia volontà, la possibilità di una notturna con alba in vetta, programmata ormai in gennaio in compagnia di uno dei vecchi marpioni del paese (Febbio), mi rimane un po’ sul gozzo. In realtà è un mio sogno da sempre e non averlo mai realizzato mi da un po’ noia. Inizia quindi a ronzarmi in testa l’idea di andare in solitaria. Ci penso, ci ripenso e cerco di capire se è una buona idea o meno. Ho sempre amato le avventure in montagna, ma non ho mai goduto nel prendere rischi oltre misura.

Vado a letto con il dubbio: cosa farò? Alterno momenti di carica ad altri di totale sconforto. Mi addormento fiaccato dai dubbi e senza una decisione: soprattutto senza mettere alcuna sveglia.

Mi sveglio di soprassalto con il rumore della stufa che riparte nel buio. Guardo l’orologio: sono le 3.50. Per andare a fare l’alba sul Cusna avevo calcolato non sarei dovuto partire oltre le 4.15 da Monteorsaro. Con un senso di conforto (sì, proprio di conforto, non avete capito male), devo constatare che non c’è più la possibilità e quindi non ha più senso porsi dei dubbi. Niente notturna e niente alba sul Cusna. Provo a girare gallone, come si dice in gergo, ma di chiudere occhio praticamente non c’è più verso. Mi perdo in mille pensieri e ammetto a me stesso, che mi sono semplicemente cagato sotto. Non la vivo come una sconfitta, perché in realtà può essere che io abbia fatto la scelta più saggia possibile e che i rischi fossero davvero troppi. Dopo un iniziale giustificarmi, inizio però a pensare ad altre sconfitte e altri momenti in cui mi viene da definirmi un cialtrone. Non mi do pace. Come recuperare. Penso che prima o poi dovrò farlo, ma non questa volta, magari domani. Esco anche sulla terrazza a guardare la silouette del Monte. C’è una nuvola biancastra di luna che prende tutto il crinale. Eh, c’è anche nuvoloso! Meglio tonare a letto.

Riesco a prendere sonno, ma dopo nemmeno un’ora rieccomi lì a pensare. Così vengono le 5.40 ed io mi dico che è meglio dormire, che sono stanco, che magari prima o poi qualcuno lo trovo per fare un giro in montagna, che non è solo un problema di rischi, ma proprio che andare sempre da soli non è così bello. Mi era già capitato pochi anni fa di perdere un po’ lo stimolo delle escursioni e in una situazione mentale e di anima decisamente analoga. Al sol pensiero e parallelo con quello che accadde dentro me allora, mi ritrovo fuori dal letto, intento ad infilarmi i pantaloni da trekking e ad allacciarmi gli scarponi. Dopo i preparativi velocissimi esco nel buio che inizia a incresparsi con una sottile linea giallo/rossastra che arriva da dietro il bosco di faggi, fra il campeggio e Donà. Sono le 6 meno qualche minuto. Ho rotto gli indugi e sono partito. L’alba sul Cusna non si può più fare, ma la croce ghiacciata è un’altra di quelle cose che mi manca. Non ho molto tempo: beh, intanto arriviamo lì alla fine del bosco, sotto il Bagioletto, poi decidiamo il da farsi.

Salgo in macchina e parte la musica. Il pezzo che probabilmente non ci voleva. Chissà perché la piattaforma che uso per gli ascolti fa partire proprio quello: quante casualità “sfavorevoli” in questo periodo. Lascio andare la canzone, le cose vanno lasciate andare a volte: non si può sempre combattere con tutto e soprattutto non si può far finta di niente con sé stessi. A quel punto cambiava poco. La playlist sembra fatta apposta per farmi venire il magone e per fortuta Monteorsaro arriva velocemente e così il momento di lasciare la Panda Gialla parcheggiata con un paio di sassi davanti alle ruote, sulla forestale, poche centinaia di metri dopo il celeberrimo rifugio omonimo alla borgata.

