Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


Una mattina a cavallo fra inverno e primavera coi Consigli sentimentali di Franco Arminio

Dopo una nottataccia colpevole di nebbiolo, mi sono svegliato e con mia sorpresa aprendo le imposte di casa, mi ha investito il sole, mentre poco più in basso, ma veramente poco, la nebbia e le nubi avvolgevano il panorama, mozzato da una linea netta di freddo ostile. In alto invece la demarcazione secca era data dal bianco che ad un certo punto faceva pensare all’inverno. L’aria però, seppur frizzantina, non riusciva a nascondere la voglia e il profumo di primavera.

M’incammino dopo una colazione frugale e pigra, così come sono, con la divisa da città, in mezzo al bosco che più salgo e più si veste di un sottile straterello di neve candida. Arriva al massimo a 5/10 cm a Pianvallese, dove arrivo non prima di esseremi fatto venire in mente una poesia di Franco Arminio. Non conoscevo nè l’autore, nè la poesia fino a pochi giorni fa, prima cioè che un mio contatto su Facebook la pubblicasse.

Permettetemi ora una piccola parentesi: contatto, non amica perché non c’è stato il tempo e chissà se ci sarà mai oltre a quello, magari l’occasione e soprattutto il desiderio. Per ora non è successo. Chissà. E non dico conoscente, perché mi sembra ancor peggio, distaccato, formale. Chiusa parentesi.

La poesia s’intitola “Consigli Sentimentali” ed è questa qua:

“Trattate bene la vostra solitudine

e la sua.

Baciare la sua nuca

all’improvviso.

Noi siamo bestie

che possiamo farci delle gentilezze.

Ricordatevi William Blake:

<<Chi desidera ma non agisce, alleva pestilenza>>.

Diffidate della psicologia, l’inferno

del chi sei tu e del chi sono io.

Arrendetevi quando vi portano rancore

per i torti che vi hanno fatto.

Diffidate di chi vi fa la Tac

ma poi non vuole spendere tempo per la cura:

quando non hanno tempo

lasciate stare, non è una storia d’amore;

quando non dovete avere pretese,

quando dovete essere garbati,

lasciate stare, non è una storia d’amore.”

Bella, vero? A me piace molto, m’è piaciuta fin da subito e inevitabilmente ho pensato che il poeta parlasse anche per me, che descrivesse bene anche ciò che capita ed è capitato a me. È sempre così: siamo delle bestie e ci assomigliamo un po’ tutti, poi c’è qualcuno che è più bravo a dire le cose per come stanno e lo fa un po’ a nome di tutti. Quando poi uno fa poesia, in qualsiasi forma decida di esprimerla, regala a chi legge, ascolta, vede la possibilità di fare ciò che vuole con quella poesia, che quindi non è più del poeta, ma di chi ce l’ha per le mani. È bello così, è giusto così, altrimenti i poeti non servirebbero a nulla,se non a sè stessi: perché quello che hanno dentro, alla fine, lo sanno solo loro e nulla è più sbagliato che interpretare ciò che volevano dire. Usate le loro parole per ciò che in quel momento vi serve, ma non date la colpa a loro, non date loro delle responsabilità che non vogliono e non possono avere.

A me ad esempio questa poesia fa pensare che per metà si parli degli errori che ho fatto io con certe persone importanti della mia vita e per l’altra metà del male che queste persone hanno fatto a me. Il poeta dunque non si limita a parlare per me, ma anche a me. Dicevano i vecchi: “una noce nel sacco, da sola non può far rumore” (dicono “non può cioccare”, ma il dialetto ora non è utile al ragionamento, per quello c’è tempo e tanto spazio, che però non è questo).

La poesia può anche servire per fare le vittime e piangersi addosso, per trovare i diavoli che ci hanno ferito e più son cattivi, meglio è. Non ci trovo niente di disumano in questo, anzi, umanissimo. Lo capisco. Ma non lo approvo e lo trovo stupido: di solito non lo faccio, ma chi qualche volta non si comporta da stupido, pur non essendolo? Ripeto, lo posso capire, ma non lo ritengo la cosa migliore per nessuno, a dispetto delle apparenze e se si riesce a dare una prospettiva a sé stessi, che vada oltre il mero materialismo. Lo trovo stupido, perché non ci fa crescere, non ci fa migliorare, ci fa solo stare meglio. Si dirà che quello è ciò che conta. Può darsi. Sempre che non sia un’illusione o un fuoco di paglia. Tutto questo dipende anche da ciò che ognuno si aspetta da sé stesso o brutalmente anche dal suo grado di spessore e perché no d’intelligenza. Questo è molto complicato definirlo, soprattutto inutile o addirittura capzioso se nella dinamica del gioco del creare diavoli che ci deresponsabilizzano e ci aprono il futuro come un foglio bianco ogni volta che ne sentiamo il bisogno o egoisticamente la voglia. Sarà successo a tutti a chi più, a chi meno. Forse capita a tutti anche di rimanere fregati da questo gioco, da pagarne il conto prima o poi, forse no. No, a tutti no, anzi, sempre a meno. In ogni caso non importa: l’inquisizione è una brutta bestia e sfuggire dal proprio moralismo è la cosa migliore che si può fare in questi casi. Giocare le partite degli altri è sempre sbagliato: ora non ricordo dove ho letto o da chi ho sentito quest’aforisma, ma l’ho trovato fin da subito di una lucidità e di un’intelligenza cristallina. Provo a farlo mio, con grande fatica, perché ovviamente non posseggo né lucidità, né intelligenza sufficiente per interiorizzarlo a pieno, oltre che condividerlo e comprenderlo a fondo. Fin lì, sì, ci arrivo benissimo.

Quale parte parli a me o per me, non è così importante, riguarda solo me e può aiutare solo me. La cosa che ritengo importante è porsi il problema, qualche dubbio e rifuggire la comodità dell’innocenza. Bisogna poi imparare a non farsi travolgere da tutto questo, ma anche questo riguarda me (o chi come me tende a farlo, sbagliando, come me) ed è tutta un’altra questione. Insomma non era il punto della riflessione, che ribadisco e vale anche per i pensieri oltre che per la poesia: fateci ciò che volete con le parole altrui, se vi fa comodo così, ma non fate dire agli altri ciò che non hanno detto: mai! Perché è una delle cose più meschine e irriguardose che si possano fare.

La poesia di Arminio l’ho riletta camminando sotto le gocce pesanti che cadevano dai faggi, per la neve che si scioglieva sotto il sole potente, guardando il crinale bianco e le nuvole che correvano forte da lassù a coprire la pianura e queste riflessioni le ho scritte di fianco al fuoco solitario della stufa a pellet, ascoltando:

  • Lontano Lontano di Luigi Tenco
  • Piccolo Uomo di Mia Martini
  • Solo Monk di Thelonious Monk
  • Back to Black di Amy Whineouse

Adesso vado a prendere il pane e se possibile a parlare con qualcuno, anche se non ne ho mica tanta voglia.



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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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