Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


Uomini, ominicchi e quaquaraquà

“TI AMEREI ANCHE SE VINCESSI”. C’è scritto così in un due aste che vidi comparire in curva qualche anno fa e che mi strappò un sorriso, amaro, ma anche autoironico, perché in effetti, in quegli anni di vincere non se ne parlava proprio e sperare che accadesse era semplicemente illogico. Ci bastava salvarci, magari senza patemi, vincere qualche partita sentita più di altre per antiche o nuove rivalità o semplicemente vedere qualche bel gol.

Perché io su questo carro ci sono da un po’, circa 35 anni e mi sento in diritto di parlare senza che qualcuno mi possa apostrofare come tifoso da vittoria o men che meno come occasionale.p

C’ero al Mirabello a vedere quando per poco non ci riuscì l’impresa di eliminare l’Inter in quella che era una rispettabile coppa Italia. I meneghini ci piegarono solo dopo i rigori. C’ero, nello stesso stadio qualche tempo dopo, per vedere a due passi un Pennellone scuotere l’inferriata che separava la Sud dal campo. Ma c’ero anche quando quel Pennellone, tornato imbolsito, seppur pieno di buone intenzioni sbagliò un rigore in una delle tante annate disastrose, che già giocavamo nel nuovo stadio e quando sulla schiena erano da poco comparsi i nomi dei calciatori e si era abbandonata la numerazione 1-11 dei titolari, ma iniziavano a comparire numerazioni a dir poco stravaganti.

C’ero a Cava dei Tirreni sotto il sole cocente a dare il bentornato alla mia maglia granata dopo il primo fallimento e contro il Sasso Marconi, in un romantico ritorno al Mirabello, mutilato ma ancora ribollente di amore per quella maglia, dopo il secondo fallimento di pochi anni fa, prima di non mancare mai nel seguente campionato di serie D, compresi i due umilianti derby persi col Modena al Braglia.

C’ero alla prima in serie A a San Siro, per bestemmiare contro l’eroe di Italia 90, che ci condannò alla prima di diverse sconfitte in quell’annata e ad Udine a vedere un arbitro fischiarci contro ben due rigori inesistenti. C’ero a Bergamo dove un rigore parato dal nostro portiere ci tenne in Serie C1 per il rotto della cuffia, pochi anni dopo esser stato sempre in quello stadio a prender monetine in testa e a vedere l’esordio con la nostra maglia di un portiere brasiliano, di lì a poco campione del mondo, proprio ai danni della nazionale italiana. C’ero quando il nostro capitano storico, tornato dopo un anno di inattività, segnò un rigore inutile calcisticamente, ma così poetico per chi ama il calcio da portarmi alle lacrime, forse ripensando a quello di pochi anni prima che sempre lui segnò in quel di Cuneo per un’altra salvezza che ci evitò la quarta serie, poi c’ero quando quello che è stato il miglior calciatore di quegli anni bui e magri di soddisfazioni, segnò da centrocampo contro il Marcenise. C’ero a Siena quando un altro rigore inventato al 97º ci segò le gambe, i sogni e il futuro che solo due anni prima avevamo creduto luminoso grazie all’illusione di un sogno americano e c’ero a Firenze quando quel sogno iniziò ad incrinarsi, ma noi non lo potevamo sapere e cantavamo entusiasti gremendo il settore a noi riservato del vecchio impianto fiorentino.

C’ero al ritiro di Serramazzoni a vedere da vicino un mago portoghese che però non si era mai ripreso da un calcione che alla prima con la nostra maglia gli spezzò un ginocchio, ma c’ero anche a Civago quando a saperlo avrei portato anche un po’ dei palloni che usavo con la squadra di amatori di cui ero capitano e avevo contribuito a fondare, votando perché la nostra maglia fosse granata (e così fu), perché lì in Appennino c’erano solo una manciata di giocatori e non c’erano i palloni per fare allenamento.

C’ero a Castelnuovo in Garfagnana sia quando non contava niente, che quando a sorpresa ci trovammo dopo tre anni di infernale C2 a fare le capriole sul campo per festeggiare la promozione, proprio come molti anni prima sul campo del Mirabello dopo la vittoria contro il Prato.

C’ero a Castel San Pietro a veder nascere la stella di un ragazzino Reggiano che poi andò a far bella figura nei massimi campionati nazionali e c’ero a San Lazzaro dove l’unica cosa divertente era un amico che ballava con delle birre in equilibrio sulla testa.

C’ero così tante volte che ho un contenitore zeppo di tessere abbonamento sforacchiate, biglietti ingialliti, che a metterle in fila farebbero forse un Km o più.