Non c’ è anima viva. Solo uno sci alpinista che poco sotto stava preparando l’attrezzatura. La linea luminosa nel cielo di levante ora è più netta e gioca con le nuvole sfilacciate che sono disegnate sull’orizzonte. La temperatura non è certo gelida: siamo poco sopra lo 0 e per terra, solo in alcuni punti, una leggera brina copre l’erba e le rocce. Qui, a circa 1300 Metri di altitudine di neve nemmeno l’ombra. Di fronte a me la forestale e tutto grigio. I faggi ancora spogli, le pietre, il cielo. Poi in un baleno tutto si accende di luminosità, brillante. Mi giro e la palla del sole inizia a fare capolino, poi nell’arco di pochi istanti, eccola, rossastra uscire allo scoperto fra i fusti di una fungaia che purtroppo conoscono tutti, ma dove, buttando l’occhio, ho spesso trovato piccole soddisfazioni, nella stagione giusta dei porcini.

La strada la conosco bene. Sono salito solo una quarantina di giorni fa, quella domenica mattina in cui il Cusna Bruciava. All’epoca la neve era ancora meno di quello che si può vedere fin dal basso. In realtà ora non si vede un gran ché, perché la nube della notte è ancora lì a spigozzare sul crinale. Parto di buona lena e salgo in direzione Passo Cisa. Prendo tutti i taglioni possibili e all’altezza della strada del pastore inizio a trovare la prima neve. Prima poca, poi impossibile da schivare. È patocca e non crea troppi problemi. Intanto la luce sale e il cielo sopra di me è sempre più blu. Mentre mi perdo in ammirazione per i colori ed i rumori della natura, vedo con mio grande stupore e ammetto anche un po’ di scazzo, che qualcuno mi precede. Un uomo tutto vestito di nero è avanti a me di circa 300/400 metri. Ogni tanto scompare, quando le cunette del percorso me lo celano, ma poi eccolo riapparire. Pare andare del mio passo. Io penso che siamo stati un po’ sfortunati, che gli unici due a salire in quel momento fossero così vicini, insomma…

Quando dopo i vari tagli rispetto al serpeggiamento della forestale il sentiero riporta su di essa, poco sopra il Passo Cisa, trovo il fondo completamente imbiancato, con uno strato di neve di circa 10/15 cm. È ben pestato e così rende possibile camminare con una certa disinvoltura, senza affondare e senza scivolare. Il canto degli uccelli ora è una meravigliosa compagnia. Nonostante il bianco, si sente che la primavera ha voglia di esplodere e lo farà da un momento all’altro.

Solita foto di rito sulla finestra che da sulla parte Ovest del Cusna, dove prende forma di piramide. Purtroppo la nube, seppur leggermente diradata, è ancora lì. Si muove veloce frastagliandosi nel tuffo che fa verso la pianura padana, coperta da una coltre di dense nuvole e l’inconfondible linea viola dello smog. In lontanza la punta aguzza del Cimone, anch’essa coperta di bianco. Non guardo l’orologio, ma mi rendo conto che sto andando di buon passo ed eccomi al segnavia che a destra manda verso i Prati di Sara e dritto indica la via verso il Cusna. Riecco la sagoma nera che inizia a salire nella bianca nuda. “Beh, dai, per un po’ vado su”. Qui il sentiero è largo e la neve fa faticare un po’, ma non preoccupa. Ogni tanto arriva una sferzata di gelido vento, mentre il sole inizia a scaldare e a riflettere sulle dune di neve che nelle proprie ombre azzurrognole paiono disegnate. Il sentiero è ben visibile: pare evidente che siano in tanti ad essere passati a tracciare la via. Salgo senza troppi problemi e senza patimenti di fiato fino alle Prese, dove eccomi a fianco alla sagoma nera.

È un omone di circa 45 anni, un po’ appesantito e visibilmente affaticato. Scambiamo qualche parola. Abbiamo davanti una delle rampette che iniziano a farsi dare del lei, prima della scoscesa salita finale lungo la fronte del Gigante. “Ci sarà da mettersi i ramponi?”, dico, così, per dire qualcosa. Lui mi risponde che no, per adesso lui fa senza, poi mi dice anche che lui è un po’ stanco e “non ti faccio compagnia, perché vai troppo forte”. Io penso che magari è anche simpatico, ma che non sono lì a cercare compagnia e che se c’è una cosa bella nell’andare in montagna da soli, è il poter tenere il ritmo che ti pare, senza preoccuparti di aspettare o rincorrere. Riparto dopo altre due chiacchiere di circostanza e in breve tempo, girandomi vedo solo lo stacco netto fra il bianco in mezzo al quale mi trovo e il marrone della terra poco più sotto. I Prati di Sara sono praticamente senza neve, così come il Cisa e il Prampa. Ovviamente lo è la Pietra di Bismantova. Solo qualche traccia di neve sugli altri monti che iniziano a intravedersi fra le nuvole che vanno e vengono.

