Essendo un piansano, non ho mai avuto la fortuna del bosco dietro casa in cui fare scorribande e soprattutto avere contatti giornalieri coi prodotti e le caratteristiche dei boschi, ma essendo mezzo sangue montanaro, fin da piccolo quella dimensione mi è stata regalata in moltissimi fine settimana e praticamente per l’intera estate, almeno fino ai 12 anni.
I miei zii materni, nati nel medio appennino reggiano (in particolare Renzo, con cui parlo ancora quasi esclusivamente di funghi e di fungaie), hanno probabilmente portato in me esperienze di boschi e, appunto, ricerca dei funghi, quasi fino a farmele vivere in prima esperienza, anche se in realtà le cose non sono per niente andate così: ricordo di rarissime battute a funghi e quasi sempre con i grandi che mollavano me, i miei fratelli, i miei cugini e le rispettive mogli e anche la nonna Carolina, in una prata a giocare, mangiare e soprattutto aspettare.
L’attesa divenne eterna, con quello che è forse uno dei ricordi più sofferenti della mia infanzia o come la chiamerebbero adesso, della mia pre-adolescenza. Ero a Cavola (nell’appennino reggiano), base fissa delle vacanze e dei fine settimana e finalmente mio padre mi aveva promesso di portarmi con lui e gli zii a funghi, su nella montagna vera, qualla dei faggi e dei mirtilli, quella che oggi è la mia compagna preferita, grazie alla mia tana sotto al crinale del Cusna, in quel di Febbio/Rescadore. Insomma, non il giretto sotto il Castello di Carpineti a razzolare fra i ricci di castagno per un’oretta, prima della cioccolata calda nella taverna sotto quella che fu una delle case di Matilde, prima di tornare a casa con qualhe castagna da cuocere la sera e la speranza mai soddisfatta di un fungo vero. Purtroppo quell’uscita non ci fu mai, perché pioveva così forte che era davvero impensabile azzardare i boschi. Ho ancora negli occhi il buio del mattino presto, rotto dal suono della pioggia sugli alberi e le lucine del cimitero lì sotto, dall’altra parte della strada, tremare assieme alla mia rabbiosa delusione. Mai spenta, perché poi mio padre è stato inghiottito dagli ospedali, che non me l’hanno più restituito e con lui nemmeno tutti i giri nel bosco e le fungaie che poteva insegnarmi.

Perché racconto questo? Semplicemente, perché anche se partendo da una base completame diversa, mentre leggevo il libro di Sandro, sembrava di leggere molte cose di me. Non del me bambino o ragazzino, per quanto detto poco sopra, ma del me odierno. Sto cercando di recuperare ciò che ho perso allora e di non farlo perdere a mio figlio, che con passione mi segue e impara. Ma io ad andare a funghi ho cominciato tardissimo e tutta l’esperienza me la so facendo, ma certe dinamiche tornano, eccome se tornano.
Una sensazione strana, ma calda, di “casa” e di fortuna, leggere un libro che senza volere parla anche di te, dei tuoi stessi pensieri e le scene te le fa ricordare invece che immaginare…
Scrivevo così nel bel mezzo della lettura del libro, fulminato da ricordi, più che da visioni, perché sì, questo libro è stato in grado più che di farmi viaggiare nei boschi con Sandro e suo fratello Pietro, di ricordarmi di essere stato nei boschi, non con loro (sè, non sperarci nemmeno, anches e non per le fungaie, ma per viverla, quanto mi piacerebbe), ma in sistuazioni identiche o simili. Una storia che però Sandro sa raccontare meglio di come te la racconti a te stesso, con la sua solita dolcezza e con gli accenti giusti sui punti giusti, per dare il giusto peso alla sostanza, così come alla riflessione. Parlare delle persone e del loro approccio, parlare della vita e dei pensieri che ad un certo punto di essa ti pare inevitabile dover fare. Parlare del bello e del brutto, senza colorare le storie di mistificazioni bucoliche. La vita com’è, con la passione, ma anche con le furbizie e il saperci stare dentro senza fare la figura dei naderi, quella capacità di godersi le cose, senza forzare la poetica, senza ricoprire di lustrini, ciò che se lo vuoi capire è già abbastanza brillante così.
Perché lasciare qualcosa di così bello, se poi ti deve mancare? Perché non essere in grado di mollare quello che pare farci perdere molte opportunità e a che prezzo? Chi non si è fatto certe domande? Pochi sanno rispondere, io probabilmente, spesso, sono fra questi. Pare che invece Sandro delle risposte ne abbia o quantomeno provi a darne. Ma ha soprattutto la consapevolezza che puoi anche tornare sui tuoi passi, senza necessariamente disconoscere il viaggio che si è deciso di fare tanti anni prima. Non solo la cosa non è impossibile, ma è sintomo di, scusate se mi ripeto, consapevolezza e di serena maturità. Sarà l’età, sarà che tornavo sovente anche io dall’Oasis messo un po’ così, ma questo non mi ha impedito poi di amare l’alzarmi presto, che anche qui mi ritrovo. Chissà se sono io che ora sto forzando, può essere…

Che bello leggere divertito il glossario, perché poi non ne avevi bisogno, un po’ come quando nei film di Peppone e Don Camillo parte una frase in dialetto e tu pensi che uno di Caserta o di Aosta, non ha mica capito, ma tu sì e ti senti fortunato.
Adesso però, mi raccomando, ricordatevi che è un libro, da leggere, da godere, ma Sandro indora la pillola, veh, non ci credete mica che è così bello andare a funghi, insomma, non fatevi venire la voglia di andarci, che i lisci son brutti e soprattutto fa freddo o caldo, si fa fatica e ci sono le vipere…uuuuuh quante vipere! Le zecche, i cinghiali e ci pensiamo noi, dai, che siamo già abbastanza nei boschi. Poi non si trova mica niente veh, poca roba e soprattutto beghita…state pure a casa che poi vi perdete e vi tocca chiamare l’elicottero, che costa una botte d’olio. Oh, ma guarda che il bosco è grande…proprio qui?!? Oh, se continui a seguirmi ti arriva una stangata, sia chiaro!
MI RACCOMANDO!

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