C’ero a Cesena, a Pesaro, a Rimini e anche a Chiavari quest’anno, con tutta la famiglia a prendere freddo e gli accidenti della madre dei miei figli per quel gelo. C’ero ieri sera come sempre in casa, con il mio fedele amico omonimo grande e grosso, ma che ho visto piangere davanti alla TV dopo la promozione del Covid e che c’era in molte delle occasioni di cui sopra e come da qualche anno con mio figlio Paolo che anche se è nato a Sassuolo (come me) e vive a due passi dal Ricci e i suoi amici a scuola gli dicono che deve tenere una squadra vera e lui risponde che se non le vedi allo stadio quelle non sono squadre vere, ha deciso di mettersi la maglia granata anziché quella più facile e di moda, neroverde, perché ha creduto a me quando gli ho spiegato che le franchigie vanno bene in america, qui lo sport è un’altra cosa e soprattutto che i prepotenti vanno combattuti, non sruffianati e temuti, soprattutto perché possono comprare stadi, campioni, ma non i sentimenti. Per ora mi crede, non so se continuerà, ma ammetto che ci conto o almeno ci spero.

Potete poi starne certi, ci sarò giovedì attaccato ad una speranza irrazionale, soffrendo e sperando che la Lucchese fermi l’Entella, dopo il Cesena e come ho detto a voce alta ieri a fine partita, mentre rabbiosamente scendevo i gradoni del Giglio, ci sarò il prossimo anno, fosse anche la terza categoria: aspetto solo aprano la campagna abbonamenti 2023/24. Lo faccio oggi l’abbonamento se me lo permettete, perché a me frega della maglia, non della categoria e quella Granata è la mia maglia, l’unica possibile.

Dei giocatori, dirigenti e allenatori che passano, posso avere rispetto e questo nonostante il disastro che stanno combinando, dimostrando che per me e per quelli come me il rispetto non ce l’hanno, perché sennò forti come sono, non farebbero così schifo. Rispetto perché sono una persona che si arrabbia spesso e facilmente, ma non sa odiare e serbare rancore, nemmeno per chi calpesta il mio di amore, come mi è capitato spesso nella vita e come stanno facendo questi giocatori e questo staff tecnico, forse tutti più attenti a impuntarsi nel proprio stupido orgoglio o personalismo da “professionisti”, che non ad onorare lo spirito che è insito nella nostra storia e nella maglia che la rappresenta, anche quando l’hanno fatta strisciata e a me non piaceva mica tanto.

“Amami quando meno me lo merito, perché è quando ne ho più bisogno”: questa citazione di Catullo l’ho letta ieri sulla milionesima copia della rosa che ho avuto per le mani e che in tutta Italia è la Gazzetta dello Sport, per noi tifosi Granata è il mitico Forza Reggiana. Mi è piaciuto molto questo aforisma e da innamorato oggi lo voglio fare mio, continuando ad amare questo gruppo di “professionisti”, anche se sia chiaro: non si meritano nemmeno dei calci in culo, che fra loro si promettono per fare i machi, per poi cagarsi sotto tirando un rigore o a due metri dal portiere. Vedete di meritare questo amore almeno da qui a fine stagione e avrete fatto solo il vostro dovere, poi andate dove volete. Io sarò sempre qui a dire Forza Reggiana, anche se qualche volta qualche infame (che c’è anche fra voi sicuramente, ma non m’importa), veste immeritatamente la NOSTRA maglia granata. Vi abbiamo dato la possibilità di farla anche vostra: diteci grazie e pedalate, che dei vostri piagnistei, delle vostre cene, delle vostre macchine, delle vostre vacanze, dei vostri litigi, non ci frega nulla: a noi interessa solo della Reggiana.

Farò quel che potrò per la mia Regia, voi fate quello che dovete, non perché vi pagano, ma perché ci dovete rispetto!

In questa uggiosa domenica mattina che non sto passando nella mia natia residenza in Piastrellavalley, ma sotto uno dei massimi emblemi di reggianità, il maestoso Cusna, presso la mia seconda casa del Rescadore, spesso, come oggi, rifugio e ristoro per gli acciacchi fisici e dell’anima, mi sento in vena di citazioni e voglio concludere con una meno altisonante e probabilmente più alla mia portata e nelle corde del rude, tifoso, innamorato quale non ho timore e vergogna a definirmi: “esistono gli uomini, gli ominicchi e i quaquaraquà”. Voi che ci avete fatto vedere che sapere essere uomini, ma che da qualche settimana vi state comportando da ominicchi, vedete bene di non scivolare come accadde lo scorso anno in occasione dei playoff, nella squallida e indecorosa categoria dei quaquaraquà, perché occhio: ci siete ad un passo.

FORZA REGGIANA!



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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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