Arrivo dove normalmente, in estiva, si ha la possibilità di evitare di salire sul crinalino, aggirandolo da sinistra rispetto al senso di salita. L’aria si è trasformata in gelido vento e per la prima volta ho un po’ freddo. Studio la situazione e al traverso preferisco il dritto per dritto, ma non è per niente saggio farlo senza l’aiuto dei dispositivi invernali. Con le mani gelate mi sposto più indietro di qualche passo, dove il sole ormai alto rende meno difficile sopportare le sferzate che arrivano da sud. Prendo i ramponi dallo zaino, ci litigo come al solito un po’. Prendo la picozza e chiudo le bacchette, legandole fuori dallo zaino. Per la prima volta bevo un po’ d’acqua. Fredda da far fatica a ingoiarla, ma buona. Imbranato ci metto un po’ a concludere le operazioni ed ecco ricomparire il mio “compagno di salita”. “Allora hai deciso di mettere i ramponi?”. “Eh sì, questa rampicatina senza è troppo rischiosa”. Mentre lo dico, lui la fa, non senza difficoltà. Cadere significherebbe almeno una gamba rotta, perché ci sono rocce aguzze e un salto di almeno due metri e mezzo. Io coi ramponi salgo senza problemi. Lui mi guarda e dice: “secondo me hai avuto ragione te”. Ridiamo e ci torniamo a salutare. Lui è in evidente difficoltà, io mi sento bene e mi pare scontato che ormai punto alla vetta.

La lama del crinalino è sottile e affilata dal vento. La neve declina a sinistra, ma soprattutto a destra in profondi canaloni. Cadere lì sotto significherebbe farsi molto male. O peggio. Ma la via è abbastanza larga per camminare in serenità. Purtroppo verso la vetta la nuvolosità aumenta e le nuvole scavallano la sella su cui mi trovo, velocemente: investendomi, trapassandomi. Continuo a salire facendo scrocchiare la neve sempre meno ghiacciata. Anche il vento si ferma dopo la sella. Siamo ormai alla rampa finale, ma la nebbia, ora fitta, non mi fa capire esattamente quanto manchi. Il disco del sole crea un alone sbiadito sulla mia sinistra, risucchiato dalle nuvole che insistono sul percorso. Bianco ovunque. Seguo le tracce lasciate da chi si è fatto una bella sciata sul pendio immacolato. Quanto dev’essere bello surfare giù di lì. Ma io devo salire e lo sto facendo dritto per dritto. Per la prima volta sento di essere un po’ in debito di energie. Ma la meta è vicina. Anche se non si vede e non riesco ad orientarmi alla perfezione, so che prima o poi vedrò sorgere la punta della Croce.

Punto verso destra ed ecco una sagoma che esce dalla neve. Sono i cartelli segnavia che stanno proprio sotto l’ultimissimo tratto di salita. Mi ride anche il culo, quando, ecco, spuntare l’inconfondibile sagoma della Croce. C’è anche la Madonnina, coperta di neve solo fino al basamento. La Croce è carica di neve ghiacciata in orizzontale verso sud. Una scultura stupenda e che avevo visto solo in foto fino a quel momento. Anche se sono avvolto dalla nebbia sono felicissimo. Il panorama lo conosco a menadito e non ero venuto per quello.

Sono solo e me la godo. I pensieri corrono veloci come i click della fotocamera del telefono, prima, della mirrorless, poi. La canzone del mattino torna in testa, ma la ricaccio indietro: non ho intenzione di rovinarmi questo bellissimo momento con una giustificata, ma totalmente inutile malinconia. Per una volta ho la meglio sulla tristezza. Non sono felice, a dire il vero, ma meglio dire che sono soddisfatto. Purtroppo il giochino si rompe dopo soli 5, forse 10 minuti: sento una voce pulsare dalla nebbia. Mi giro verso la direzione da cui sono da poco arrivato e penso che sia il mio “compagno di salita”. La voce però non è quella simpatica e paciocca di prima, anzi è un’antipatica litania da proffessionista. Parla con quella spocchiosa saccenza di chi tecnicizza le escursioni in montagna, di quelle che per darsi un tono ammazzano la meraviglia in cui si è immersi, poi chiude quello che immagino essere un vocale di Whatsapp con un “buon allenamento a tutti”, detto con un tono distaccato e snob. Allenamento? Ma ti sembra una palestra questa? O un campo sportivo? Come rovinare tutto. Va beh, saluto con educazione, appena vedo questo bell’imbusto arrivare su sci da alpinismo, in manica corta. Lui mi caga appena. Eh già, sono arrivato prima io: tiè, stronzo! Penso che a questo punto era quasi meglio la malinconia, ma per non lasciare che mi prenda né quella, né l’astio per ‘sto robocop, saluto dopo pochissimi minuti e riparto verso il basso. Del resto i miei 10 minuti di solitudine me li sono goduti. Quando sono arrivato sono circa le 8.15/20, quando riparto le 8.35. Mentre scendo vedo altri due sci alpinisti che salgono e anche il mio compagno che arrancando continua a salire. Mi giro e una folata di vento porta via d’un colpo la nube. Penso “che sfiga!”, ma non riesco ad avercela con le nuvole e col monte e mi godo il blu sparato e le ombre che il sole disegna sulle cunette nevose intorno a me. Uno spettacolo. Incito il mio compagno e dopo altre due chiacchiere ci salutiamo di nuovo. Non ci vedremo più. Non per questa volta, poi chissà…

Scendo piano e mi viene in mente che non ho fatto colazione nella fretta di partire. Ho con me un po’ di Parmigiano-Reggiano, una banana e della cioccolata. “Dai alle Prese mi fermo”. I ramponi servono più in discesa che in salita, ma…inciampo e ruzzolo. Per fortuna nel largo e la neve ormai mollissima attutisce perfettamente il capitombolo che è quindi senza conseguenze. L’episodio mi fa pensare che la prudenza non è mai troppa e nei punti più ostici della discesa la prendo particolarmente dolce. Dal basso vedo salire sempre più puntini colorati. Prevalentemente a coppie. Poi c’è qualche gruppo e qualche altro solitario. Saluto uno che è fermo lì alle Prese e allora io non mi fermo, perché non ho proprio voglia di avere qualcuno vicino. “Servono i ramponi?”, mi chiede. Io dico che secondo me dopo un certo punto e soprattutto in discesa è proprio meglio di sì.

Scendo ancora e mi fermo. Mangio il formaggio e la banana. Mi tolgo i ramponi e riprendo le bacchette al posto della picozza. Ormai sono di nuovo alla forestale. Salgono a stormi colorati. La maggior parte con gli sci. Quanta gente. Che bella idea partire all’alba. Tutti chiedono come sia. “C’è ghiaccio?”, “C’è vento?”, “Manca molto?”. Ragazzi super accessoriati, improbabili escursionisti della domenica, fidanzate incazzate nere, un ciaspolaro sudatissimo (ma non ti sei accorto che non servono a nulla? Ah beh, se le hai noleggiate e vuoi giustificare la spesa per questa moda…). Saluto tutti, qualcuno non ricambia e gli auguro il caghetto. Sono circa le 10 ed ecco la Panda Gialla.

Ho le gambe frolle, ma il cuore più tranquillo e penso che magari l’alba sul Cusna la faccio quando va via la neve, se sono da solo. Ma chissà, forse qualche matto che viene con me a vedere la croce ghiacciata mentre sorge il sole lo trovo, prima che la primavera dirompa definitivamente. Intanto il termometro dell’auto, segna 19°. Beh, magari l’anno prossimo eh…

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– Torna a casa – Maneskin

– Solitude – Billie Holiday

– To built a home – Cinematic orchestra

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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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